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Home » Articoli » Sfratti rapidi, l’iniziativa di una destra populista

Sfratti rapidi, l’iniziativa di una destra populista

La proposta di delegare a un’Autorità amministrativa i contenziosi riguardanti la morosità da parte di inquilini inadempienti lede la separazione dei poteri, scavalcando la funzione della magistratura

4 Novembre 2025 Marianna Gatta  537

All’indomani dei violenti sgomberi che hanno segnato le cronache di Bologna, Milano e Roma (di cui abbiamo parlato qui), si profila un nuovo, frontale attacco al fragile equilibrio del diritto all’abitare in Italia. La maggioranza guidata da Fratelli d’Italia, infatti, imprime un’accelerazione significativa al cosiddetto Piano casa, focalizzando l’intervento non sulla regolamentazione degli affitti, bensì sulla drastica velocizzazione delle procedure di sgombero per morosità.

L’iniziativa, veicolata con un disegno di legge depositato in Senato, a prima firma del senatore Paolo Marcheschi, mira a rivoluzionare l’esecuzione degli sfratti istituendo una inedita Autorità amministrativa per l’esecuzione degli sfratti, un ente ad hoc che, operando in diretta interlocuzione con il ministero della Giustizia, scavalcherebbe di fatto l’ordinario iter giudiziario. L’obiettivo della misura, dichiarato da Marcheschi, sarebbe quello di sbloccare il mercato degli affitti disinnescando la paura della morosità, e perciò incentivando i proprietari a stipulare contratti a lungo termine. Secondo il governo, quindi, i locatori non sarebbero spinti a stipulare affitti brevi o ad avvalersi di piattaforme come Airbnb dalla mera ricerca del massimo profitto dai loro beni, ma dal timore che le lungaggini burocratiche impediscano di rientrare in possesso degli immobili da inquilini inadempienti.

La proposta, avanzata senza un confronto preliminare con le associazioni che da decenni si occupano di queste tematiche, come l’Unione inquilini, presenta una misura di una severità esemplare: l’inquilino in arretrato di almeno due mensilità consecutive otterrebbe una proroga non superiore ai quindici giorni; se entro tale lasso di tempo il debito non fosse saldato o non si potessero dimostrare cause di forza maggiore, come un licenziamento o una crisi coniugale, l’Autorità, esaminata la pratica, avrebbe facoltà di stabilire lo sgombero dell’appartamento nell’arco di una settimana. Per completare l’operazione, l’ufficiale giudiziario disporrebbe, poi, di un mese per l’esecuzione del provvedimento, prorogabile fino a un massimo di tre, rendendo potenzialmente esecutivo uno sfratto tra i due e i quattro mesi. Sono previste, tuttavia, clausole di protezione per chi versa in comprovata vulnerabilità economica, quindi con Isee inferiore a dodicimila euro.

Confedilizia si è subito espressa a favore, tramite il presidente Giorgio Spaziani Testa: “Sfratti con tempi certi e rapidi vogliono dire più case in affitto e canoni di locazione più bassi, se si affiancheranno incentivi fiscali per i proprietari”. Di contro, l’Unione Inquilini protesta con veemenza, denunciando l’iniziativa come “l’ennesimo attacco ai diritti delle persone in precarietà abitativa”. Secondo la segretaria nazionale, Silvia Paoluzzi, l’emergenza è di natura strutturale, con oltre un milione di famiglie che vivono in povertà assoluta e in affitto, lamentando che l’esecutivo intenda agire con misure repressive senza avere mai attivato un vero Piano casa pubblico.

Ma è proprio l’istituzione di un’Autorità amministrativa speciale, per risolvere controversie tipicamente civili, a sollevare le maggiori perplessità sul piano giuridico. La giurisprudenza in materia di esecuzione e di tutela dei diritti reali è tradizionalmente riservata ai tribunali ordinari; lo spostamento di tale potere verso un organo amministrativo esterno al circuito ordinario pone in discussione il principio di riserva di giurisdizione. L’affidamento di compiti che richiedono l’accertamento di una morosità e la valutazione delle giustificazioni a un ente amministrativo, sottraendoli alla magistratura, alimenta il timore – espresso anche da Ilaria Salis, eurodeputata di Avs, ex occupante, in prima linea nella lotta per la casa – di una “deriva pericolosa” e di un tentativo di accentramento del potere esecutivo a scapito della funzione giudiziaria. Questi profili giuridici, che toccano il cuore della separazione dei poteri e della pienezza del diritto di difesa, rendono l’intera architettura legislativa vulnerabile e ne preannunciano un probabile vaglio di costituzionalità dinanzi alla Consulta, per potenziale contrasto con i principi fondanti dell’ordinamento.

L’approccio proposto da Fratelli d’Italia, che si focalizza sulla repressione invece di proporre soluzioni a lungo raggio che si occupino dei problemi concreti a monte, si pone in netta controtendenza rispetto a quanto accade in Europa, dove l’attenzione è rivolta alle cause prime della crisi abitativa: la crescita incontrollata dei prezzi e la proliferazione degli affitti brevi. A Barcellona, per esempio (vedi qui), la città ha adottato politiche urbanistiche stringenti, come il Piano urbanistico speciale per gli alloggi turistici (Peuat), che regolamenta e limita l’insediamento delle strutture ricettive, e in tutta la Catalogna è stata approvata una nuova legge sugli affitti, nell’aprile 2025, che estende i tetti massimi di prezzo anche agli affitti di singole stanze e a quelli stagionali per motivi non turistici, nelle zone ad alta tensione, istituendo ispezioni per contrastare le frodi e l’aumento mascherato dei prezzi. Analogamente, a Berlino, è stata prorogata la misura del tetto massimo di affitto, limitando i canoni dei nuovi contratti al massimo del 10% in più rispetto alla media degli affitti locali per area.

L’Italia, con appena il 2,6% del suo patrimonio abitativo totale destinato all’edilizia residenziale pubblica, si attesta drammaticamente al di sotto dei partner europei come la Francia (11,7%) e i Paesi Bassi (30%), confermando una storica carenza di social housing. Perciò, mentre le capitali europee intervengono sulla regolamentazione dei prezzi e sulla limitazione degli affitti brevi per difendere il diritto all’abitare dei residenti, investendo contemporaneamente nel social housing, in Italia si punta su logiche populiste che mirano a ingraziarsi sia le fasce di popolazione che giudicano ignorando la complessità della situazione, sia quelle privilegiate che ne traggono vantaggio direttamente.

Esempi virtuosi di collaborazione tra istituzioni e associazioni però esistono. Emblematico è il caso della ex caserma occupata di Porto fluviale a Roma: un’esperienza storica di lotta per la casa, avviata nel 2003, che, dopo vent’anni di autogestione, è entrata in un processo di istituzionalizzazione e rigenerazione urbana noto come “Porto fluviale RecHouse”. Grazie a un finanziamento del Pnrr, e alla collaborazione con il Comune e l’Università Roma tre, l’immobile si sta trasformando in un polo di edilizia residenziale pubblica, che non solo risolve la situazione abitativa dei nuclei familiari occupanti, ma destina gli spazi al piano terra a servizi per il quartiere, tra cui sportelli antiviolenza e centri di mobilità sostenibile, creando così un modello di coabitazione urbana sostenibile.

Questo percorso, che traduce la rivendicazione sociale in riscatto concreto senza consumo di suolo, dimostra come la soluzione non passi necessariamente per l’espulsione, ma per la trasformazione e l’integrazione. Con degli investimenti mirati, si può ottenere la riqualificazione di stabili abbandonati per creare nuove abitazioni popolari dell’Ater, che vadano a sopperire la mancanza di case accessibili. L’opzione di strumenti meno drastici, per contrastare il mancato pagamento dell’affitto, come il registro pubblico di chi non paga o il pignoramento dei beni per il recupero del debito, viene trascurata in favore di una misura che, in un contesto di crescita del numero dei senzatetto, si configura come un ulteriore atto di forza nei confronti dei più vulnerabili, rendendo sempre più stretto il crinale su cui si muove la politica abitativa nazionale.

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