La scoperta degli orrori, dopo la presa di El Fasher, capoluogo del Darfur settentrionale, nella parte occidentale del Sudan (26 ottobre), perpetrati dalle milizie delle Forze di supporto rapido (Rsf) del generale Hemetti, ha gettato per un istante un po’ di luce sul dramma iniziato oltre due anni fa (vedi qui). Via via che le notizie filtravano, al massacro di quasi cinquecento persone in un ospedale della città – dove nessuno, pazienti, personale medico e infermieristico, è stato risparmiato –, si sono aggiunte quelle di ulteriori esecuzioni sommarie, stupri, rapimenti, uccisioni di personale umanitario. Senza contare i saccheggi e i danni dei bombardamenti in una città sotto assedio da più di un anno e mezzo, e che dunque soffriva già la fame.
Anche la fuga da quell’inferno ha avuto le sue numerose vittime. Le comunicazioni sono estremamente difficili, non è ancora stato possibile fare un bilancio esatto, ma si parla comunque di migliaia di morti in pochi giorni. Una catastrofe che si aggiunge a quelle già vissute (vedi qui). Senza trascurare il fatto che le violenze, in Sudan, vengono anche da parte dell’esercito regolare, le truppe paramilitari delle Rsf si erano già contraddistinte per le modalità genocidarie nel corso della conquista della città di Al-Geniena (la stima è di diecimila-quindicimila vittime), un anno fa, nell’ovest del Darfur. Una catastrofe.
Oltre 260.000 persone vivevano intrappolate, bombardate costantemente, prima che le milizie facessero il loro ingresso a El Fasher. La situazione era ben nota, e la comunità internazionale è rimasta sostanzialmente a guardare, malgrado i ripetuti appelli delle agenzie umanitarie. Il procuratore della Corte penale internazionale intende ora indagare sulle atrocità commesse, che si configurano come crimini di guerra e contro l’umanità. Un tentativo di mediazione, da parte del “Quartetto” per il Sudan (che comprende Stati Uniti, Arabia saudita, Egitto, Emirati arabi uniti), è andato a vuoto alla vigilia della caduta di El Fasher. A Washington erano stati convocati l’esercito regolare del generale al-Burahn e le Rsf del generale Hemetti per accordarsi su una tregua di almeno tre mesi – ma non hanno trovato un’intesa. I due generali, rispettivamente presidente e vicepresidente della giunta al potere, si disputano, dall’aprile 2023, il controllo del Paese. Le Rsf non hanno mai nascosto di puntare, in primo luogo, al totale controllo del Darfur, mentre l’esercito regolare ha ripreso la capitale Khartum.
Il dito è puntato contro gli Emirati arabi uniti, che sostengono il generale Hemetti con una massiccia fornitura di materiale bellico, e anche con la complicità del maresciallo libico Haftar, che controlla l’est e il sud della Libia, e attraverso cui passano le armi. In cambio, Abu Dhabi riceve oro. La circolazione avviene grazie alla complicità di diversi Stati: oltre alla Libia, il Ciad, il Sud Sudan, la Somalia, l’Uganda. A loro volta, gli Emirati si approvvigionano in armi e munizioni da Stati come la Cina e da alcuni Paesi europei (la Francia, la Gran Bretagna, la Bulgaria), che fanno finta di ignorare la destinazione finale delle armi cedute, mentre l’Unione europea ha stabilito un embargo verso il Sudan. Inoltre, accanto ai paramilitari della Rsf, operano mercenari venuti dalla Colombia, pagati da Abu Dhabi.
Questo continuo flusso di armi ai paramilitari ha permesso a questi ultimi di estendere il loro controllo sul Darfur, sebbene l’esercito regolare goda, a sua volta, di diversi appoggi internazionali: da Egitto, Qatar, Turchia, Russia, Arabia saudita, Iran, Eritrea. Il prossimo obiettivo potrebbe essere la città di El-Obeid, nel nord del Kordofan, la regione al centro del Sudan, anch’essa accerchiata da circa due anni. Si allunga, in tal modo, la scia della guerra e della più grande crisi umanitaria (vedi qui) oggi in corso nel mondo.
Contro l’insopportabile passività, che in realtà è complicità, dei molteplici Stati implicati nella tragedia, ieri alla Camera è stato lanciato un appello al governo italiano – promosso dai missionari comboniani, da Medici senza frontiere e dalla Comunità di sant’Egidio –, affinché si faccia promotore, in tutte le istanze internazionali, di una tregua nel Darfur e in tutto il Sudan, dell’apertura di corridoi umanitari per la popolazione civile, e della possibilità di convogliare senza ostacoli gli aiuti umanitari alle comunità ormai stremate e a rischio di sopravvivenza.








