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Home » Editoriale » Mamdani e il fantasma del socialismo

Mamdani e il fantasma del socialismo

5 Novembre 2025 Rino Genovese  1074

C’è qualcosa di assurdo nel modo in cui viene presentata (per esempio dal “Corriere della sera”) la figura del nuovo sindaco di New York, Zohran Mamdani. Non viene descritto per quello che è, ma seguendo un’idea preconcetta di quello che sarebbe un figlio di immigrati (nel caso indiani, il padre è un intellettuale della vague postcoloniale, la madre una regista molto nota, Mira Nair) incline a demolire dall’interno il “sogno americano”. Davvero strano: non si vede che Zohran è impegnato piuttosto in quella che potremmo chiamare una conversione da un modello di contestazione dell’american way of life – fondato, del resto, su un’indiscutibile prevalenza dell’“uomo bianco”, di provenienza europea e quant’altro –, sulla base di una matrice cultural-identitaria (il wokismo), verso una proposta politica tipicamente socialdemocratica. Così, nel suo programma, ci sono gli alloggi a prezzi calmierati (il social housing), i trasporti pubblici, le mense gratuite negli asili dei bambini. Non c’è né il revanscismo della cancel culture né un progetto di superamento del sistema capitalistico – cosa d’altronde non certo alla portata di qualcuno che intende rivestire la carica di sindaco.

Ma, dopo il crollo dell’Unione sovietica più di trent’anni fa, sembra che per taluni non ci sia nulla di più attuale se non cercare di scongiurare qualsiasi tema politico che si presume possa assomigliarle. Così anche un programma di difesa e sviluppo del welfare dà fastidio a un’opinione iper-moderata. La stessa poi che, negli Stati Uniti come in Italia, non è riuscita a reggere all’ondata di estrema destra. Se qualcosa invece sta insegnando la vittoria di Mamdani a New York, e l’emergere nel Partito democratico statunitense di altri giovani come lui, è che è arrivato il momento di mettere da parte la tremenda paura, il tabù, che circondano la parola “socialismo”. Questo fantasma non è solo destinato a ritornare, ma sta già ritornando: i Sanders, le Ocasio-Cortez, da ultimo Mamdani, ne sono le inequivocabili avvisaglie.

Non è stato sufficiente a Trump dare degli “stupidi” a quegli ebrei democratici che si apprestavano a votare per il giovane candidato islamico, intransigente sostenitore dei diritti dei palestinesi. New York, con il suo 12% di popolazione ebraica, è il luogo con la più alta concentrazione di ebrei al mondo dopo Israele. Ma si tratta per la maggior parte di progressisti intelligenti, che hanno compreso benissimo come oggi non sia più sufficiente, per contrastare Trump, il solito trantran centrista immobilista. Il candidato di Trump, dopotutto (considerato che quello repubblicano era fuori dai giochi), era Cuomo, che, sconfitto alle primarie dei democratici, non ha esitato a presentarsi come indipendente contro Mamdani. Proprio queste beghe e questa mancanza di fair play, caratteristiche di un ceto politico che non vuole morire, hanno stancato l’elettorato.

La faccenda ha per noi un sapore familiare… Prima si dice “siamo democratici, eleggiamo perfino il segretario o la segretaria di partito nei gazebo”, poi si fa di tutto per defenestrarlo o defenestrarla. La situazione del Pd italiano ha dei tratti che ricordano la vicenda statunitense: un ceto politico cotto e stracotto, che ha consegnato il Paese a un governo di estrema destra, cerca di tenersi a galla riproponendo le vecchie ricette. Devono andarsene dal partito rimanendo probabilmente senza il loro seggio parlamentare, oppure starsene zitti. Però non faranno né l’una cosa né l’altra – questo è certo –, perché non perdono il vizio di tenersi aggrappati alle posizioni di potere, anche minime, raggiunte in anni di (dis)onorata carriera.

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TagsNew York Pd Rino Genovese socialismo Zohran Mamdani

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