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Il diritto alla casa negato e le iniziative dal basso

Dai muri sfondati di Bologna alle esperienze di solidarietà del Quarticciolo, a Roma: la questione abitativa ritorna al centro del dibattito

27 Ottobre 2025 Marianna Gatta  1126

La scorsa settimana, a Bologna, un gruppo di poliziotti in tenuta antisommossa è entrato, distruggendone la porta, in un appartamento di via Michelino, nella periferia nordest della città; in un’altra operazione analoga, le forze dell’ordine hanno addirittura sfondato un muro. Cercavano qualche boss della ’ndrangheta o un mafioso latitante da decenni? No, sgomberavano due case occupate da famiglie con minorenni. Un tale dispiegamento di forze, per mandare via delle persone disarmate e “colpevoli” di pretendere un tetto sopra la testa (colpevoli, in sostanza, di indigenza), non è degno di un Paese democratico.

E non si tratta di un caso isolato. A Sesto San Giovanni, a Milano, un uomo di settant’anni si è suicidato, lanciandosi dalla finestra, mentre l’ufficiale giudiziario era alla porta, pronto a sfrattarlo. Spostandosi nella capitale, poi, la situazione non è diversa, semmai è peggiore. Al Quarticciolo, quartiere del quadrante est, negli ultimi dieci giorni, si sono contati cinque sfratti. Venerdì 24 ottobre, dopo l’ennesima operazione di sgombero di due case Ater non assegnate, le attiviste e gli attivisti del comitato locale hanno occupato simbolicamente la sede del Municipio V e quella della polizia locale. Finalmente, a seguito della protesta, l’assessore alle Periferie, Pino Battaglia, ha dichiarato che inviterà il Polo civico del Quarticciolo, e le realtà territoriali, al tavolo di confronto convocato per la prossima settimana. Prima di questo momento le realtà territoriali avevano denunciato la scarsa comunicazione con il Comune. “È più semplice far prendere parola all’Onu che al Comune di Roma” – avevano scritto, riferendosi alla visita nella zona, lunedì 27 ottobre, del professor Balakrishnan Rajagopal, relatore speciale delle Nazioni Unite per il diritto alla casa.

Inserito dal governo Meloni nel cosiddetto “Decreto Caivano bis”, il quartiere è diventato uno dei simboli più evidenti della gestione securitaria delle periferie: commissariamento amministrativo, massiccia presenza delle forze dell’ordine, sgomberi, e nessuna risposta strutturale al bisogno abitativo. “La polizia si apposta sotto casa delle persone, aspettando che vadano al lavoro per poi sfondare la porta e lasciarle per strada” – denunciano dal Quarticciolo Ribelle, il collettivo che nel quartiere ha costruito una rete di solidarietà fatta di una palestra popolare, un doposcuola gratuito e un ambulatorio aperto a tutte e tutti.

Rimanere senza un tetto sulla propria testa è una condizione in cui nessuna e nessuno dovrebbe trovarsi, tanto più famiglie con minori e persone disabili, come le due donne che hanno recentemente subito lo sfratto nel quartiere romano. Questi episodi raccontano un disagio drammatico a livello nazionale, e mostrano che nel nostro Paese la casa è diventata un privilegio, non un diritto. In Italia, infatti, si contano tra i 9,6 e i dieci milioni di abitazioni vuote, circa il 30% del totale. Non tutte sono ruderi o case irraggiungibili: molte si trovano nei centri urbani, abbandonate o trasformate in alloggi per affitti brevi e case di lusso per turisti.

Nel frattempo, secondo i dati Istat del 2021, oltre 96mila persone vivono in condizioni di emergenza abitativa, e oggi la cifra sarà certamente più alta, spinta dall’aumento vertiginoso degli affitti e dall’espansione di quelli brevi. “Il 22% delle famiglie in affitto vive in povertà, e la percentuale sale oltre il 30% quando c’è almeno un minore” – spiega al “manifesto” Silvia Paoluzzi dell’Unione inquilini. Mentre nelle città si moltiplicano studentati e ostelli “premium” come The Social Hub, dove una stanza costa 1.400 euro al mese, migliaia di famiglie non riescono più a permettersi un tetto stabile, con l’80% degli sfratti dovuto alla morosità e le richieste di esecuzione aumentate del 10%. Servirebbe un censimento reale del patrimonio immobiliare, pubblico e privato, per capire quante case inutilizzate potrebbero diventare risorsa, e per limitare una speculazione che lascia interi quartieri vuoti e persone in strada.

Della difficoltà crescente di accedere ad alloggi a prezzi sostenibili, ha discusso il Consiglio europeo, riunitosi il 23 ottobre: “Alla luce delle sfide in materia di alloggi cui fanno fronte molti cittadini dell’Unione europea, il Consiglio invita la Commissione a presentare rapidamente un piano ambizioso e globale per alloggi a prezzi accessibili” – si legge nelle conclusioni. L’Unione europea ha nominato, per la prima volta, la figura di un commissario responsabile dell’edilizia abitativa, e ha istituito una commissione parlamentare ad hoc per analizzare e risolvere la crisi degli alloggi.

In Italia, però, il dibattito sembra procedere in direzione opposta. Nella legge di Bilancio per il 2026, il promesso “piano casa” è scomparso. Le risorse destinate agli affitti si fermano a dieci milioni di euro per il 2026, e altrettanti per il 2027, contro i 320 milioni stanziati nel 2022. Cifre irrisorie, insufficienti persino a coprire le emergenze più acute. Nessun intervento concreto sul recupero del patrimonio pubblico, nessuna misura contro la speculazione, solo la possibilità, scritta in un articolo marginale della manovra, di utilizzare parte dei fondi del Piano sociale per il clima anche per il disagio abitativo. Un’ipotesi senza cifre, senza tempi, senza impegni. Eppure, solo pochi mesi fa, dal palco del meeting di Rimini, la presidente del Consiglio aveva promesso un piano per favorire l’acquisto della prima casa alle giovani coppie, definendolo una priorità nazionale.

Di fronte a questo vuoto, le opposizioni provano a costruire un fronte comune. È nato alla Camera un tavolo permanente, promosso dall’Unione inquilini con il Partito democratico, il Movimento 5 Stelle e l’Alleanza verdi-sinistra. L’obiettivo è elaborare un piano casa pubblico che restituisca certezza e dignità a chi oggi vive nell’incertezza. Tra le proposte, recuperare e riutilizzare il patrimonio immobiliare esistente, limitare gli affitti brevi e il numero di B&B per zona, programmare nuova edilizia sociale senza consumo di suolo. Ma soprattutto riconoscere per legge il diritto all’abitare, fino a proporne l’inserimento nella Costituzione.

Nel frattempo, nelle periferie, c’è chi non si rassegna e costruisce alternative dal basso. Proprio il Quarticciolo sta diventando un esempio di laboratorio sociale, di luogo dove il diritto all’abitare diventa pratica quotidiana. Qui una palestra popolare, un ambulatorio gratuito, un doposcuola autogestito non sono solo servizi di quartiere, ma strumenti di resistenza. Sono la risposta concreta all’abbandono istituzionale, la dimostrazione che il bisogno di casa non è soltanto questione di metri quadri ma di comunità, di dignità, di appartenenza. Mentre lo Stato tratta la povertà come un reato, queste realtà dimostrano come “fare rete” sia una forma di giustizia sociale. Finché la casa continuerà a essere gestita come una merce, e non come un diritto, vedremo i video di porte sfondate e famiglie disperse.

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