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Home » Opinioni » Ignoranza è incapacità di distinguere

Ignoranza è incapacità di distinguere

Alle giovani generazioni: studiate!

9 Dicembre 2025 Stefania Tirini  1217

La nostra società si trova in una stretta pericolosa: l’ignoranza dilagante. Si tratta di una minaccia senza precedenti per la democrazia, amplificata da un clima di presunzione e superficialità che accomuna sia i detentori del potere sia i partecipanti alle proteste di piazza. Su entrambi i versanti, si osserva un’allarmante mancanza di cognizione: non si comprende la complessità dei problemi, eppure si manifesta una protervia dispotica e ingiustificata.

Questa situazione non è casuale: è il risultato diretto di circa trent’anni di sistematica svalutazione del sapere e della cultura. L’impegno nello studio e l’acquisizione di competenze sono stati degradati da valore collettivo a mero privilegio elitario, alimentando l’idea distorta dell’“uno vale uno”, intesa come giustificazione dell’incompetenza. L’obiettivo non è più l’uguaglianza basata sulla massima consapevolezza, che richiederebbe investimenti e azioni virtuose a beneficio della collettività, ma la celebrazione dell’ignoranza autoassolutoria.

In questo panorama, la conoscenza critica si trasforma in un elemento destabilizzante per chi detiene le redini del comando. Il sapere, specialmente quello relativo a principi fondamentali come la Costituzione e il quadro normativo, mostra inevitabilmente la carenza di preparazione di chi governa. Di conseguenza, il meccanismo di mantenimento del potere è basato sulla manipolazione: circondarsi di collaboratori e cittadini sprovveduti, cioè più docili e meno inclini a mettere in discussione l’autorità.

Il modello sociale che ha prevalso negli ultimi anni è stato perverso, fondato sul tornaconto personale, sulla ricchezza e sulla ricompensa ai fedelissimi, piuttosto che sul bene comune. È vero che la corruzione e le “caste” andavano combattute, ma la risposta non poteva essere la demolizione del sistema istituzionale e della competenza. Questo approccio ha prodotto un collasso le cui macerie hanno finito per intrappolarci tutti. Il trionfo del dileggio – la convinzione che la cultura sia inutile e superflua – ha avuto ripercussioni concrete, culminate nella violenza simbolica e fisica che ha colpito la redazione del quotidiano “La Stampa”.

Questa situazione ingenera un profondo senso di fallimento ed è un grave pericolo per la collettività. Da un lato, la classe dirigente, sebbene democraticamente eletta, ostenta palese incompetenza e arroganza. Parallelamente, sebbene l’attivismo delle nuove generazioni sia benvenuto, l’attacco alla sede della “Stampa” ha drammaticamente rivelato una carenza di conoscenza storica e politica. Non si tratta di compiere una generalizzazione assoluta: esistono funzionari preparati e manifestanti pienamente informati. Tuttavia, la logica che domina la scena politica e il dibattito pubblico è quella della semplificazione estrema e dell’intolleranza. Chi dissente viene brutalmente messo a tacere, e questa mentalità da pensiero unico è una forma di fascismo che finisce per replicare proprio ciò che vorrebbe combattere.

L’aggressione alla redazione della “Stampa”, da parte di ragazzi, mostra una sconcertante mancanza di consapevolezza. I manifestanti non sapevano di colpire una testata giornalistica che, in passato e anche in tempi recenti (per esempio con i reportage di Francesca Mannocchi e le posizioni del direttore Andrea Malaguti), ha dato spazio e voce a cause sociali e politiche importanti, come quella del popolo palestinese, anche in contesti ostili. La loro incapacità di distinguere è lampante. Lanciare slogan come “giornalista sei il primo della lista” non è una frase nuova, ma una citazione diretta delle Brigate rosse, un gruppo terroristico responsabile, tra l’altro, dell’omicidio di Carlo Casalegno, vicedirettore proprio di quel giornale. Quei giovani probabilmente non conoscono gli anni Settanta, ignorano la nostra storia comune. Sembrano arrivare in piazza direttamente dalle dinamiche superficiali dei videogiochi o dalle battute della tv, saltando ogni passaggio di comprensione storica e politica per incitare alla violenza.

Ora, la reazione sarà etichettare i giornalisti come una “casta” che si difende. Ma non è così: i giornalisti non sono tutti uguali, e buona parte di loro si impegna a raccontare la realtà svolgendo un ruolo fondamentale per la tenuta democratica, spesso con retribuzioni misere (si pensi allo sciopero in atto per il mancato rinnovo decennale del contratto), con articoli di denuncia pagati pochissimi euro. I giornali sono luoghi vitali di dibattito e di confronto. Contestarne la libertà di espressione non significa opporsi al Potere, ma smantellare uno degli ultimi baluardi a difesa della democrazia e delle voci marginali.

Ragazzi, anche le vostre guide possono sbagliare. Affermare che devastare una redazione sia un “monito” è un errore imperdonabile. Se l’incitamento all’omicidio rientra nella vostra idea di giustizia, quello è un crimine. Non commettete gli stessi errori del passato. Studiate e imparate a distinguere. Non tutti coloro che sono “vecchi” meritano disprezzo; alcuni sanno perché hanno imparato sulla propria pelle. Imparate a chiedere e ad ascoltare. Vogliamo riporre le nostre speranze in voi. Le parole sono strumenti potenti. Non usate quelle sbagliate.

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Tagsassalto redazione Stampa cultura giovani ignoranza Stefania Tirini

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