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L’antisemitismo confuso con l’antisionismo

Una proposta di legge della minoranza sedicente “riformista” apre un altro “casus belli” nel Pd. Sul nazifascismo, invece, alcuni preferiscono sorvolare

9 Dicembre 2025 Vittorio Bonanni  555

“Quello è uno Stato razzista e colonialista criminale, che fonda su basi razziali la sua cittadinanza e il suo diritto a esistere, tenuto in piedi con la forza del dominio e del sopruso e attraversato da orde di squadristi che si chiamano coloni. È uno Stato fascista che si atteggia a democratico attraverso alcune esteriorità occidentali. E che, come facevano i fascisti italiani, pretende che ci sia un’identità tra ebraismo e sionismo, e chi la rigetta è antisemita”: queste righe, estratte da un breve racconto autobiografico, sono dello storico Stefano Bartolini, tra i tanti incarichi direttore scientifico presso l’Istituto storico della resistenza di Pistoia e responsabile archivio storico della Cgil Toscana. E soprattutto un intellettuale nato e cresciuto in una famiglia di lunga tradizione ebraica che, a un certo punto della sua vita, decide di visitare quella che lui definiva la “patria di riserva” per gli ebrei, scoprendo che si trattava di tutt’altra cosa.

Ebbene, con ciò che sta succedendo in questi giorni in parlamento uno come lui potrebbe paradossalmente essere accusato di antisemitismo, con tanto di sanzioni nel caso una delle leggi che vogliono trasformare qualsiasi critica allo Stato ebraico in antisemitismo (complessivamente sono quattro, una di marchio leghista, una di Forza Italia, a firma Maurizio Gasparri, un’altra di Ivan Scalfarotto, per Italia viva, e infine quella di una minoranza del Partito democratico, primo firmatario Graziano Delrio, con altri dieci tra senatori e senatrici), se dovesse sciaguratamente passare. Un tema che ha fatto esplodere un altro casus belli all’interno del Nazareno a opera dei soliti “riformisti”, per il principale partito d’opposizione vera piaga biblica.

La prima reazione dei vertici del partito è stata netta: si tratta di una iniziativa personale, che non rappresenta la linea del partito. Ma il nodo, per Elly Schlein, è tutt’altro che sciolto, e ora l’interrogativo è “che fare?” di fronte a un’inevitabile votazione della proposta dell’ex ministro. Il Pd dovrà scegliere se arrivare a un redde rationem con quello che è ormai un partito nel partito, verosimilmente impegnato a guerreggiare fino alle prossime elezioni, oppure a mediare entrando però in rotta di collisione non solo con i suoi principali alleati – i 5 Stelle e Avs –, ma anche con pezzi importanti della propria base, che si è spesso adoperata, negli ultimi terribili anni, in iniziative a favore dei palestinesi, definendo Israele uno Stato genocidario.

Contro questa deriva illiberale, che vede favorevoli le varie comunità ebraiche presenti sul territorio nazionale, che mai hanno espresso critiche nei confronti del massacro dei palestinesi perpetrato dal governo di Tel Aviv, si sono schierati giornalisti e scrittori: ebrei che non hanno mai risparmiato critiche durissime allo Stato d’Israele. Figure come quelle di Anna Foa, Carlo Ginzburg, Lisa Ginzburg, Gad Lerner, Roberto Saviano, Roberto Della Seta, Helena Janeczek, Giovanni Levi, Stefano Levi Della Torre, Simon Levis Sullam, Bruno Montesano hanno redatto un documento che stigmatizza un’operazione che rischia di inficiare ogni già difficile tentativo di analizzare serenamente la situazione in quell’area senza rischiare di essere denunciati.

Nel mirino, la discussa definizione di antisemitismo partorita dall’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), un’organizzazione intergovernativa (a essa aderiscono quarantatré Paesi) che studia e promuove tematiche relative appunto all’Olocausto. Le proposte di legge “si riallacciano – dice Anna Foa – a una definizione dell’antisemitismo elaborata a livello internazionale nel 2016, e adottata da quarantatré Stati, Italia compresa, dall’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), che consentiva di tracciare una stretta connessione fra antisionismo e antisemitismo”. Ma la definizione – aggiunge la storica –, volta a favorire una più rigorosa ricognizione dei fenomeni di antisemitismo, non è “giuridicamente vincolante”. Al contrario, la Jews for Justice for Palestinians (JfJfP), un’associazione britannica di ebrei pacifisti nata nel 2002, sul complicato rapporto tra antisemitismo e antisionismo arriva a delle conclusioni completamente diverse, sostenendo che “la questione dell’antisemitismo negli ultimi anni si è intrecciata con il diritto di criticare Israele. JfJfP appoggia la Dichiarazione di Gerusalemme sull’antisemitismo (Jda), un documento redatto nel 2020 che ha delineato una definizione razionale dell’antisemitismo, e fornisce una base logica per distinguere tra la critica di Israele e l’antisemitismo”. 

Insomma, JfJfP si oppone alla definizione Ihra, in quanto questa crea una confusione – voluta – tra le critiche a Israele e l’antisemitismo. Al tentativo di censurare chi intende criticare uno Stato criminale, con la scusa di combattere l’antisemitismo, si è aggiunto il niet alla conferenza organizzata a Torino dallo storico Angelo d’Orsi – con la partecipazione, tra gli altri, di storici come Luciano Canfora e Alessandro Barbero – dal titolo “Democrazia in tempo di guerra”, che si sarebbe dovuta tenere nel Teatro grande Valdocco di Torino, salvo il ripensamento dei salesiani che gestiscono il luogo, costringendo così a spostare l’evento altrove. Analogo scenario si era verificato, lo scorso novembre, in occasione di un’altra conferenza organizzata dallo storico torinese.

Si registra, infine, la polemica scatenata in occasione della Fiera della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, terminata ieri, 8 dicembre, dopo appelli al boicottaggio per la presenza della casa editrice “Passaggio al bosco”, la cui apologia del fascismo e del nazismo non aveva creato alcun problema agli organizzatori. Siamo quindi di fronte a una censura che si esprime, o meno, a seconda delle convenienze politiche, e che vede una minoranza dell’opposizione in collusione con i partiti di governo: il che rischia di minare la già difficile alleanza tra le forze politiche che sfideranno la destra nel 2027.

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