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Honduras: Trump alla conquista di un altro Paese latinoamericano

Contesa sui risultati del voto tra i due candidati di destra. Ma la cosa più stupefacente è la grazia concessa dal presidente statunitense a un ex presidente condannato per narcotraffico

10 Dicembre 2025 Claudio Madricardo  779

Per quanto Xiomara Castro, la presidente uscente dell’Honduras, sia passata da un’iniziale ribellione nei confronti di Donald Trump ad atteggiamenti più collaborativi nelle deportazioni di migranti da lui messe in atto, il tycoon newyorkese non si è fatto scappare l’occasione di aggiungere un nuovo membro alla lista dei Paesi latinoamericani governati dalla destra. Per fare ciò, è intervenuto pesantemente nella conclusione della campagna elettorale in Honduras, con lo scopo di strapparlo a Libertad y Refundación (Libre), la formazione di sinistra che dal 2021 lo governa.

L’intervento di Trump è avvenuto pochi giorni prima che la Casa Bianca rendesse noto il National Security Strategy of the United States of America (vedi qui), il documento che traccia le linee programmatiche della politica americana. Nella parte dedicata all’America latina, il testo rompe con la tradizione diplomatica seguita, e squarcia il velo di ipocrisia dietro il quale si è per anni nascosta la volontà egemonica dell’imperialismo yankee. Più che una grande novità, quindi, la sistematizzazione teorica di un comportamento al quale il secondo mandato di Trump ci ha abituati, fatto di aperto sostegno politico e aiuti economici nei confronti degli alleati fidati: in primo luogo di Javier Milei, e poi dei vari esponenti della conservazione latinoamericana, come il salvadoregno Nayib Bukele, l’ecuadoriano Daniel Noboa, la destra boliviana, i figli di Bolsonaro, per finire con il pinochetista José Antonio Kast, che il prossimo 14 dicembre, se tutto andrà come nelle previsioni, sarà eletto presidente in Cile.

“Dopo anni di abbandono, gli Stati Uniti riaffermeranno e applicheranno la dottrina Monroe per ripristinare la loro preminenza. (…) I nostri obiettivi per l’emisfero occidentale possono essere riassunti come ‘arruolare ed espandere’. Arruoleremo amici affermati nell’emisfero per controllare la migrazione, fermare i flussi di droga e rafforzare la stabilità e la sicurezza sulla terra e sul mare. Ci espanderemo coltivando e rafforzando nuovi partner rafforzando al contempo l’appeal della nostra nazione come partner economico e di sicurezza preferito dall’emisfero. (…) Premieremo e incoraggeremo i governi della regione, i partiti politici e i movimenti ampiamente allineati con i nostri principi e la nostra strategia”.

Per quanto riguarda l’Honduras, Trump ha sostenuto l’ex sindaco di Tegucigalpa Nasry “Tito” Asfura, e ha fatto propria la sua tesi, cioè che il Paese rischia di diventare un altro Venezuela qualora fosse lasciato in mano alla sinistra. “Tito e io possiamo lavorare insieme per combattere i narcocomunisti”, ha pubblicato il presidente americano sul suo Truth Social. Nel mentre, ha accusato Salvador Nasralla, l’altro candidato della destra, di “non essere un partner affidabile”, di essere di fatto uno strumento della sinistra per dividere il voto. Imprenditore edile ed ex sindaco per il Partido nacional de Honduras (Pnh), Asfura è di origini palestinesi, e in passato è stato coinvolto in un caso di appropriazione indebita di fondi comunali. Il suo nome è anche apparso nella lista dei Papers of Pandora, che riporta i proprietari di società offshore registrate a Panama con lo scopo di evadere le tasse. Nonostante le accuse, Asfura non ha avuto alcuna sanzione penale, e non sono pochi, anche tra i suoi critici, coloro che riconoscono che ha modernizzato la capitale con opere infrastrutturali. La sua campagna ha teso a evidenziare le differenze con Xiomara Castro e, come il suo rivale Salvador Nasralla, ha espresso la sua intenzione di riavvicinarsi a Taiwan, dopo che il governo honduregno aveva allacciato le relazioni diplomatiche con Pechino, nel marzo del 2023.

Nasralla, candidato del Partido liberal (Pl), è un commentatore sportivo televisivo di origini libanesi, molto popolare nel Paese. Ha corso per la quarta volta alla presidenza con un programma anticorruzione, mentre la moglie ha indossato un berretto del movimento Maga. Dopo essere stato battuto la volta scorsa da Xiomara Castro, aveva in seguito accettato la vicepresidenza, dimettendosi dalla carica l’anno scorso. Questi sono i due candidati che, smentendo i pronostici della vigilia, avrebbero ottenuto più preferenze, circa il 40% ciascuno, in un Paese in cui non esiste il ballottaggio e vince al primo turno chi prende più voti.

Quanto alla candidata di Libre, Rixi Moncada, ex segretaria alle Finanze e alla Difesa di Castro, che in campagna elettorale non aveva risparmiato critiche su prezzi elevati, disoccupazione, sicurezza e sulle accuse di corruzione, non ha raggiunto nemmeno il 20%, e risulta fuori gioco nonostante i sondaggi non negativi della vigilia. Con quasi il 99% dei verbali contabilizzati al rallentatore – fatto che ha provocato dubbi sull’integrità della consultazione, riportando alla memoria le elezioni fraudolente del 2017 –, Nasry Asfura è in leggero vantaggio su Nasralla. Ma nel Paese aumenta la tensione, dato che il presentatore televisivo denuncia un “furto” e chiede il riconteggio “voto per voto”. Libre pretende la nullità delle elezioni, e chiama alla mobilitazione di piazza. Tutto ciò mentre l’amministrazione Trump, soddisfatta dell’esito, assicura che il voto è stato regolare.

Il risultato elettorale che consegna il governo alla destra, conferma una tendenza che pare prendere sempre più piede in America latina, e rispetta anche la lunga tradizione sudamericana in base alla quale le forze politiche che governano sono sempre battute alle elezioni dalle loro opposizioni, tranne che in Paraguay. Sta di fatto che l’influenza di Trump su queste elezioni si è fatta sentire, al punto che non sono pochi coloro che pensano sia stato decisivo nel risultato del candidato da lui scelto. Così, domenica 30 novembre, molta gente ha votato con il pensiero che il Paese sarebbe stato penalizzato se a vincere fosse stato un nemico di Trump. Nell’economia dell’Honduras – come di altri Paesi centroamericani, le cui famiglie hanno spessissimo congiunti senza documenti che vivono e lavorano negli Stati Uniti –, i trasferimenti di denaro da parte degli emigrati, le cosiddette rimesse, rappresentano un sostegno economico insostituibile per la gente e per lo stesso bilancio statale. In considerazione di ciò, molti elettori hanno preferito votare il candidato del presidente statunitense, al fine di non farselo nemico, pensando che Asfura avrebbe potuto avere anche più chance nel sostenere il sistema delle rimesse, proteggendo, al tempo stesso, i propri compatrioti emigrati.

Trump, tuttavia, non si è limitato a sostenere un candidato, ma, con una decisione che pare in netta contraddizione con la dichiarata lotta al narcotraffico, ha anche concesso la grazia all’ex presidente Juan Orlando Hernández, in quanto, secondo “fonti amiche e credibili”, sarebbe vittima di persecuzione politica. L’annuncio è stato fatto senza che il presidente abbia fornito prove a sostegno della sua affermazione, mentre i pubblici ministeri statunitensi hanno appurato che Hernández è stato fondamentale in una trama, durata più di vent’anni, che ha permesso di introdurre circa cinquecento tonnellate di cocaina negli Stati Uniti. Hernández si è candidato alle elezioni presidenziali per il Partido nacional, lo stesso di Asfura, ed è stato eletto nel 2013. Nel 2017 è diventato di nuovo presidente, dopo elezioni accusate di frode, che avevano scatenato violente proteste di piazza e più di venti morti. Nonostante la Costituzione escludesse un secondo mandato, Hernández era riuscito a far dichiarare inapplicabile tale proibizione, sostenendo che violava i suoi diritti umani. Più o meno la stessa cosa che, negli stessi anni, Evo Morales aveva fatto in Bolivia al fine di bypassare il referendum costituzionale del 2016, che gli aveva negato la possibilità di una nuova candidatura nel 2019.

L’Honduras, Paese di circa dieci milioni di abitanti, è stato a lungo legato agli Stati Uniti, ospitando dapprima le vaste piantagioni di banane di proprietà della United Fruit Company, poi come sede di una base chiave nella strategia della contro-insurrezione sostenuta dagli Stati Uniti e, più tardi, come posto militare per la lotta contro il narcotraffico. Il Paese ha iniziato ad avere un ruolo nel traffico di droga negli anni Duemila, quando le rotte della cocaina si sono spostate verso l’America centrale, transitando dal Sudamerica al Messico, verso il confine con gli Stati Uniti. Ciò ha portato a una impennata degli omicidi. Nel giugno del 2009, il colpo di Stato – accettato dal Nobel per la pace Barack Obama, contro l’allora presidente Manuel Zelaya, marito di Xiomara Castro – ha spalancato le porte alla narco-corruzione.

I pubblici ministeri che hanno indagato su JOH, come viene normalmente chiamato Hernández in Honduras, hanno scoperto che l’ex presidente ha utilizzato le sue relazioni con i cartelli più potenti del narcotraffico per finanziare la sua campagna, mentre l’ufficio del procuratore distrettuale di Manhattan lo ha accusato, quando era ancora presidente, di avere ricevuto un milione di dollari dal signore messicano della droga, Joaquín “El Chapo” Guzmán. Approfittando della sua carica, Hernández aveva promesso ai narcotrafficanti che lo pagavano di evitare che fossero estradati negli Stati Uniti. Fedele alleato delle amministrazioni statunitensi, in apparenza aveva collaborato alla lotta contro il traffico di droga, ma in realtà aveva messo a frutto la sua influenza per garantire che la polizia e i giudici chiudessero un occhio mentre conduceva affari con i narcotrafficanti. Durante la sua presidenza, l’Honduras ha ricevuto più di cinquanta milioni di dollari dagli Stati Uniti per combattere il traffico di droga, e decine di milioni di dollari in aiuti militari e sicurezza. Dopo l’accusa, il Dipartimento di giustizia ha iniziato a considerare la nazione caraibica un narco-Stato.

Nel febbraio 2022, diciotto giorni dopo aver lasciato l’incarico a Xiomara Castro, Hernández è stato arrestato su richiesta degli Stati Uniti, scortato ammanettato su un aereo ed estradato. Hernández è stato condannato a quarantacinque anni di carcere, nel giugno 2024, dal giudice Kevin Castel della Corte distrettuale federale di New York per avere cospirato, per oltre un decennio, con trafficanti di droga, che gli hanno pagato tangenti per garantire che la cocaina raggiungesse gli Stati Uniti. Oltre a questo, è stato dichiarato colpevole di possedere un arsenale di mitragliatrici e altre armi da fuoco, tra cui fucili AK-47 e AR-15 e lanciagranate. Viste le prove schiaccianti portate dall’accusa, il processo è durato solo due settimane, e la sua vicenda legale è stata la più importante dal procedimento intentato a carico del dittatore panamense, il generale Manuel Noriega, tre decenni fa. Nel Paese di cui è stato un tempo presidente, per la gioia si sono accesi i fuochi di artificio. La sua condanna, per molti suoi compatrioti, è stata una rara opera di giustizia. Anche suo fratello, Juan Antonio, con cui JOH era in stretta relazione, è stato condannato all’ergastolo nel 2021 dallo stesso tribunale di New York per i suoi legami con i cartelli della droga honduregni. Prima di ricevere la grazia da Trump, Hernández gli aveva inviato una lettera con cui puntava il dito contro i pubblici ministeri statunitensi, che lo avevano accusato nonostante fosse stato elogiato per “misure senza precedenti, risultati storici e costante cooperazione con le agenzie statunitensi nella lotta contro il traffico di droga e la criminalità organizzata”. In effetti, Barack Obama lo aveva definito uno dei “partner eccellenti” che avevano sostenuto il lavoro di dissuadere i bambini dall’andare negli Stati Uniti. Trump lo aveva riconosciuto come vincitore del contestato voto del 2017, e si era appoggiato su di lui per frenare il flusso di persone e droga. Joe Biden lo considerava un alleato chiave in America centrale, nel suo tentativo di controllare le migrazioni. Alla fine, Juan Orlando Hernández ha lasciato la prigione di massima sicurezza di Hazelton nella Virginia occidentale. Secondo le dichiarazioni di sua moglie, Ana García, JOH rimarrà all’estero, avendo escluso di tornare nel suo Paese o di rientrare nella vita politica, a causa dei timori sulla sua sicurezza.

La decisione di Trump ha provocato scalpore in Honduras, mentre già da più parti, come ha promesso di fare anche lo stesso Salvador Nasralla se eletto, si chiede che, in caso di un suo ritorno in Honduras, Hernández debba rispondere alla giustizia honduregna dei reati commessi. Intanto, lunedì scorso, contro di lui la procura generale ha spiccato un mandato di cattura internazionale. Oltre allo scalpore che la notizia della grazia ha suscitato nel Paese, manifestanti di organizzazioni indigene, ambientaliste e lavoratori agricoli hanno sfilato a Tegucigalpa, nelle vicinanze dell’ambasciata americana, per protestare contro Trump e le sue interferenze.

Il giudice Kevin Castel, nel condannarlo, aveva definito JOH “un uomo a due facce”. La prima, quella con cui ha proclamato il suo impegno contro il traffico di droga. L’altra, quella con cui ha facilitato l’ingresso di tonnellate di droga negli Stati Uniti. Castel era convinto che la sentenza avrebbe recapitato un messaggio “a coloro che sono istruiti e ben vestiti”, agli altri governanti corrotti, affinché “non credano che si libereranno dalle accuse”. Ma non aveva previsto l’arrivo di Trump.

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