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Dalla Siria, tra sfiducia e paura

A un anno dalla liberazione del Paese dal regime di Assad, le sanzioni non sono state ancora del tutto cancellate, mentre il nuovo governo non impedisce le ritorsioni contro le minoranze. C’è poi la questione dell’occupazione israeliana

10 Dicembre 2025 Eliana Riva  922

Il nuovo regime siriano ci tiene a mostrarsi sorridente. Lo si capisce già al valico di Masnaa, per chi attraversa a piedi il confine tra Libano e Siria. Nonostante le notizie sul sito del ministero, l’addetto ci comunica che i giornalisti sono esentati dal pagamento del visto: un regalo a chi arriva per raccontare all’estero le celebrazioni per il primo anno di governo di Ahmad al-Sharaa. Lungo la strada per Damasco è impossibile non notare le decine di palazzoni in costruzione. Soldi arrivati dall’estero, ci dicono: alcuni sono investimenti sauditi. Il “nuovo” abbraccia il “vecchio” nella Siria del 2025, e così accade che, pochi metri dopo gli edifici moderni, si apra un paesaggio spettrale fatto di scheletri ingrigiti. Anche quei palazzi dovevano essere imponenti, ma sembra che le bombe ne abbiano risucchiato l’anima, trasformandoli in gigantesche scatole vuote e stropicciate.

Il quartiere di Jobar, a due chilometri dalla città vecchia di Damasco, è stato distrutto nel 2017, durante la guerra civile, dai pesanti bombardamenti del governo di Bashar al-Assad e dei suoi alleati. Diverse organizzazioni per i diritti umani denunciarono, allora, l’utilizzo di armi chimiche. In sette anni, Assad non ha mai fatto rimuovere le macerie: forse perché facessero da monito, o più probabilmente per i costi di smaltimento e ricostruzione. Anche nella città vecchia il movimento dei lavori pubblici esalta i rumori di una capitale che sembra comunque più pacata e silenziosa di certe altre della regione. Non c’è frenesia a Damasco, seppure viva e brulicante di persone tra loro anche molto diverse: giovani e anziani, in abiti moderni o con giacca e cravatta; donne con il velo, ma più spesso senza, vestite eleganti o in modo semplice. La sera non mancano i locali dov’è possibile trovare alcol, dalla birra siriana al vino libanese, fino alla vodka. Alberi e decorazioni natalizie riempiono le strade e le vetrine, tutto a pochi metri dall’imponente e bellissima moschea degli Omayyadi, una delle prime strutture monumentali dell’architettura islamica.

Nei quartieri intorno alla città vecchia, i cristiani festeggiano le proprie ricorrenze davanti alle chiese, con bande e fuochi di artificio. Fanno lo stesso tanti altri siriani, soprattutto sunniti, in preparazione delle grandi celebrazioni dell’8 dicembre. Solo un anno fa, l’avanzata fulminea del gruppo di origine qaedista, Hayat Tahrir al-Sham, costrinse alla fuga Bashar al-Assad. Il regime si sciolse in un attimo, come neve al sole. Con la stessa velocità il leader del gruppo, che allora si faceva chiamare al-Joulani, divenne Ahmed al-Sharaa, capo di un governo ripulito e riconosciuto dai Paesi occidentali, Stati Uniti in testa. L’8 dicembre è stato proclamato “giorno della liberazione”, e in giro si fa riferimento all’anniversario della “rivoluzione”. Ma tutti coloro con cui parliamo ci pregano di fare attenzione, perché “il resto della Siria non è come Damasco”.

“Se sei venuta a vedere come sarà la Siria hai sbagliato posto, dovresti andare a Idlib”, ci dice ridendo una giovane dottoressa siriana. È originaria dei dintorni, e le milizie jihadiste l’avevano costretta a indossare il niqab, a coprirsi completamente. È da Idlib che Hayat Tahrir al-Sham e al-Joulani hanno cominciato la loro marcia trionfale verso Damasco. Il volto più oscuro del governo dell’autoproclamato presidente al-Sharaa è stato mostrato senza pietà contro le minoranze, soprattutto alawiti e drusi, massacrati pochi mesi dopo la presa del potere. Ancora adesso, quando si dice “io sono alawita”, lo si fa a voce bassa, guardandosi intorno. Assad era alawita. E gli alawiti sono sciiti, indigesti al governo sunnita jihadista. Non si sa neanche quanti siano stati i morti. I numeri di cui ci parlano gli alawiti dell’area di Tartus sono spaventosamente più elevati delle stime ufficiali. “Interi villaggi sono spariti”, ci hanno raccontato i testimoni che sono riusciti a salvarsi dai massacri. Ci sono stati centinaia di rapimenti, e molte persone non sono mai più state ritrovate. Molti sono fuggiti. Chi è riuscito ad attraversare il confine con il Libano si è ritrovato spesso, per un amaro destino, a vivere accanto ai siriani scappati da Bashar al-Assad. Non è stato facile farsi raccontare l’accaduto: la paura è enorme ed è estremamente diffusa.

La Siria cambierà, questo sembra assodato, ma restano i dubbi sulla direzione che prenderà il Paese. L’entusiasmo dei sostenitori di al-Sharaa e di coloro – moltissimi – che festeggiano la fine degli Assad permea la capitale e alcune delle città più importanti. Ma una parte rilevante della popolazione è sfiduciata, un’altra molto spaventata. “Quindici anni di guerra civile – ci ha detto un giovane scuotendo il capo – così ho vissuto tutta la mia giovinezza”. La limitazione delle libertà potrebbe raggiungere gradualmente o all’improvviso anche Damasco. Il radicalismo religioso non può essere un bene per un Paese eterogeneo come la Siria, e l’ingerenza dell’Arabia saudita potrebbe essere il prezzo da pagare per un’iniezione di capitali stranieri. Ma i soldi sono assolutamente necessari. Persino la capitale non è immune dalle interruzioni di elettricità, dalla mancanza di illuminazione pubblica, dalle difficoltà idriche. Solo nei quartieri più ricchi le strade sono illuminate, perché i generatori privati assicurano una lampada esterna ai cancelli d’ingresso. Qualcun altro sperava che i capitali stranieri promessi da al-Sharaa arrivassero prima e venissero utilizzati in una modalità immediatamente percepibile. E invece le sanzioni non sono ancora state del tutto cancellate.

C’è poi l’occupazione israeliana, che sta dando non poche noie al neopresidente. La trattativa diplomatica tra Damasco e Tel Aviv, che Washington apparentemente tanto vorrebbe, tarda a dare risultati. Il premier Benyamin Netanyahu e i vertici militari non hanno intenzione di lasciare i territori occupati e, anzi, come in Libano e a Gaza, provano a stabilirsi a tempo indeterminato. Non solo proseguono i bombardamenti, ma anche le incursioni militari nei villaggi del sud. L’obiettivo israeliano è quello di mandare via i siriani che vi abitano, per prendere possesso di una zona dalla posizione strategica per gli interessi dello Stato ebraico.

Così, nottetempo, i soldati scendono dalle postazioni militari che hanno assemblato sulle montagne e rapiscono chi possono. Nel villaggio di Beit Jinn accade di continuo. Circa cinque mesi fa Israele ha sequestrato sei persone. Le famiglie non hanno alcuna notizia dei rapiti: non sanno dove si trovano, se sono vivi o morti. Qualcuno è stato poi rilasciato, deperito ed emaciato, senza alcuna spiegazione sul motivo del sequestro. Il 28 novembre, un altro tentativo di incursione è stato scoperto: gli abitanti hanno risposto al fuoco e Israele ha bombardato. Sono morte tredici persone, tra cui donne e bambini. Una famiglia di cinque membri è stata sterminata mentre dormiva. Ma il nuovo governo reagisce alle stragi, all’occupazione e alle violazioni di sovranità con una mollezza che lascia campo libero a Tel Aviv, senza riuscire a ottenere da Washington una presa di posizione netta che fermi le azioni dell’alleato.

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