La scorsa settimana abbiamo assistito alla fine, ancora una volta, di un laboratorio sociale nato dalle macerie di un’utopia urbanistica fallita, e sacrificato sull’altare di una gestione dello spazio urbano che predilige la speculazione edilizia alla funzione sociale. L’alba del 28 aprile ha portato l’ennesimo esempio di attacco ai presidi di autogestione da parte del governo. Un processo che, con blindati e tenute antisommossa, ha chiuso l’esperienza di Askatasuna a Torino, come di ZK (di cui abbiamo parlato qui), e che ora, dopo trentacinque anni, smantella L38 Squat, lo spazio sociale occupato all’interno del Laurentino 38, nel quadrante sud di Roma.
L’azione di sgombero condotta dal governo non risponde a un’esigenza della popolazione, ma è una precisa manovra politica. Nel frattempo, proprio in questi giorni, la presidente del Consiglio ha presentato il suo Piano casa, un provvedimento inizialmente parte di un decreto complessivo e poi scorporato. In questo documento, ci sono misure volte a “fronteggiare la generalizzata condizione di difficoltà economica in cui molti proprietari di immobili versano”: tradotto, significa multe e sgomberi rapidi per chi non riesce a pagare affitti sempre più alti. La bozza prevede una modifica al Codice di procedura civile, che introduce l’ingiunzione di sfratto per finita locazione: ossia ci si potrà appellare al giudice chiedendo lo sfratto ancora prima della scadenza del contratto. Parallelamente, il testo punta a stringere i tempi per sanare le morosità, riducendo le possibilità per l’inquilino di regolarizzare i debiti in sede giudiziaria. Il favore ai proprietari non finisce qui: per le esecuzioni forzate degli immobili occupati, non servirà più una sentenza, ma basteranno le trascrizioni degli atti di proprietà del notaio o di un altro pubblico ufficiale.
Questo sbilanciamento a favore della rendita arriva mentre in Italia gli affitti subiscono un aumento esponenziale. A guidare la lista, Milano e Roma, che hanno raggiunto livelli record nel 2026. Nella capitale il prezzo medio si attesta a 19,8 euro/m²; per un bilocale la richiesta supera spesso i mille euro al mese, con un aumento annuo del 6,5%. Anche le stanze singole nelle zone periferiche, come il quadrante est, sono passate da quattrocento a seicento euro, colpendo duramente studentesse e studenti fuori sede.
Secondo i dati Istat del marzo 2026, a Roma vivono oltre 2.600 persone senza dimora. Numeri che però sono la punta dell’iceberg: non calcolano chi è ospite forzato di amici e parenti, chi è costretto in spazi angusti e periferici o chi subisce l’incuria del pubblico sulla propria pelle. Un esempio drammatico è quello di Susanna, residente al Laurentino 38, che ha perso la casa e la sua cagnolina Sissi in un incendio lo scorso gennaio. Il rogo è stato causato dal cortocircuito di una stufa, unico mezzo per scaldarsi, a causa della cronica assenza di manutenzione dei termosifoni da parte di Ater. Da allora Susanna è rimasta senza un riparo. Sono stati proprio gli occupanti di L38 Squat, resistendo sul tetto dell’edificio, durante l’operazione di polizia, a porre come condizione per scendere una soluzione abitativa dignitosa per lei. Solo dopo garanzie dal Municipio IX per un alloggio provvisorio, la protesta si è conclusa. È stato necessario un atto di resistenza “illegale” per costringere le istituzioni a rispondere a un’emergenza provocata dalla loro stessa negligenza.
Progettato negli anni Settanta dall’architetto Pietro Barucci, il Laurentino 38 doveva essere l’avanguardia della “città pubblica”: alti palazzi collegati da undici ponti sospesi per servizi e cultura. Tuttavia, come accaduto per il quarto piano del Corviale, le istituzioni sono evaporate, e gli spazi sono diventati simbolo di isolamento e marginalizzazione in un quartiere-dormitorio. Laddove lo Stato ha lasciato scheletri di cemento, però, nel 1991 attivisti e residenti hanno costruito un’alternativa di mutuo soccorso: appunto L38 Squat, che, come molti altri spazi autogestiti ora in pericolo – dal Laurentino allo ZK di Ostia, dall’Askatasuna di Torino al Bilancione del Collettivo No Porto –, ospita una serigrafia, una palestra popolare, una camera oscura e occasioni culturali fuori dalle leggi del consumo.
Mentre il prefetto, Lamberto Giannini, parla di “ripristino della legalità”, e il vicepresidente della Camera, Fabio Rampelli, annuncia sette milioni di euro per trasformare gli spazi in ventotto appartamenti popolari, la connessione diventa sempre più evidente: i fondi che finanziano le grandi opere edilizie, come Blackrock per il porto di Fiumicino o Hines, che ha acquisito l’area degli ex Mercati generali a Ostiense (di cui abbiamo parlato qui), hanno legami diretti o indiretti con l’economia di guerra e gli investimenti in Israele. La battaglia per la casa non è dunque scindibile dalla critica al complesso militare-industriale-finanziario, come dimostrato dal presidio solidale che martedì scorso si è spostato dal Laurentino 38 verso la vicina sede di Leonardo Spa. Questi processi di finanziarizzazione urbana sono stati analizzati e denunciati da Chiara Davoli, sociologa e ricercatrice che da anni studia le trasformazioni delle politiche abitative. Davoli è tra le menti dietro “Le mani sulla città”, un ciclo di incontri e assemblee settimanali che monitora lo stato della speculazione edilizia a Roma. Con il suo lavoro, evidenzia come la “rigenerazione urbana” sia spesso un paravento per processi di gentrificazione che espellono i ceti popolari verso margini sempre più estremi, sostituendo il diritto all’abitare con il profitto dei grandi fondi immobiliari.
Se il testo del Piano casa di Meloni deve ancora essere ultimato e dovrà passare per l’esame del parlamento, per essere approvato, ha già ricevuto il plauso delle associazioni dei proprietari, verso cui ora vengono sbilanciate le tutele, mentre aggrava l’emergenza abitativa. In questo contesto, sgomberare un centro sociale, dopo trentacinque anni, senza offrire un’alternativa di socialità significa condannare il Laurentino 38 alla sua marginalità originaria. La legalità formale vince, ma la città reale perde un polmone di solidarietà in un quartiere che, spenti i riflettori, dovrà tornare a combattere da solo contro l’incuria di un’Ater che preferisce abbattere spazi vivi piuttosto che riparare termosifoni spenti.







