Tutti, o quasi, contro il vecchio continente, le sue istituzioni, la sua politica economica. È successo martedì scorso in Romania, quando i socialdemocratici europeisti (Psd) – i cui ministri erano già usciti dall’esecutivo qualche giorno prima –, e l’estrema destra filorussa dell’Alleanza dell’unione dei Romeni (Aur), hanno unito le proprie forze, sfiduciando con una mozione approvata con 281 sì, su 431 deputati presenti (il totale è di 464 scranni), il primo ministro europeista, Ilie Bolojan del Partito nazional-liberale (Pnl). Un’operazione politica senza precedenti nella storia del Paese. È l’ennesima puntata di un’instabilità già plasticamente evidente quando nel 2025 vennero annullate le elezioni presidenziali (vedi qui, qui, qui e qui) e, nel giro di poco tempo, nacquero due differenti governi.
A cadere è stato dunque l’esecutivo di Bolojan, di cui, fino ad aprile, faceva parte anche la sinistra socialista. Apparentemente, le due formazioni politiche hanno ben poco in comune, ma le cose non stanno esattamente così: sinistra e destra contestano al governo la politica fiscale e di austerity imposta dall’Europa. L’ex presidente del Consiglio aveva il compito di ridurre l’enorme deficit di bilancio – ovvero la differenza tra le entrate e le uscite dello Stato, rapportate al Prodotto interno lordo –, circa l’8% contro il 3% previsto come tetto massimo da Bruxelles. Un vero e proprio freno per l’economia romena, contro cui è stata messa in atto una politica economica di rigore e restrizioni, al fine di ottenere otto miliardi di fondi europei, ora a rischio.
L’esecutivo era formato da altri partiti minori europeisti, come l’Unione “Salva Romania” (Usr) e l’Unione democratica magiara della Romania (Udmr), oltre appunto ai socialdemocratici. Tutti uniti contro l’Aur che, nelle legislative del dicembre 2024, era arrivata seconda. Per fare fronte al citato deficit, il governo liberal-liberista aveva approvato una serie di misure estremamente impopolari, che non potevano far altro se non produrre, prima o poi, una crisi di governo. “A giugno – informa “Il Post” – il governo di Bolojan aveva approvato una serie di riforme di austerity molto impopolari, allo scopo di tagliare le spese e aumentare le entrate. Aveva aumentato l’Iva e le accise e introdotto nuove tasse per il settore bancario e delle scommesse, oltre a mettere un tetto agli stipendi e alle pensioni dei dipendenti pubblici”. Come se non bastasse, “a settembre aveva aumentato l’età pensionabile dei magistrati e introdotto uno stipendio massimo (misura poi annullata dalla Corte costituzionale), riformato il sistema sanitario e quello amministrativo”.
Troppo per i socialisti, che avevano auspicato la nascita di un nuovo esecutivo senza Bolojan. “La linea ufficiale del Psd, espressa dal leader Sorin Grindeanu – scrive Mihaela Iordache su “Osservatorio Balcani, Caucaso, Transeuropa” – si concentra sul rifiuto appunto delle misure di austerità. ‘Non possiamo accettare politiche che gravano in modo sproporzionato sui cittadini’, ha dichiarato il leader socialista, richiamando inflazione e malcontento diffuso. Inoltre, Grindeanu ha dichiarato che non potrà mai pretendere che la socialdemocrazia partecipi all’attuale ‘simulacro di governo’, affermando che la leadership disastrosa del primo ministro Ilie Bolojan deve cessare”.
Una presa di posizione quasi obbligata, per il partito, in vista delle elezioni del 2028 (salvo eventuale voto anticipato), alle quali la principale organizzazione della sinistra romena non vuole arrivare pagando il prezzo di misure “lacrime e sangue”. Il Psd fu fondato, nel 2001, risultato dell’unione del Partito della democrazia sociale di Romania (Pdsr) con il Partito socialdemocratico romeno (Psdr), erede dell’omonimo partito nato nel 1927, sciolto nel 1948 sull’onda dell’instaurazione dei regimi comunisti a partito unico. Da allora, il partito alternò anni di governo ad altri di opposizione, riuscendo comunque a ottenere l’ingresso del Paese nella Nato, nel 2004, e nell’Unione europea nel 2007, mentre come partito riuscì a fare ingresso nel 2003 nell’Internazionale socialista e, due anni dopo, nel gruppo dei socialisti europei. Dal canto suo l’Aur – fondato nel 2019 da George Simion e Claudiu Târziu, attivo anche nella vicina Moldavia – si è trovato a ricoprire un ruolo complicato: da un lato, è una forza politica determinante nella formazione di un nuovo governo; dall’altra, subisce un veto vincolante da parte del presidente della Repubblica, Nicușor Dan. Una posizione dettata dalla necessità di evitare di trasformare la Romania in una sorta di Ungheria 2.0, anche se la presenza dei socialdemocratici, poco inclini ad allearsi con i filorussi, dovrebbe scongiurare uno scenario del genere.
A proposito di scenari: “Il primo – sostiene Iordache – è la sopravvivenza del governo Bolojan come esecutivo minoritario. Si tratterebbe della soluzione più immediata, consentirebbe una certa continuità, soprattutto per rispettare gli impegni europei. Tuttavia, resta una formula fragile, esposta a negoziazioni continue. Un secondo scenario è quello di una rinegoziazione con il Psd e di un suo possibile rientro, anche parziale, nella maggioranza”. In entrambi i casi, si tratta di soluzioni possibili ma, al contempo, molto fragili. “Un terzo prevede – secondo la collaboratrice dell’“Osservatorio” – la formazione di una nuova maggioranza senza i socialisti, ma questa opzione appare limitata dalla posizione del presidente, che esclude il coinvolgimento di Aur, riducendo le combinazioni possibili. Infine, il quarto è quello delle elezioni anticipate. È una soluzione radicale, che comporterebbe un periodo di instabilità, ma potrebbe ridefinire il quadro politico in modo più netto. Resta, tuttavia, l’ipotesi meno probabile nel breve periodo”.
Va ricordato che, se tentassero di far nascere un inedito esecutivo, socialdemocratici ed estrema destra non avrebbero i numeri per formarlo, ed è altresì escluso che i partiti minori europeisti facciano parte di un governo che potrebbe essere in parte filorusso. Si parla anche di un governo tecnico, sostenuto da liberali e socialdemocratici, che però, qualora volesse mantenere la politica economica del governo appena entrato in crisi, durerebbe poco o potrebbe non nascere affatto, perché sarebbe una sorta di fotocopia di quello precedente. A questo punto, il voto anticipato non sarebbe certo un’ipotesi da escludere.
“Al di là delle dinamiche immediate – stando a Iordache – la crisi attuale mette in evidenza una tensione strutturale della politica romena: da un lato, la necessità di riforme profonde per rispettare gli impegni europei e garantire sostenibilità economica; dall’altro, la difficoltà di sostenere politicamente decisioni che producono costi immediati”.
Questa crisi dimostra, se ce n’era bisogno, che le rigide politiche liberiste imposte dall’Europa non funzionano, e tutto fanno fuorché l’interesse degli europei e delle europee, in questo caso dei quasi venti milioni di abitanti dell’ex Paese comunista. Se è vero che è insostenibile un deficit pubblico delle dimensioni che abbiamo ricordato, è altrettanto vero che misure restrittive rigide non premiano necessariamente l’economia, e di sicuro penalizzano, in questo caso, uno dei Paesi più poveri dell’Unione. Pur nelle differenze importanti che dividono i due Paesi, bisognerebbe imitare il modello spagnolo, fatto di politiche espansive coniugate con un rigore di bilancio, magari aiutando i Paesi più svantaggiati in un’ottica solidale. A Bruxelles non possono continuare a lamentarsi della crescita delle destre nazionaliste ed euroscettiche lasciando tutto com’è. Bene allora hanno fatto i socialdemocratici romeni a uscire dal governo, dimostrando che si possono criticare certe politiche da sinistra, e mettendo da parte, per una volta, la geopolitica (vedi qui).








