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La sorte degli ex mercati generali di Ostiense

La riqualificazione si è trasformata in un vero e proprio scontro, che supera i confini del dibattito urbanistico per entrare nelle aule di tribunale, grazie al Comitato “generali liberi”

23 Aprile 2026 Marianna Gatta  1324

Al centro del quartiere romano di Ostiense è sorto un lago, che oggi ospita specie proprie delle zone umide. Circondato dai suggestivi edifici abbandonati di inizio Novecento degli ex mercati generali, lo specchio d’acqua non segna però la nascita di un nuovo polmone verde – di cui la zona, ex industriale e ad alta densità abitativa, è affamata – ma l’imminente arrivo di una nuova colata di cemento.

Il progetto esecutivo, atteso nel corso di questo 2026 dopo la firma della convenzione, prevede la trasformazione di circa nove ettari di suolo pubblico, che passeranno nelle mani del fondo d’investimento texano Hines. Il piano prevede la costruzione di uno spazio polifunzionale che include uno studentato da circa duemila posti letto, 38mila metri quadri di piazze e aree verdi, oltre a più di duemila parcheggi. Sebbene il Comune di Roma vanti la riqualificazione, con un investimento totalmente privato di circa 380 milioni di euro, l’analisi dei costi rivela una sproporzione eclatante: a fronte di un valore di gestione stimato di tre miliardi e mezzo di euro, per i primi cinquantasette anni il fondo verserà all’amministrazione un canone annuo di soli 165mila euro, una cifra rimasta ferma ai parametri del lontano 2006.

Proprio appellandosi a questa sproporzione, il 15 aprile scorso, presso la Città dell’altra economia, il fronte civico anti-Hines ha ufficializzato una diffida legale contro Roma Capitale. È la presa di posizione ufficiale di un movimento dal basso di cittadine e cittadini, il Comitato generali liberi, che ha chiesto dei tavoli di partecipazione al Comune, e ha definito il progetto “l’ennesima occasione di business servita su un vassoio d’argento al privato”. Lo scorso 28 febbraio, dietro alle sagome cartonate delle nuove specie anfibie e volatili che ora occupano lo spazio degli ex mercati, migliaia di persone hanno chiesto che la progettazione della nuova area polifunzionale sia subordinata agli interessi delle e degli abitanti, e non a quelli di un fondo finanziario statunitense.

Per comprendere la gravità della situazione è necessario ripercorrere una storia iniziata nel 2002, quando le attività dei mercati furono trasferite a Guidonia. Da allora i padiglioni del 1922, vincolati dalla Soprintendenza per il loro valore storico, sono rimasti inutilizzati nonostante fossero in buono stato, finendo per degradarsi. Nel 2003, una gara internazionale vinta dallo studio Oma, dell’archistar Rem Koolhaas, promise la nascita della Città dei giovani, promossa dall’allora sindaco Walter Veltroni, un progetto con un respiro culturale ben più ampio dell’attuale. Quella visione destinava il 40% degli spazi alla cultura e al tempo libero, includendo una mediateca, un teatro da tremila posti, terme, asili nido e consultori. Tuttavia, dopo la firma della convenzione nel 2006 con la società Lamaro, i lavori si fermarono quasi subito e il progetto fu oggetto di continue rimodulazioni volte a favorire gli interessi privati, fino all’intervento dell’Autorità nazionale anticorruzione, che portò alla revoca delle varianti precedenti per il forte squilibrio riscontrato tra vantaggi imprenditoriali e interesse collettivo. Paradossale, perciò, che oggi l’intervento sia completamente privato.

 Se il cuore dell’investimento è tuttora uno studentato, presentato come risposta all’emergenza abitativa dei giovani, a molti questo sembra uno specchietto per le allodole. Con stanze singole che superano i mille euro al mese, la struttura risponde alle logiche del mercato turistico-ricettivo piuttosto che a quelle della residenzialità universitaria pubblica. E non è la prima volta che accade. La ricerca accademica definisce questo fenomeno come “studentificazione”, ovvero l’uso di alloggi di lusso per innescare la gentrificazione e l’espulsione dei residenti storici dai quartieri popolari. Chiamando queste strutture communities e offrendo servizi all-inclusive, si trasforma l’abitare in un servizio ad abbonamento che esclude la reale popolazione studentesca priva di capitali, e riduce la socialità al consumo, innescando una rigida divisione di classe.

Il fenomeno è stato approfondito da Alessandro Bozzetti, Silvia Bartolucci e Giulia Marzani, ricercatore e ricercatrici del Dipartimento di architettura dell’Università di Bologna, con uno studio pubblicato sulla rivista “Autonomie locali e servizi sociali”, che si concentra sulla città di Bologna. Secondo la ricerca, attualmente, meno del 5% della popolazione studentesca può accedere a un posto in una residenza, un dato che evidenzia una carenza strutturale a fronte di una domanda in costante crescita. Comuni, municipi e università hanno avuto accesso ai fondi del Pnrr, per ovviare alla problematica, aprendo così un’occasione di business per gli investimenti privati, che sfruttano aree pubbliche per realizzare i Pbsa (Purpose Built Student Accommodation), alloggi a prezzi di mercato inaccessibili, trasformando un servizio sociale in un asset speculativo. Un esempio è quello di The Social Hub a Roma, di proprietà di una società olandese, nato sulle macerie dell’ex Dogana, in via dello Scalo San Lorenzo, a un isolato dalla Sapienza. Anche lì si era parlato di uno spazio esterno ristrutturato e reso pubblico: oggi non è altro che il giardino dall’atmosfera industrial di un hotel di lusso.

Alla questione degli ex mercati generali si aggiunge poi la necessità di proteggere un nuovo ecosistema fluviale spontaneo, come per il lago Bullicante dell’ex Snia. In vent’anni, mentre si discuteva sulle sue sorti, la natura ha lavorato in autonomia riappropriandosi degli spazi. Un fenomeno di rinaturazione spontanea, che il collettivo di ricerca artistica e architettonica Stalker ha approfondito, organizzando nel 2024 una mostra laboratorio dal titolo “Mercati generali – la natura al lavoro”. Migliaia di salici, pioppi bianchi e cannucce palustri sono cresciuti sopra l’antico alveo del fiume Almone, agendo come filtro contro l’inquinamento e da regolatore termico contro le ondate di calore. La diffida legale del Comitato generali liberi contesta duramente l’assenza di una Valutazione di impatto ambientale (Via), obbligatoria per legge sopra i trecento milioni di spesa. Secondo gli esperti, distruggere questa biodiversità preziosa – per realizzare piazze pavimentate con il verde in vasi – rappresenta un danno ecologico irreversibile e una perdita economica calcolata in circa settantamila euro per ettaro all’anno, in termini di servizi ecosistemici perduti.

È l’ennesimo episodio che solleva una riflessione profonda sui processi di speculazione e sulla progressiva scomparsa degli spazi di socialità gratuita nelle città contemporanee. Già nel 1968, il filosofo francese Henri Lefebvre insisteva sul concetto di “diritto alla città”, non considerando solo il diritto ad attraversare gli spazi urbani, ma anche quello alla riappropriazione in termini progettuali e comuni di strade e piazze. Quando solo il 6% della superficie edificata rimane realmente fruibile senza obbligo di acquisto, la città smette di essere un luogo di incontro per diventare un arcipelago di zone private recintate dove ogni attività è mediata dal consumo.

Come scrive Agostino Petrillo (vedi qui), quando si parla di rigenerazione urbana si rischia di passare dal concetto di commoning space a quello di un bene pubblico ceduto al privato. Il caso di Ostiense è l’emblema di un modello di sviluppo in cui il diritto all’abitare, e l’uso sociale del suolo, vengono sacrificati sull’altare della redditività finanziaria. Il Comitato, attraverso la voce di esperti e attivisti, rivendica una progettazione partecipata, che conservi il valore naturalistico del sito e lo restituisca alla cittadinanza come bene comune, contrastando un’idea di città in cui il pubblico si limita a ratificare le decisioni dei grandi investitori immobiliari. La battaglia legale intorno agli ex mercati generali è perciò solo il primo passo di una sfida più ampia, per rimettere al centro della politica capitolina i bisogni reali degli abitanti e la tutela del territorio.

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TagsComitato generali liberi ex Mercati generali fondo Hines Marianna Gatta Ostiense riqualificazione urbana Roma

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