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Italia e Francia, una sola battaglia

20 Marzo 2026 Rino Genovese  1074

Domenica si vota al referendum in Italia e per il secondo turno delle municipali in Francia. Due consultazioni altrettanto importanti, ambedue nel segno di una stessa battaglia europea per fermare le destre. Nella prima, com’è noto, si tratta di difendere l’equilibrio dei poteri stabilito dalla Costituzione, e di dare un primo colpo al governo Meloni e ai suoi disegni, in vista del 2027, anno delle elezioni generali. E non si tratta neanche soltanto di questo: c’è una partita nella partita, che consiste, ancora una volta, nell’opporsi alle fastidiose, spesso amplificate dai media, aspirazioni della destra del centrosinistra, che mira a ridimensionare l’attuale segreteria del Pd e a impedire una leadership di Schlein alle prossime elezioni, fingendo di occuparsi della questione puramente tecnica della separazione delle carriere dei magistrati. Ma come non vedere che quella della “separazione” non è affatto la posta in gioco, e che lo è invece la proposta di sorteggi-farsa che ridurrebbero l’indipendenza e l’autonomia della magistratura, ponendo inoltre sotto minaccia, tramite l’istituzione di un’Alta corte disciplinare controllabile dalla maggioranza politica del momento, i giudici scomodi?

In Francia, al primo turno, le cose non sono andate male: la sinistra, nel suo complesso, ha tenuto, pur con un aumento dell’astensione rispetto alle elezioni legislative del 2024, dimostrando, una volta di più, di essere maggioranza relativa nel Paese. Ma attenzione: lo è come sinistra nella sua interezza (in Francia del resto non esiste il centrosinistra, il centro macroniano, peraltro in forte ridimensionamento, essendo orientato a un’alleanza con la destra cosiddetta moderata), cioè se si comprende nell’insieme la France insoumise di Mélenchon. In questo senso, non vanno viste di buon grado le rimostranze, quando non le strampalate messe al bando, provenienti soprattutto dall’interno del Partito socialista, contro il leader dei “non sottomessi”. Sono infatti prive di senso politico. Come ha detto la dirigente ecologista, Marine Tondelier, vengono da coloro che “vorrebbero regnare su un cimitero”, intendendo con esso la sconfitta definitiva della sinistra.

Chi segue questo giornale sa che non abbiamo mai risparmiato le critiche a Mélenchon. Non ci piacciono né il suo leaderismo spinto fino al narcisismo egolatra, né l’ostinazione a candidarsi alla presidenza della Repubblica (se, come previsto, lo farà anche nel 2027, sarà per la quarta volta), senza alcuna concreta speranza di arrivare al ballottaggio. Una pretesa eccessiva, dato che il suo movimento sta di fatto tra il dieci e il dodici per cento, e che solo la mancanza di altre figure appariscenti a sinistra lo condusse, nel 2022, ad arrivare terzo dietro Macron e Marine Le Pen, che si disputarono la “finale”. Cosicché, con una sua ricandidatura in solitaria nel 2027, cioè con la sinistra divisa, si può già essere certi che al ballottaggio arriverà o un clone di Macron o uno ancora più a destra di lui.

Ciò detto, Mélenchon non è un antisemita, come si vuol far credere. È un’altra cosa: un elettoralista che cerca – con grande sforzo, e solo in parte riuscendoci – di far votare i giovani delle banlieues di seconda e terza generazione post-immigrazione. E lo fa solleticando, effettivamente, i loro istinti antisemiti, non proponendosi di educarli politicamente a distinguere lo Stato di Israele dagli ebrei in quanto tali. Intendiamoci, non è un difetto da poco – ma non è neppure qualcosa che non rientri nel suo “fare da tribuno”, e che non possa essere messo sul conto del suo semplice elettoralismo, appunto. La vera questione, che traspare dalle accuse a Mélenchon, sarebbe piuttosto la seguente: che cosa hanno fatto il Partito socialista e il Partito comunista per portare alle urne e, più in generale, per inserire nella vita politica del Paese quelli delle periferie disagiate? Si pensi, per fare un esempio, che alla Courneuve, cittadina di sessantamila abitanti nella cintura rossa di Parigi, storicamente amministrata dai comunisti, oggi solo in quanto alleato con un candidato sindaco della France insoumise il Pcf potrà restare al governo.

E veniamo a Parigi. Qui, al primo turno, il candidato della continuità con la giunta comunale uscente, il socialista Emmanuel Grégoire, è arrivato in testa con un’alleanza che esclude la France insoumise, rappresentata da Sophia Chikirou (tra parentesi, la compagna di Mélenchon). Per il secondo turno, Grégoire ha rifiutato la proposta di una fusione delle liste con Chikirou; e questa, per ritorsione, non ha ritirato la propria candidatura (una desistenza scattata invece a Marsiglia, dove il sindaco di sinistra uscente dovrà vedersela, al secondo turno, da solo, e quindi in posizione vincente, con il candidato dell’estrema destra). Grégoire si è preso questo rischio, pur in presenza, come concorrente alla carica di sindaca, di una delle figure peggiori della politica francese: quella Rachida Dati, opportunista, arrivista, probabilmente corrotta come il suo ex mentore Sarkozy, appoggiata oggi non solo dalla destra ex gollista ma da Macron in persona. Beh, si può dire che Grégoire rischi davvero, in quanto dall’altra parte un accordo c’è stato, sia con la fusione delle liste di Dati con quelle di un altro candidato centrista, sia con la desistenza della candidata di estrema destra arrivata a superare di poco il 10% (si tratta di Sarah Knafo, tra parentesi la compagna del “vampiro” Zemmour, più estremista degli stessi lepenisti).

Insomma – anche volendo considerare il calcolo del “voto utile”, che spingerebbe una porzione degli elettori di Chikirou a convergere al secondo turno su Grégoire, e, al tempo stesso, quelli più di centro (o ebrei: si consideri che Parigi, dopo Londra, ha la comunità ebraica più numerosa d’Europa) a votare per la continuità con l’amministrazione uscente, soddisfatti dalla non inclusione dei reprobi melenchoniani –, anche così, resta il fatto che la Parigi che si ha in mente è quella bobo, ossia la Parigi di sempre, con un’egemonia borghese progressista da cui siano tenuti fuori gli sporchi e cattivi che scelgono la France insoumise. Una sinistra che alla fine potrà pure risultare vincente e seguitare ad amministrare Parigi, ma che si è auto-amputata di una cospicua componente della sua ragione sociale.

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Tagsdestra elezioni municipali 2026 France Insoumise Francia Italia referendum giustizia Rino Genovese sinistra

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