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In Libano la rabbia impotente di Israele

A dispetto delle perdite recenti, Hezbollah combatte ancora. Il governo Netanyahu è in un vicolo cieco. Ma nel Paese dei cedri la situazione è al limite di una nuova guerra civile

19 Marzo 2026 Eliana Riva  1204

Nonostante Israele ci provi seriamente, anche contro tutte le leggi internazionali e del diritto di guerra, non sembra riuscire ad annientare i suoi nemici. Perché è questo l’obiettivo che il governo di Benjamin Netanyahu e dei suoi alleati ultranazionalisti si è dato. È questo ciò che promette alla popolazione israeliana, e ciò che la popolazione ebraica del Paese si aspetta e sostiene con una larghissima maggioranza. Non si tratta di raggiungere un accordo, non basta che il nemico riconosca la sconfitta, nemmeno che prometta di deporre le armi. L’unica vittoria accettabile è l’annientamento fisico dei rivali dell’area, e l’occupazione dello spazio geografico e politico che essi abitano.

Ma due anni di genocidio a Gaza non hanno cancellato Hamas, così come i crateri di Beirut e il sangue sui cercapersone non sono bastati a distruggere Hezbollah. Anche se i vertici sono decapitati, anche se i leader militari, politici e religiosi sono stati stanati e fatti a pezzi, il movimento sciita libanese è lì – a lanciare i suoi razzi e ad affrontare uno per uno i soldati israeliani sul terreno. Il partito islamista della Striscia ha ripreso il controllo politico e armato il giorno dopo il ritiro dei militari di Tel Aviv. Eppure, Gaza è distrutta, continua impietosamente a essere assediata e affamata, la popolazione civile è vittima di una gigantesca punizione collettiva.

Nelle ultime settimane, i vertici israeliani annunciano con crescente fervore che il trattamento riservato alla Striscia riguarderà ora anche il Libano, che città e quartieri interi verranno rasi al suolo come Khan Younis. Ma se sarà “dottrina Gaza”, sarà fallimento, perché il nemico non sparirà. Tel Aviv è conscio della propria schiacciante superiorità tecnica, è consapevole dei punti deboli dei rivali, la sua intelligence gli consente di essere ovunque e in qualunque momento (o quasi). Ma sembra continuare a ignorare quanto la resistenza sia ramificata e quanto il tessuto sociale sia permeabile alla sua evoluzione. Sottovaluta, anzi, un dato fondamentale: i movimenti sono nati proprio da quella società sulla cui composizione, seppure non in assoluto, Israele ha avuto un ruolo storico di primo piano.

Il Libano non sarebbe quello che è se non ci fosse stata la Nakba, se Israele non avesse cacciato i palestinesi dalla propria terra, se non avesse costretto circa duecentomila persone a rifugiarsi nel Paese, se non avesse impedito loro di ritornare in Palestina. Il destino del Libano è legato alla presenza della resistenza palestinese, tra assalti di Tel Aviv e guerra civile. Hezbollah, in fondo, è nato sulle macerie dell’invasione israeliana del 1978, quando la popolazione percepiva chiaramente che Israele non intendeva semplicemente “liquidare” la resistenza palestinese, ma progettava un’occupazione di aree importanti del territorio, che comprendeva fondamentali risorse naturali. Cacciati i combattenti dell’Olp (Organizzazione per la liberazione della Palestina) e le nazioni straniere (la Siria in particolare), Tel Aviv pianificava l’ascesa di una leadership politica cristiano-maronita fedele e amica. Che non rappresentava, però, in alcun modo la complessità confessionale e politica del Libano. Di certo non la comunità sciita, la quale, intanto, aveva trovato nuovo spirito e unione con la rivoluzione iraniana del 1979.

Hezbollah, negli anni, è diventato uno “Stato” a tratti più forte dello Stato stesso, perché, oltre al consenso popolare nelle urne e fuori, rappresentava l’unica organizzazione armata in grado di opporsi a Israele. Il governo centrale si disarmava e indeboliva per tentare una pace impossibile con lo Stato ebraico, che lo pretendeva totalmente innocuo e asservito. Ma al tempo stesso Beirut appaltava la sua difesa ai protagonisti non statali. Ufficialmente, una presenza armata non condivisa dal potere centrale, che però, in diversi momenti, ha contato su di essa per evitare l’occupazione e il controllo completo da parte di Tel Aviv.

Anche parte della comunità non sciita riconosce l’importanza e il sacrificio di Hezbollah. Non mancano certo i critici, coloro che vorrebbero la pace a ogni costo e che ritengono che Hezbollah – e la presenza palestinese – siano la causa dei guai del Paese. Ma anche per loro è difficile credere alla buona fede di Israele, che ha violato migliaia di volte il “cessate il fuoco”, mentre Hezbollah non rispondeva ai bombardamenti, alle stragi, agli omicidi extragiudiziali. Tel Aviv ha provocato per più di un anno il gruppo sciita, continuando ad ammazzare leader, combattenti, civili. Nonostante gli accordi, ha mantenuto l’occupazione del sud del Paese, lasciando che i suoi “coloni” entrassero per passeggiate religiose e di interesse immobiliare. I carri armati hanno scorrazzato senza limite per i villaggi del sud, terrorizzando e attaccando la popolazione. I militari dello Stato ebraico hanno preso di mira con droni e granate finanche le postazioni dell’Unifil, la forza di interposizione delle Nazioni Unite. Gli aerei hanno lanciato pesticidi chimici sui terreni libanesi, per creare “aree morte”, ampie zone senza vita, allo scopo di impedire il ritorno dei cittadini sfollati. E infine, nelle ultime settimane, Tel Aviv ha letteralmente ignorato i tentativi di negoziazione del governo libanese. Perché – è chiaro come il sole – quella che Israele chiama pace, nella realtà coincide con distruzione, controllo e occupazione. A Gaza come in Libano, in Siria come in Iran. È quello che continuano a ripetere i membri del governo Netanyahu e che l’Occidente, l’Europa in particolare, finge di non sentire.

L’Unicef ha fatto sapere che, in quindici giorni, da quando con gli Stati Uniti ha attaccato l’Iran, lo Stato ebraico ha ucciso o ferito ogni ventiquattr’ore l’equivalente di una classe scolastica piena di bambini. Al 18 marzo, 111 ne sono stati ammazzati e 334 sono rimasti feriti. Sono stati attaccati edifici civili, il lungomare con le tende degli sfollati, strutture bancarie, centri medici. Il personale sanitario è stato particolarmente preso di mira. Dodici ne sono stati uccisi in una volta sola a Burj Qalaouiyah, dove Israele ha bombardato una clinica. Almeno trentotto operatori sanitari sono stati uccisi in due settimane. Più di novecento persone sono state eliminate, per la maggior parte civili, e il 15% del Paese è stato sfollato.  

Diversi quartieri, nel cuore di Beirut, sono stati presi di mira (Bashoura, Zokak al-Blat, Basta). Israele ha raso al suolo un palazzo di quindici piani, con l’accusa generica di contenere i finanziamenti di Hezbollah. Bilal R. Kaafarani, professore di chimica all’American University of Beirut, come tante altre famiglie, possedeva un appartamento in quel palazzo. Così ha scritto sui social in seguito alla sua distruzione: “Ho volutamente evitato di pubblicare contenuti sui social media per un po’ di tempo. Utilizzo tutte le mie piattaforme social per promuovere l’istruzione e realizzare i sogni dei giovani. Raramente pubblico qualcosa che riguardi la famiglia o la politica. Stamattina, Israele ha demolito l’edificio in cui ho un appartamento. Ci sono voluti ventidue anni del mio lavoro e vent’anni del lavoro di mia moglie per poterlo acquistare. Questa follia deve finire”.

Le aree che Israele sta attaccando sono piene di civili, in una città con una densità abitativa già importante, aumentata dopo gli ordini di sfollamento forzato lanciati da Tel Aviv. Sono ormai più di un milione gli sfollati interni, che vivono per la maggior parte in condizioni di enorme difficoltà. Chi ha potuto è andato da amici e parenti. Tanti altri vivono nei rifugi, nelle tende, in macchina, oppure in catapecchie affittate a prezzi esorbitanti, dove spesso mancano mobili, riscaldamento e acqua calda. I palestinesi dei campi profughi sono i più colpiti. Accade che i rifugi ufficiali non li accettino, e così non sanno dove andare.

Intanto sul terreno, nel sud, si combatte. Hezbollah non ferma il lancio di razzi e di Rpg che colpiscono i carri armati israeliani. Il numero di soldati uccisi e feriti comincia a diventare importante. Le unità d’élite del gruppo sciita conoscono bene il terreno su cui stanno combattendo, e sanno di poter bloccare e ricacciare gli israeliani, perché lo hanno già fatto. Nel 2006, hanno già combattuto una lotta per la sopravvivenza, e sono riusciti a fermare l’avanzata dei soldati in quella che viene ancora ricordata come una battaglia eroica. Le montagne del sud sono disseminate di rifugi, trappole e postazioni nascoste, e i combattenti agiscono con un certo grado di indipendenza dal potere centrale, evitando così che le comunicazioni e i comandi vengano intercettati, aumentando la velocità decisionale, e dunque quella delle azioni militari.

Hezbollah ha fatto sapere che sta attaccando il nord d’Israele e, in contemporanea, i punti dei soldati di Tel Aviv in Siria, mirando alle postazioni che occupano oltre il confine. Secondo alcune voci, gli Stati Uniti starebbero facendo pressioni sul nuovo alleato siriano, l’autoproclamato presidente Ahmad al-Sharaa, affinché mandi i suoi uomini ad aiutare Israele contro Hezbollah. La Casa Bianca, di recente, ha smentito l’ipotesi. Damasco, però, sta tentando diverse strade per ottenere un riconoscimento e negoziati diretti con Tel Aviv. Lo Stato ebraico, nonostante le pressioni di Trump, è restio a un riconoscimento ufficiale dell’ex jihadista al-Sharaa, e resta più interessato a occupare in totale libertà e impunità parte della Siria meridionale.

Entro la fine dell’anno, l’Unifil dovrà andare via, il Consiglio di sicurezza dell’Onu lo ha deciso all’unanimità. Non che la presenza dei caschi blu rappresenti un ostacolo all’attuale scontro. Ma liberarsi dei testimoni internazionali potrebbe rappresentare un punto a favore di Israele. Hezbollah si sta preparando a una battaglia che potrà essere molto lunga. Ma più su, a Beirut, potrebbe avvenire qualcosa di ancora più tremendo per il Paese. Una guerra civile che lacererebbe nuovamente il tessuto sociale, riaprendo vecchie e sanguinose ferite mai completamente rimarginate.         

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