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E allora in Francia?

23 Marzo 2026 Rino Genovese  549

Una bella vittoria, per nulla scontata, quella di Emmanuel Grégoire a Parigi, che raggiunge la maggioranza assoluta dei voti, davanti a una Rachida Dati ferma al 41% (con la candidata della France insoumise che prende l’8%, solo un paio di punti in meno rispetto al primo turno). E tuttavia non è facile dire quale sia la lezione da trarre da queste municipali francesi. Se a Nantes, a Brest, a Lione, come pure a Limoges e a Tolosa, l’Unione della sinistra (cioè i socialisti, i comunisti e gli ecologisti) è venuta a patti con i melenchoniani al secondo turno, non sono stati però univoci i risultati. A Nantes e a Lione, dove sono stati rieletti la sindaca socialista e il sindaco ecologista, l’alleanza larga ha pagato; ma è vero che a Brest, sottratta ai socialisti dopo moltissimi anni dal candidato della destra moderata, le cose sono andate male, e così anche a Limoges e a Tolosa; mentre a Marsiglia, dove c’è stata la desistenza del candidato melenchoniano dinanzi alla minaccia di una vittoria di quello dell’estrema destra, il socialista uscente l’ha spuntata alla grande. Insomma, la strategia a geometria variabile ha pagato e non ha pagato a seconda dei casi: e forse l’unica lezione che si può trarre da questa seconda tornata elettorale è che, nel suo insieme (come abbiamo scritto qui), la sinistra è sì forza di maggioranza relativa nel Paese, ma che la sua semplice sommatoria aritmetica non è sufficiente ad assicurarle la vittoria.

A fare la differenza, prescindendo ora dalle elezioni locali, potrebbe essere uno scatto in più. La France insoumise dovrebbe riconoscere che non può farcela da sola, e che una candidatura di Mélenchon alle presidenziali è perdente (i melenchoniani hanno conquistato, del resto, soltanto due centri di rilievo, Saint Denis, già al primo turno, e Roubaix al secondo), mentre gli altri partiti dovrebbero accettare che il “populismo di sinistra” riesce a interloquire con soggetti sociali a loro pressoché estranei. Un episodio a Lille (dov’è stata riconfermata l’amministrazione di sinistra uscente, senza i melenchoniani), riportato da “Le Monde”, la dice lunga: una giovane infermiera, transfrontaliera con il Belgio perché negli ospedali di questo Paese si può indossare il velo, proibito al contrario in quelli francesi, domandava istruzioni circa il secondo turno – evidentemente non avendo mai partecipato a nessuna elezione in precedenza –, per votare la candidata della France insoumise considerata identica a lei, quella Lahouaria Addouche rivelatasi come la novità della campagna elettorale, con un 33,7% che l’ha vista arrivare in seconda posizione nel “quadrangolare” (cioè nel ballottaggio a quattro liste, considerando che a qualificarsi sono quelle che abbiano raggiunto almeno il 10% al primo turno). È un piccolo segno della necessità della sinistra di unirsi, come peraltro già avvenuto nel recente passato, per sbarrare la strada alla destra mediante la costruzione di un fronte sociale vasto.

E veniamo appunto alle destre, a quella moderata – di fatto un centrodestra, che vede sempre più i centristi macroniani in posizione subordinata –, e a quella estrema. Questa seconda canta vittoria, ma in realtà ha conquistato per lo più dei piccoli centri, confermando che la sua crescita non è affatto irresistibile. Nizza è la sola città importante che la vedrà in maggioranza grazie al vincente Éric Ciotti, capo di un gruppo che già due anni fa, a livello nazionale, ha lasciato la destra moderata per stringere alleanza con i lepenisti, e che ha scalzato il sindaco centrista uscente. Ma qui – bisogna dirlo – c’è una responsabilità della candidata ecologista e della sua lista di sinistra, che non si sono ritirate al secondo turno, raggiungendo un ragguardevole 14,2%, che avrebbe parecchio giovato al centrista arrivato a una decina di punti di distacco da Ciotti.

Tra gli esponenti del centro, l’ex primo ministro di Macron, Edouard Philippe, proveniente dalla destra ex gollista, riconfermato sindaco di Le Havre, è di sicuro quello meglio piazzato oggi per arrivare al ballottaggio delle presidenziali l’anno prossimo. Lui incarna appunto l’idea di una candidatura unica della destra e del centro, che dovrebbe poi vedersela, nello scontro finale, con la candidata o il candidato dell’estrema destra.

Sarebbe una vera iattura per la sinistra, nel suo complesso, dovere finire con l’appoggiare il centrista al fine di evitare il peggio. Una prospettiva che sarebbe invece fugata da una candidatura unica al primo turno, che vedesse, con i socialisti, i comunisti e gli ecologisti, anche la France insoumise; ma che purtroppo non sembra si stia delineando, se si pensa a come la stessa ala sinistra del Partito socialista (che esprime il segretario Olivier Faure), per la scelta del candidato alle presidenziali, sia orientata piuttosto verso delle primarie che escludano il movimento di Mélenchon.

Post-scriptum – Questo pezzo viene licenziato in un momento in cui ancora nulla si sa del risultato del referendum in Italia, che ci vede con il fiato sospeso, dopo che un’affluenza ben superiore alle attese ha fatto saltare tutte le previsioni…

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