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Home » Articoli » In Germania i giovani contro la legge sulla leva

In Germania i giovani contro la legge sulla leva

Ma quello di un possibile ritorno a forme di coscrizione obbligatoria è un problema che riguarda anche l’Italia

13 Marzo 2026 Marianna Gatta  1207

Al grido di The rich want war, the youth a future (“I ricchi vogliono la guerra, la gioventù un futuro”), si riunisce la generazione Z tedesca. Oltre cinquantamila studenti e studentesse, in centotrenta diverse città della Germania, sono scesi in piazza, nella prima settimana di marzo, contro la nuova legge sulla leva. Lo scorso 5 dicembre, il Bundestag ha approvato una norma che impone ai diciottenni maschi (nati dopo il 31 dicembre 2007) un questionario su competenze e disponibilità all’arruolamento e visite mediche previste dal 2027. Se il servizio vero e proprio rimane su base volontaria, il governo si riserva la possibilità di chiamare i coscritti se non si arriva a 260.000 unità entro il 2035 – a metà del 2025, la Bundeswehr, cioè le forze armate tedesche, ne contava circa 184.000. Per ora, le giovani donne non verranno chiamate; tuttavia, chi effettua la transizione di genere, da femmina a maschio, è obbligato a comunicarlo tempestivamente agli uffici di reclutamento.

Ai ragazzi tedeschi si offrono condizioni invitanti: stipendi di oltre 2600 euro lordi al mese, oltre a brevetti e patenti speciali, costose e di difficile accesso. Inoltre, le reclute, in tempi di pace, non potranno essere inviate in missioni all’estero, come in Ucraina. Nonostante ciò, i sondaggi hanno rivelato che la misura è decisamente impopolare: il 63% dei giovani, tra i 18 e i 29 anni, rifiuta la nuova legge sulla leva. “Spedite Friedrich Merz in prima linea!” – urlavano in strada a Berlino, giovedì scorso – e “Coscrizione obbligatoria, mai più!”.

Come scriveva Agostino Petrillo nel giugno scorso (vedi qui), la legge sulla leva non è una manovra isolata: il Paese sta investendo pesantemente nella difesa. Nei prossimi cinque anni, sono in gioco fino a 649 miliardi di euro: per formare, come ha detto il cancelliere Merz, l’“esercito convenzionale più forte di Europa” (che paura detto da un Paese con un passato come quello tedesco!), il governo ha modificato le rigide regole costituzionali di spesa, consentendo un massiccio aumento delle spese militari. Berlino si è impegnata a impiegare il 3,5% del Pil entro il 2029, cioè una cifra stimata di 152 miliardi di euro all’anno, superiore ai budget della difesa previsti per Francia e Regno Unito messi insieme. Con questa nuova iniezione di liquidità, è iniziato un riarmo massiccio, oro nelle tasche della Rheinmetall (la Leonardo tedesca), le cui azioni sono aumentate di ben ventuno volte dal 2022. Tra le pericolosissime armi acquistate, i nuovi caccia F-35, elicotteri Chinook, missili da crociera Tomahawk, droni kamikaze, sistemi di difesa aerea, veicoli corazzati, e c’è persino un investimento in materiale bellico spaziale. Queste manovre non sono altro che un atto di salvataggio industriale. Se infatti le aziende automobilistiche tedesche subiscono, ormai da anni, una forte crisi, con la concorrenza delle marche asiatiche, la soluzione che fornisce il governo è la riconversione militare. Il problema è la lungimiranza.

Con il motto “mai più”, la Germania guidava l’antifascismo europeo, con una normativa stringente su simboli e slogan, e inoltre con politiche all’avanguardia sul clima. Sembra però che la serpe nera fosse solo nascosta sotto il tappeto. Alle elezioni in Baden-Württemberg, dell’8 marzo scorso, l’estrema destra populista ha ottenuto il 18,8%, circa il doppio rispetto alle elezioni del 2021, e il miglior risultato mai ottenuto in uno Stato dell’ovest del Paese. A vincere le elezioni, però, sono stati ancora i verdi, già alla guida del Land, anche se per pochi voti (secondo i risultati provvisori, il 30,2%, contro il 29,7% della Cdu).

Nel podcast di “Internazionale”, Nel nido dei serpenti, prodotto da Zerocalcare (su cui vedi qui un intervento di Luca Baiada), si ripercorre la vicenda di Maya T., l’attivista estradata in Ungheria con l’accusa di avere aggredito alcuni neonazisti a Budapest, nel febbraio 2023; vi si racconta una Germania diversa da quella che ricordiamo. Sono tornati i simboli propri del nazifascismo, e la vergogna e il senso di colpa che serpeggiavano nel Paese, dal secondo dopoguerra, sembrano avere lasciato spazio a un senso di ingiustizia e di tradimento, sentimenti propri, invece, della fine del primo conflitto. Lontani dal Paese accogliente di dieci anni fa – quello in cui Merkel, seppure con fare estremamente paternalistico, si confrontava in televisione con le bambine siriane in fuga dal conflitto –, oggi le nuove generazioni devono misurarsi sia con il pericolo della coscrizione obbligatoria sia con una destra pericolosa.

In Italia, invece, in concomitanza con l’escalation militare tra Stati Uniti-Israele e Iran, la pubblicazione delle liste di leva, da parte dei Comuni italiani, ha riacceso timori e polemiche. In realtà, si tratta di un semplice automatismo amministrativo: sebbene il servizio militare sia sospeso dal 2005 (Legge 226/2004), non è mai stato formalmente abolito, e l’aggiornamento delle liste, per i nati nel 2009, è dunque un atto dovuto per mantenere un’anagrafe aggiornata, nel caso remoto in cui la leva debba essere ripristinata per emergenze eccezionali o stati di guerra.

Per indicare la leva obbligatoria, si usava il termine “naja”. È curioso notare come suoni simile all’espressione tedesca na ja – una sorta di “così così” o “beh” –, ma la sua origine è ben diversa: deriva probabilmente dal dialetto veneto o friulano e rimanda alla “razza”, nel senso delle classi di leva, o, forse più simbolicamente, alla “tenaglia”, evocando così l’immagine di una morsa che strappa i giovani da casa per proiettarli in una vita dura e disciplinata. Questo sembra rialimentare i sogni di una certa destra. Mentre il presidente del Senato, Ignazio La Russa, promuove da tempo la “mini-naja”, un addestramento volontario di quaranta giorni, il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha messo in evidenza l’impreparazione del Paese in caso di attacco, segnalando una preoccupante carenza di personale: a fronte di 138.000 effettivi ritenuti necessari, nel 2023 se ne contavano appena 93.000. Un vuoto che riporta al centro del dibattito, inevitabilmente, il tema della coscrizione obbligatoria.

Insomma, la generazione Z italiana ed europea potrebbe seguire le sollevazioni di un movimento globale e internazionalista – dal Marocco al Nepal – e riprendersi lo spazio pubblico. Migliaia di giovani in piazza per rivoltarsi contro un sistema in cui non si riconoscono, e che ora vorrebbe anche trasformarli in soldati? Intanto, in Germania, la protesta continua: gli studenti hanno pianificato il prossimo sciopero per l’8 maggio, nel giorno dell’anniversario della liberazione della Germania dal nazismo. Seguendo la riflessione di Zerocalcare alla fine del podcast, se nessuno si batte contro il neofascismo, e se, a livello comunitario, non si prende una posizione netta per contrastare il militarismo risorgente, come possiamo aspettarci che qualcosa cambi?

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Tagsantifascismo Germania Italia leva obbligatoria Marianna Gatta proteste Generazione Z riarmo Zerocalcare

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