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Vittorio Occorsio, ovvero della giustizia

A Roma una mostra per ricordare il magistrato ucciso dai neofascisti di Ordine nuovo. Nel suo lavoro il senso della giurisdizione secondo la Costituzione

16 Marzo 2026 Stefania Limiti  758

Vittorio Occorsio è un magistrato ucciso il 10 luglio 1976 da Pierluigi Concutelli, capo militare di Ordine nuovo, il gruppo terrorista fondato da Pino Rauti. A cinquant’anni dal delitto, la Fondazione a lui dedicata promuove la mostra Vittorio Occorsio, il coraggio della giustizia (1976-2026), un emozionante percorso dentro le sue attività, nel contesto storico della strategia della tensione. Allestita nell’austera e suggestiva Sala alessandrina dell’Archivio di Stato di Roma, la mostra è curata, con grande perizia, da Michele Di Sivo – già direttore dell’Archivio di Stato, esperto di carte giudiziarie – ed espone in nove teche materiali che ricostruiscono il percorso biografico e professionale di un magistrato che non ha svolto burocraticamente il proprio lavoro, volendo al contrario analizzare e capire fino in fondo la natura dei gruppi neofascisti, e il pericolo che essi rappresentavano (o rappresentano), interpretando – possiamo dire oggi, alla vigilia di un decisivo referendum costituzionale – il senso della giurisdizione secondo la Carta del 1948.

La mostra ha un taglio pedagogico assai meritorio, con pannelli che ricostruiscono la vita di Occorsio (nato a Roma, il 9 aprile 1929, studi classici, dal 1955 in magistratura), e il momento dell’agguato che lo colse in macchina – nella quale vennero gettati nove volantini di rivendicazione, esposti insieme ai ritagli di giornale che annunciavano il delitto, e poi le principali inchieste da lui curate. Quella per la strage di piazza Fontana – egli era alla procura della capitale, dove, contemporaneamente alla bomba di Milano, ne esplosero una all’Altare della patria e un’altra alla Banca nazionale del lavoro –, in cui subì il depistaggio dell’Ufficio Affari riservati. Quella per il cosiddetto Piano Solo e lo scandalo Sifar: da coordinatore della Sezione reati a mezzo stampa si occupò della querela del generale De Lorenzo, capo del Sifar, contro il direttore de “L’Espresso”, Eugenio Scalfari, che aveva pubblicato, nel maggio ’67, un’inchiesta firmata da Lino Jannuzzi sul tentativo di colpo di Stato, risalente a tre anni prima, coordinato da De Lorenzo. Occorsio svolse un’ineccepibile istruttoria, convincendosi che i due giornalisti avevano ragione, e ne chiese l’assoluzione, da iniziale accusatore, incriminando De Lorenzo – poi il Tribunale condannò i giornalisti, e solo anni dopo vennero fuori le liste degli “enucleanti”, oltre settecento persone da arrestare subito dopo il blitz golpista; suggestive le pagine esposte del Memoriale, nelle quali Aldo Moro scrive del caso Sifar e dei tentativi, riusciti, di condizionare il suo centrosinistra. Infine, c’è la sua ultima fondamentale e illuminante inchiesta sulla P2 e le logge massoniche, e quella mortale su Ordine nuovo, avviata nel 1971, per ricostituzione del Partito fascista, e che nel novembre del 1973 fu la base per lo scioglimento di Ordine nuovo, nonostante non fosse una sentenza definitiva: “Non fu un atto dovuto” – disse infatti l’allora ministro dell’Interno, Paolo Emilio Taviani, sottolineando la volontà politica che portò allo scioglimento del gruppo terrorista. Taviani, il “padre” della Gladio italiana, e al tempo stesso antifascista, uomo fondamentale della Resistenza ligure (lo racconta un bel  documentario dal titolo La Resistenza è un valore irrinunciabile di Pietro De Gennaro e Pino Galeotti, realizzato da Rai Storia), ebbe un ruolo cruciale nel respingere la “teoria degli opposti estremismi”, e fu tra i più consapevoli della pericolosità dei gruppi neofascisti che avevano infestato il ministero dell’Interno, come scrisse nelle sue memorie: perciò portò in Consiglio dei ministri la proposta di scioglimento di Ordine nuovo, nonostante il timore espresso da Mariano Rumor e Aldo Moro che fosse controproducente. Quella sera – come Taviani stesso raccontò – uscì letteralmente di corsa da palazzo Chigi per recarsi nel suo ufficio al Viminale e diramare l’ordine di arresto per i capi e militanti ordinovisti, temendo fughe di notizie, che in effetti ci furono, come mandarono a dire, dalla loro latitanza, due capi come Clemente Graziani e Elio Massagrande attraverso un articolo di “Panorama”: pensava di fregarci ma noi avevamo talpe ovunque.

Occorsio fu determinante nel raccogliere gli elementi di accusa contro il neofascismo, intuendo anche l’alleanza criminale con le organizzazioni massoniche piduiste, che tanta parte ebbero negli eventi destabilizzanti degli anni successivi. La sua vita e la sua morte si dispiegano dentro il cuore di un pezzo della storia criminale d’Italia: la Repubblica democratica deve molto a persone integre come lui e come il suo successore, Mario Amato, il magistrato che ne raccolse il testimone capendo il ruolo complessivo del neofascismo nel nostro Paese, a sua volta trucidato, mentre aspettava l’autobus il 23 giugno 1980, dai Nar di Valerio Giusva Fioravanti (i killer furono Gilberto Cavallini e Luigi Ciavardini, tra gli autori della strage di Bologna).

La mostra, che dopo Roma toccherà altre città, si può visitare gratuitamente fino al 23 aprile in corso del Rinascimento 4, dal martedì al venerdì, dalle ore 14.00 alle 18.00. Nella foto, il mitra adoperato da Concutelli e la toga di Occorsio.

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