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Il Venezuela, e dopo?

Fine del “vecchio mondo”, quello in cui il diritto internazionale contava qualcosa

5 Gennaio 2026 Claudio Madricardo  1358

“Dopo anni di abbandono, gli Stati Uniti riaffermeranno e applicheranno la Dottrina Monroe per ripristinare la preminenza americana nell’emisfero occidentale”. Questo affermava il recente Documento sulla strategia di sicurezza nazionale, e questo ha fatto Donald Trump, ordinando alle sue forze speciali di andare a prendere Nicolás Maduro nel suo letto. Personaggio scarsamente simpatico – su di lui pesa un rapporto delle Nazioni Unite, che ricostruisce più di un decennio di omicidi, torture, violenza sessuale e arresti arbitrari da parte dei suoi agenti contro avversari politici, non sempre di destra –, al quale ha procurato un progressivo isolamento, presso gli stessi leader della sinistra latinoamericana, l’avere manomesso a suo favore le elezioni presidenziali dell’anno scorso, vinte probabilmente dal vecchio diplomatico Edmundo González Urrutia. Fatta eccezione per Cuba e Nicaragua, che hanno confermato la loro solidarietà, i residui leader progressisti latinoamericani gli avevano rivolto l’accusa di essere un dittatore, o almeno di avere dato vita a un sistema di governo autoritario, che ha condotto al disastro il suo Paese e all’esodo di quasi otto milioni di venezuelani.

Il blitz dell’altra notte, avvenuto dopo che gli Stati Uniti avrebbero offerto a Maduro un esilio in Turchia da lui “rifiutato con rabbia” (fonte il “New York Times”), si è concluso con una ottantina di vittime e con lo smacco dell’intelligence cubana, impiegata a protezione del presidente, che non si è resa conto di quanto la Cia, in questi mesi, era riuscita a infiltrarsi. Esso segna il punto più alto di un processo iniziato ad agosto, con il dispiegamento delle navi statunitensi nei Caraibi con il Venezuela nel mirino. Esteso poi alle acque del Pacifico, con lo scopo di coinvolgere la Colombia.

Fino alla cattura di Maduro e della moglie Cilia Flores, la primera combatiente, Trump aveva usato la portaerei, e almeno altre sette navi da guerra, decine di aerei e quindicimila soldati per attaccare illegalmente piccole imbarcazioni che, a suo dire, trasportavano droga. Spesso semplice cannabis sativa, legale in alcuni Stati della confederazione, dato che il Venezuela non è un produttore significativo di fentanil o delle altre droghe, che hanno prevalso nella recente epidemia di overdose in America, poiché la cocaina che produce è destinata principalmente all’Europa. Un blitz privo dell’approvazione del Congresso, condotto, pertanto, in violazione della legge degli Stati Uniti. La scorsa settimana, Trump, che recentemente si è compiaciuto di ribattezzare la Dottrina Monroe in “Dottrina Donroe”, ha ordinato attacchi in Siria e in Nigeria, e per tutto il 2025 ha colpito impianti nucleari in Iran, forze ribelli nello Yemen, gruppi armati in Somalia e militanti islamici in Iraq.

Con il suo agire privo di qualsiasi legittimità internazionale, di una qualsiasi autorità legale per i suoi attacchi, Trump offre una giustificazione a Cina, Russia e altri Paesi che si propongono di dominare i propri vicini. Il bombardamento del Venezuela è la prova lampante che il mondo che conoscevamo ha cessato di esistere: il consenso su cui la civiltà si era fondata per cercare di vivere in pace, dopo la Seconda guerra mondiale, sta andando in frantumi. Sovranità, diritto internazionale, organizzazioni multilaterali, democrazia, libertà, principio di non intervento – sono ormai solo parole, e non corrispondono in nulla alla realtà. Non contano più. L’unica realtà è il nudo potere della guerra, con la sua violenza barbara e criminale. La guerra è il meccanismo per dare priorità agli interessi economici di pochi, a costo della sofferenza e della morte di molti: in questo caso, attorno alla più grande riserva petrolifera mondiale, che si trova appunto in Venezuela. La democrazia, il benessere e la prosperità dell’umanità, sono l’ultima cosa.

Trump – ma in futuro potrebbe essere qualcun altro – esercita un potere assoluto e inarrestabile per fare praticamente qualsiasi cosa, ovunque nel mondo. Non ha limiti, perché è al di fuori di qualsiasi tipo di controllo democratico o pubblico. La sua impunità è assurda e irrazionale. Peggio ancora, crede di possedere una sorta di unzione divina per “salvare” il mondo, proprio come credevano i monarchi assoluti in passato. Sette Paesi sono stati bombardati in un solo anno, senza l’autorizzazione del Congresso, e con l’intenzione dichiarata di impadronirsi delle loro risorse naturali. Ha dichiarato esplicitamente il suo desiderio di conquistare la Groenlandia, e ha appena minacciato Messico e Colombia di un destino simile a quello del Venezuela e di Maduro. Mentre Rubio, durante la conferenza stampa a Mar-a-Lago, ha detto: “A dire il vero, se fossi uno statista cubano oggi, sarei un po’ preoccupato”, e Trump, che ha ripreso la parola dopo il suo segretario di Stato, ha detto che “il popolo cubano ha grandi difficoltà”.

Poco dopo il blitz delle forze speciali statunitensi, la Corte suprema di giustizia (Tsj) del Venezuela ha ordinato alla vicepresidente Delcy Rodríguez di assumere la carica di presidente, prima donna nella storia del Paese sudamericano a guidare l’esecutivo. Lo ha fatto perché, secondo l’articolo 234 della Costituzione, le assenze temporanee o assolute del presidente sono rimpiazzate dal vicepresidente esecutivo, per un massimo di novanta giorni, prorogabili per decisione del parlamento per lo stesso periodo di tempo. Se l’assenza si prolunga per più di novanta giorni consecutivi, il parlamento deciderà se si deve considerare che c’è una mancanza assoluta.

Intanto, da Mar-a-Lago, Trump ha scaricato María Corina Machado come potenziale leader della transizione (“non ha il sostegno o il rispetto necessari all’interno del Paese”) e ha rivelato che i suoi incaricati stanno lavorando con Delcy Rodríguez. Delcy, e suo fratello Jorge, sono stati ripetutamente nominati come possibili garanti di una transizione ordinata. Dal canto suo, la premio Nobel per la pace, Machado, ha invitato i venezuelani a vigilare fino a quando “la transizione” in Venezuela non sarà compiuta, e ha sostenuto che Edmundo González Urrutia “deve assumere immediatamente” il potere nel Paese. Ma non ha commentato le dichiarazioni di Trump. Mentre Rodríguez ha annunciato l’attivazione del Consiglio di difesa della nazione, che lei dirige, e ha inviato al Tsj il decreto di stato di emergenza, affinché sia dichiarata la sua costituzionalità per poter entrare in vigore. In una trasmissione televisiva, ha smentito quanto dichiarato da Trump sulla sua presunta collaborazione con le autorità statunitensi, e ha chiesto con forza il rilascio di Maduro, da lei definito come unico presidente.

Tutto ciò mentre Trump annunciava che gli Stati Uniti gestiranno il Venezuela, senza precisare in quale modo ciò potrebbe concretizzarsi. Un po’ di luce è venuta domenica da Rubio, che è sembrato prendere le distanze da Trump, dichiarando che gli Usa avrebbero mantenuto una “quarantena” militare sulle esportazioni di petrolio venezuelano come forma di pressione sui nuovi governanti. In base a ciò, gli Stati Uniti proseguiranno con il blocco delle compagnie petrolifere sanzionate, fino a quando il governo non aprirà l’industria petrolifera – controllata da Petróleos de Venezuela, S.A., la compagnia petrolifera statale venezuelana – agli investimenti stranieri. Ed è evidente che l’amministrazione di Trump si attende che le nuove autorità venezuelane diano priorità alle aziende statunitensi: il che costituirebbe una sorta di compensazione delle spese sostenute per liberare il Paese da Maduro. Rubio è stato più preciso anche su cosa si intenda con “gestire il Venezuela”: “Non è gestire (il Paese, ndr), è gestire la politica, la politica riguardo a questo”, ha detto.

Trump ha fatto sapere, mantenendo così la pressione nei confronti dei dirigenti venezuelani, che ci potrebbe essere una “seconda ondata” di azioni militari se gli Stati Uniti incontreranno resistenza, sia sul campo sia da parte di funzionari del governo venezuelano. E ha riconosciuto che uno dei principali obiettivi degli Stati Uniti era quello di recuperare l’accesso ai diritti sul petrolio che erano stati “rubati” agli Stati Uniti. Dato che per anni Chevron è stata l’unica compagnia statunitense presente in Venezuela, e dato che le altre consorelle avevano lasciato il Paese da quando il petrolio era gestito da Petróleos de Venezuela S. A. Da allora, la Cina è diventata il più grande investitore straniero nell’industria petrolifera del Venezuela, con le società private cinesi che hanno acquistato circa l’80% delle esportazioni di petrolio del Paese. Anche la Russia è presente nel mercato venezuelano. Una situazione che contraddice i propositi elencati nel Documento sulla sicurezza nazionale, ma che ora gli Stati Uniti hanno la possibilità di correggere.

Domenica 4 gennaio, Trump ha dichiarato a “The Atlantic” che se Delcy Rodríguez “non fa la cosa giusta, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro”. Con le sue affermazioni, Trump riporta indietro l’orologio della storia, riconsegnando il suo Paese alla pratica delle cannoniere. Così distrugge decenni di diplomazia americana nei confronti dell’America latina, tesa a superare l’ostilità nei confronti dell’imperialismo yankee. Una questione che non sembra preoccupare più di tanto, visto che lo stesso Rubio ha affermato: “Questo è l’emisfero occidentale. È qui che viviamo, e non permetteremo che l’emisfero occidentale sia una base operativa per avversari, concorrenti e rivali degli Stati Uniti”.

Quanto al Venezuela, la linea ufficiale del governo è improntata alla resistenza agli Stati Uniti. Il potente ministro della Difesa, Vladimir Padrino López – per un momento dato per morto nel bombardamento di Caracas –, ha chiesto il ritorno di Maduro e di sua moglie, mentre ha assicurato il suo appoggio a Delcy Rodríguez. La sua uscita sembrerebbe una prova di unità da parte delle forze armate venezuelane, dato che una loro spaccatura, con una parte a favore della transizione e l’altra contraria, potrebbe portare allo scoppio della violenza nel Paese. La loro unità, invece, sarebbe la garanzia della legittimazione di qualsiasi governo che uscirà alla fine del processo appena iniziato. Quanto alla nuova presidente ad interim, avrebbe chiesto a Trump un rapporto equilibrato e rispettoso, tenendo la sua prima riunione di gabinetto da quando gli Stati Uniti hanno arrestato Nicolás Maduro, sabato scorso. Il canale statale Vtv l’ha mostrata a un tavolo, nel palazzo presidenziale di Miraflores, con altri due importanti sostenitori di Maduro, il ministro della Difesa Padrino e il ministro degli Interni, Diosdado Cabello, uno dei più stretti seguaci di Chávez, che tuttavia alla successione gli aveva preferito Maduro.

Tutto ciò mentre il “Miami Herald”, che vanta solidi contatti in America latina – in un articolo riportato anche dall’inglese “The Telegraph” –, rivela che Rodríguez si era rivolta a Washington per presentarsi come un’alternativa “più accettabile” al regime di Maduro, e racconta di incontri a Doha, cioè a circa dodicimila chilometri da Caracas, tra i funzionari impegnati a discutere del futuro del Venezuela senza Maduro. “Un membro di spicco della famiglia reale degli Emirati arabi uniti fungeva da ponte tra il regime e Donald Trump, mentre il presidente degli Stati Uniti stava preparando un’armata per fare pressione sul leader venezuelano affinché si arrendesse. Ma Maduro non ha preso parte agli incontri segreti di Doha. Erano invece la sua vicepresidente, Delcy Rodríguez, e suo fratello Jorge, a guidare i colloqui”.

Rodríguez, come abbiamo detto, ha però giurato fedeltà a Maduro e condannato la sua cattura definendola un’“atrocità”, sebbene il “New York Times” abbia riferito che, diverse settimane fa, i funzionari di Trump avevano già identificato la tecnocrate come potenziale successore e come partner commerciale, sulla base dei suoi rapporti con Wall Street e con le compagnie petrolifere. Insomma, si fa sempre più pungente il sospetto che, alla base di quanto accaduto, ci sarebbe un accordo, il cui primo punto prevedeva l’eliminazione dello scomodo Maduro. In tutto ciò, i cinquanta milioni della taglia per la sua cattura hanno di sicuro fatto gioco, mentre è evidente che la sua uscita di scena consente l’avvio di un processo di transizione, in precedenza impossibile. Il tempo dirà se ai chavisti ora al governo, e ai militari a loro fedeli, non sarà torto un capello.

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