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Home » Articoli » Somalia: i giochi pericolosi di Trump e Netanyahu

Somalia: i giochi pericolosi di Trump e Netanyahu

Il riconoscimento israeliano del Somaliland, entità statale finora riconosciuta solo da Taiwan, apre uno scenario complesso: i palestinesi espulsi da Gaza finiranno lì?

6 Gennaio 2026 Luciano Ardesi  1116

C’è voluto il riconoscimento del Somaliland, da parte di Israele, per gettare uno sguardo sul Corno d’Africa, una regione del continente altamente strategica ma totalmente fuori dai radar dell’informazione. Se oggi restiamo increduli davanti alla pirateria di Trump in Venezuela, in Somalia era già intervenuto, e il Somaliland aveva già strizzato l’occhio a Tel Aviv. Per capire meglio, si deve riavvolgere il film, tanto più che la sceneggiatura è sempre made in Usa; ma va detto subito che l’iniziativa di Israele è stata respinta dagli altri attori somali e da gran parte della comunità internazionale, a cominciare da quella africana.

Il Somaliland, già protettorato inglese che copre la parte settentrionale della Somalia, ha proclamato la sua indipendenza nel 1991, a seguito della cacciata del presidente Siad Barre e della guerra civile nel Paese; da allora è in cerca di un riconoscimento, cui si oppone vivamente il governo di Mogadiscio, e che finora la comunità internazionale non ha concesso. La sola eccezione è quella di Taiwan, nel 2020, a sua volta però Stato ufficialmente non riconosciuto. Nello stesso anno, a seguito degli Accordi di Abramo con cui alcuni Paesi a maggioranza musulmana (Emirati arabi uniti, Marocco e Sudan) hanno riconosciuto Israele, anche il governo del Somaliland ha riconosciuto lo Stato di Israele, senza dare origine a relazioni diplomatiche, poiché Tel Aviv, a quel tempo, non riconosceva il governo di Hargeisa. Nel frattempo, il governo del Somaliland ha intrattenuto rapporti economici e politici con diversi Paesi, e, al momento della rielezione di Trump, il presidente si è calorosamente felicitato, in attesa di un possibile riconoscimento americano.

L’accordo più audace tentato dal Somaliland è però, senza dubbio, quello con l’Etiopia. Alla perenne ricerca di uno sbocco al mare, di cui è stato privato dopo l’indipendenza dell’Eritrea nel 1993, il governo di Addis Abeba aveva firmato, all’inizio del 2024, un accordo con quello di Hargeisa, in vista dell’uso del porto di Berbera e di una striscia sulla costa del Golfo di Aden, attraverso un corridoio terrestre che attraversa il Somaliland, in cambio del riconoscimento di quest’ultimo come Stato indipendente e di una partecipazione azionaria nella compagnia di bandiera Ethiopian Airlines. Era prevista, in prospettiva, anche l’apertura di una base militare etiopica a Berbera, dove sono già presenti gli Emirati arabi uniti. L’intesa era stata bocciata da tutti gli Stati della regione, e aveva fatto aumentare la tensione tra il governo di Mogadiscio e quello di Addis Abeba. La Turchia, che in Somalia ha un forte interesse economico-militare, è allora intervenuta per evitare l’acuirsi di una crisi nella regione contraria ai propri interessi: alla fine del 2024, ha indotto i due Paesi a trovare un’intesa che garantisca allo stesso tempo l’integrità della Somalia e la possibilità, per l’Etiopia, di trovare uno sbocco al mare. A distanza di un anno, questa intesa non ha però ancora prodotto risultati concreti.

In questo senso, il riconoscimento del Somaliland, da parte di Israele, rimette in discussione la prospettiva della stabilità, in primo luogo della Somalia, che deve far fronte, oltre che alla dissidenza del Somaliland, anche di quella del Puntland e alla ripresa su grande scala, nel corso dello scorso anno, delle azioni delle milizie islamiche. A fine dicembre, il presidente somalo Hassan Mohamud si è incontrato a Istanbul col presidente turco Erdogan per ricercarne l’appoggio. Da parte sua, l’Egitto, che fornisce di armi il governo di Mogadiscio per combattere le milizie islamiche, ha anch’esso condannato con forza la decisione israeliana.

La posizione statunitense è più complessa. Fin dall’inizio della sua presidenza, Trump si è impegnato a combattere le milizie Chabab legate ad al-Qaida, in accordo col governo di Mogadiscio; ma allo stesso tempo ha ridotto la somma dell’assistenza militare. All’inizio dello scorso dicembre, il generale Dagvin Anderson – a capo dell’Africom, il comando militare unificato delle truppe statunitensi in Africa – ha effettuato delle visite nel Somaliland e nel Puntland, per coordinare la lotta ai gruppi jihadisti. Nella visione trumpiana dell’Africa, non mancano gli affari, e nell’aprile scorso Elon Musk concordava col governo di Mogadiscio una licenza per la sua rete di satelliti Starlink.

Il riconoscimento del Somaliland, da parte di Israele, nasconde appena gli interessi di Netanyahu. Già nella primavera scorsa, le amministrazioni di Trump e Netanyahu avevano contattato il Sudan, la Somalia e il Somaliland per sondare il terreno ove collocare i palestinesi da espellere da Gaza – senza ottenere, a quanto si sa, un’adesione al progetto. Tenuto conto dell’instabilità di quei territori, e in particolare dell’influenza dei gruppi jihadisti, è legittimo chiedersi quali risultati potrebbe avere la deportazione dei gazawi, anche in vista della lotta al jihadismo. Più concreta, invece, sembra la proiezione nel Golfo di Aden per avvicinarsi al bersaglio Huti nello Yemen, e per controllare una via strategica d’accesso verso Israele e il Mediterraneo.

Nel Corno d’Africa, però, convergono troppi interessi per pensare di avere un vantaggio durevole giocando con uno solo dei pezzi del puzzle. Se questa preoccupazione è verosimilmente l’ultima di Netanyahu, che solo nel caos può pensare di mantenersi al potere, per Trump è importante tenersi le mani libere. Poco prima del riconoscimento israeliano del Somaliland, aveva insultato gli immigrati di origine somala nel Minnesota, e si era espresso con disprezzo nei confronti del loro Paese di origine. Il motivo principale è, come al solito, la crociata razzista a fini politici contro gli immigrati. Musk lo segue, e, all’inizio di gennaio, ha chiesto l’arresto di Abukar Osman, rappresentante permanente della Somalia alle Nazioni Unite, proprio nel giorno in cui la Somalia ha assunto la presidenza di turno del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Lo accusa di truffa attraverso una società per l’assicurazione sanitaria negli Stati Uniti. La diplomazia schizofrenica di Trump continua a colpire, a scapito della stabilità.

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