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In Iran la miccia interna

Alla rivolta contro l’oppressione teocratica si è aggiunta la protesta per il crollo delle condizioni di vita. La popolazione avverte il peso delle sanzioni e ha la sensazione di essere indifesa

6 Gennaio 2026 Eliana Riva  1062

Le manifestazioni che da settimane attraversano l’Iran hanno assunto una dimensione nazionale e un livello di violenza che non si registrava dal 2022. Le proteste contro il carovita sono esplose in decine di città, dai grandi centri urbani alle province occidentali e meridionali, e hanno già comportato almeno sedici morti (quindici manifestanti e un membro delle forze di sicurezza), decine di feriti e centinaia di arresti. Le immagini che arrivano da Teheran, Isfahan, Shiraz, Mashhad e Kermanshah mostrano strade bloccate, negozi serrati, forze di sicurezza schierate in assetto antisommossa. Il governo parla di disordini pilotati dall’esterno, ma la miccia è interna, e si collega alle difficoltà economiche quotidiane di una popolazione allo stremo.

Il motore delle proteste è il crollo verticale delle condizioni di vita. L’inflazione ha raggiunto livelli tali da rendere impossibile la sopravvivenza di ampi strati della società, mentre il rial continua a perdere valore, senza che le autorità riescano a fermarne la caduta. I prezzi dei beni di prima necessità sono aumentati in modo esponenziale, e i salari restano fermi o crescono in maniera marginale. Il formaggio è aumentato del 140%, il pane del 250%, il latte e la carne seguono una traiettoria vertiginosa. Con l’inflazione ben oltre la soglia del 40% e i salari fermi, milioni di cittadini si trovano nella condizione di non potere più coprire nemmeno i bisogni essenziali. I risparmi accumulati negli anni si dissolvono in pochi mesi, e la classe media, già indebolita, scivola rapidamente verso la povertà. A scendere in piazza non sono più solo i settori tradizionalmente marginalizzati, ma i commercianti, i piccoli imprenditori, gli insegnanti, i pensionati. Il fatto che le proteste siano partite dai bazar – storicamente tra i pilastri del consenso al regime – rappresenta un segnale politico di grande rilievo.

Sono ferite economiche radicate, figlie di anni di decisioni interne e di pressioni esterne. Sul fronte interno, la gestione dell’economia iraniana è caratterizzata da strutture statali rigide, corruzione endemica, politiche creditizie e monetarie che favoriscono l’emergere di oligopoli e speculazioni. La spesa pubblica è sbilanciata verso apparati di potere e sistemi clientelari; le banche soffrono di inefficienze croniche; la mancanza di serie riforme ha eroso produttività e investimenti. I segnali di malessere economico non sono nuovi, ma nell’ultimo anno hanno assunto una dimensione tale da trascinare anche la classe media, già fedele al regime, in una logica di rottura.

Ad aggravare ulteriormente la situazione, è il peso delle sanzioni internazionali più dure degli ultimi anni, che incidono in maniera così profonda da soffocare la capacità di Teheran di esportare petrolio, accedere ai mercati finanziari e attrarre investimenti. Le sanzioni sono tornate centrali dopo l’uscita unilaterale degli Stati Uniti dall’accordo sul nucleare del 2015. La decisione dell’amministrazione di Donald Trump di ritirarsi dall’intesa, e di reintrodurre la strategia di “massima pressione”, ha segnato una svolta. Le sanzioni hanno colpito duramente le esportazioni di petrolio e la capacità dell’Iran di importare beni essenziali. Anche i tentativi europei di mantenere canali commerciali minimi non sono riusciti a compensare l’isolamento crescente. Per Teheran, la rottura dell’accordo non è stata solo un fallimento diplomatico, ma l’inizio di una spirale economica che oggi si riflette nelle strade.

Negli ultimi anni, alla crisi economica si sono sommati pesanti colpi sul piano geopolitico e militare, che hanno ulteriormente indebolito la posizione iraniana. L’asse regionale costruito da Teheran ha subito scosse profonde. Gli attacchi israeliani contro Hezbollah hanno ridotto la capacità operativa del principale alleato iraniano in Libano, incrinando l’immagine di forza e deterrenza dell’intero fronte. In Siria, la caduta di Bashar al-Assad ha rappresentato un colpo strategico di enorme portata: la perdita di un perno fondamentale come Damasco ha ridisegnato gli equilibri regionali a sfavore di Teheran. A questo, si aggiunge la “guerra dei dodici giorni”, durante la quale infrastrutture militari e siti sensibili iraniani sono stati colpiti da attacchi statunitensi e israeliani. Al di là dei danni materiali, l’episodio ha avuto un forte impatto simbolico, mostrando i limiti della capacità iraniana di proteggere il proprio territorio, e alimentando, all’interno del Paese, una sensazione di vulnerabilità che si intreccia con il disagio economico.

In questo contesto fragile, possono collocarsi le ingerenze straniere, che contribuiscono ad aumentare ulteriormente la tensione. Gli Stati Uniti hanno immediatamente minacciato un nuovo attacco in caso di repressione violenta delle proteste. Israele ha messo in moto una macchina di sostegno politico e mediatico alle manifestazioni, nella speranza di una destabilizzazione e di una caduta del regime. Teheran ha annunciato dure rappresaglie in caso di intromissione straniera, che causerebbero una destabilizzazione regionale, la quale però non gioverebbe agli interessi statunitensi.

È da escludere l’ipotesi che la maggior (o anche minore) parte della popolazione iraniana creda che gli Stati Uniti e Israele siano interessati a difendere i manifestanti, la libertà e la democrazia, come vorrebbero le spudorate dichiarazioni di Tel Aviv e di Washington. Se il presidente statunitense fosse preoccupato per i diritti umani, non avrebbe scelto di sostenere e ripulire la figura del jihadista al-Joulani, oggi Ahmad al-Sharaa, l’autoproclamato presidente siriano, che ha immediatamente dato prova delle proprie radici estremiste sulla pelle di un numero imprecisato di drusi e alawiti massacrati come animali, mentre il suo governo permette a Israele di occupare le terre del sud e rapire e uccidere cittadini siriani. Se a Trump interessassero democrazia e diritti umani, non avrebbe chiuso, con feste e celebrazioni, gli Accordi di Abramo, patti economici e commerciali con i ricchi e dispotici regnanti del Golfo, Mohammad bin Salman in testa. Né gli iraniani dimenticano il sostegno incondizionato di Washington (politico, economico, in forniture di armi) al governo di Netanyahu, mentre trucidava più di settantamila palestinesi a Gaza. E questo solo per restare al Medio Oriente.

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TagsEliana Riva Iran Israele manifestazioni di protesta regime teocratico Siria Trump

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