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È fuori dal tempo bandire gli smartphone dalle scuole

5 Gennaio 2026 Stefania Tirini  776

Nel 2007 il mondo ha assistito a due eventi solo apparentemente marginali: l’uscita del primo iPhone e del primo Kindle. In realtà non si è trattato di semplici innovazioni tecnologiche, ma di veri oggetti-soglia, capaci di spostare conoscenza, comunicazione e memoria fuori dai luoghi che per secoli le avevano custodite – scuole e biblioteche in primis – per collocarle in un ecosistema leggero, mobile e sempre accessibile. Da quel momento, il sapere ha smesso di essere un deposito stabile e ha iniziato a funzionare come un flusso continuo; la memoria non è più stata solo accumulo, ma capacità di accesso immediato e ubiquo. I ragazzi nati nel 2007 non hanno osservato questo cambiamento dall’esterno: ci sono cresciuti dentro. Per loro lo smartphone non è mai stato soltanto uno strumento, bensì un ambiente cognitivo, una parte integrante di quella mente estesa che intreccia attenzione, orientamento, scrittura, relazione e accesso all’informazione. Non hanno attraversato una transizione: il digitale è sempre stato il loro habitat naturale.

Quest’anno, proprio questi ragazzi arrivano alla conclusione del loro percorso scolastico. Un fatto che potrebbe sembrare di routine, ma che assume un significato particolare se si considera che la scuola, nello stesso momento, decide di bandire lo smartphone e di tornare a chiamare l’esame finale “maturità”, ripristinando una denominazione in uso fino a trent’anni fa. Il contrasto è evidente. Potrebbe apparire come la chiusura di un cerchio, ma somiglia piuttosto a una rimozione: è il tentativo di cancellare simbolicamente un arco temporale che ha modificato in modo irreversibile le nostre abitudini cognitive, sociali e culturali.

Dal 2007 in poi, non è cambiata solo la tecnologia, ma il modo stesso di pensare il sapere: come lo cerchiamo, come lo ricordiamo, come lo utilizziamo. Credere di potere “mettere tra parentesi” questo periodo equivale a immaginare che si possa disimparare collettivamente un nuovo alfabeto e tornare a quello precedente senza conseguenze. Non è una chiusura armonica, ma una serratura che scatta: un gesto difensivo che non integra ciò che è accaduto, ma lo espelle dallo spazio educativo.

Di fronte a questo mutamento di paradigma, l’idea di scuola che oggi si profila sembra reagire non ripensando le proprie architetture, ma tentando una sospensione del tempo. Come se dicesse: fermiamoci qui, torniamo a un mondo analogico che conosciamo meglio, dove i confini sono netti, le regole chiare, il controllo possibile. È una richiesta di tregua più che una visione educativa. Il problema è che quel mondo non esiste più e, soprattutto, non è mai esistito per chi è cresciuto nel digitale.

Chiedere a questi studenti di dimostrare maturità attraverso la rimozione degli strumenti che hanno strutturato il loro modo di pensare significa valutare una competenza negandone il contesto di formazione. Non è un ritorno all’essenziale, ma una semplificazione regressiva che produce solo un’illusione di ordine. Vietare lo smartphone non equivale a governare il digitale; imporre libri cartacei pesanti e costosi non significa difendere lo studio; recuperare parole e rituali del passato non garantisce automaticamente maggiore rigore. Sono gesti difensivi, non progettuali.

Nell’epoca dell’accelerazione digitale e dell’intelligenza artificiale, la scuola sembra scegliere di ridurre il campo: prova individuale sorvegliata, sapere chiuso nel libro di carta, assenza di supporti digitali come presunta garanzia di autenticità. Ma questa sicurezza è apparente, perché confonde il mezzo con il fine. La vera maturità oggi non consiste nel pensare senza strumenti, bensì nel saperli usare con discernimento: distinguere informazione e conoscenza, accesso e comprensione, supporto cognitivo e delega acritica.

Questo richiederebbe una scuola capace di diventare il luogo in cui si impara a navigare criticamente l’ecosistema digitale: dove si sperimenta l’uso consapevole delle fonti online, si discute la differenza tra cercare una risposta e comprendere un problema, si costruisce un’etica dell’attenzione. Non un ritorno all’analogico, mito rassicurante ma irrealistico, bensì l’apertura di un nuovo cerchio, capace di tenere insieme profondità, responsabilità e mondo reale.

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