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Politica e conflitto sociale oggi

10 Settembre 2021 Rino Genovese  1789

Sarà ciò che il nostro Guido Ruotolo chiama lo “spontaneismo della rete” a dar vita a fenomeni come quelli cui stiamo assistendo, certo è che il passaggio dalle invettive a trecentosessanta gradi, e dagli insulti ad personam, all’incitamento a prendere le armi – da parte di “comuni cittadini”, come li definisce la polizia, cioè non facenti parte di gruppi organizzati –, denota la tendenza a un salto di qualità. Non siamo più alle chiacchiere da bar e al discorso complottista attraverso cui esprimere il proprio risentimento contro i potenti, ma dinanzi a qualcosa che va prendendo la forma di un – sia pure scomposto – conflitto sociale vero e proprio. Sono individui soli, frammentati e dispersi nel cyberspazio di una comunicazione senza capo né coda, che però, con un estremo grido, si muovono verso una qualche forma di organizzazione.

La cosa è visibile ormai da anni, per quanto riguarda l’Europa, soprattutto in Francia: movimenti sociali del genere “gilet gialli”, e oggi del tipo “no vax” e “no pass”, si autoconvocano mediante la rete, dandosi periodicamente appuntamento in piazza, quando non nelle rotonde per mettere su un blocco stradale, senza che vi sia una chiara direzione in queste agitazioni prive di leader, senza una precisa linea politica, con un’ambiguità di fondo che fa sì che partiti e gruppi, di destra e di sinistra, siano al loro rimorchio (per lo più nella speranza di lucrare qualche voto, quando sarà).

In un certo senso è l’esplosione di un sociale allo stato puro. Qualcosa che nasce sì dall’inevitabile individualismo contemporaneo – in cui ciascuno è un momento effimero o tutt’al più un nodo nell’enorme congerie delle comunicazioni, senza appartenenze sociali precostituite –, ma che prende poi la piega di un movimento capace di durare. Se si pensa, tuttavia, che la scintilla che innescò il conflitto dei “gilet gialli”, nel 2018, fu data dalla protesta contro una tassa sui carburanti (presentata dal governo come “ecologica”) che penalizzava soprattutto la Francia rurale, costretta spesso a muoversi in automobile per la mancanza di una rete di trasporti locali efficiente, appare evidente il tratto da antica jacquerie presente in origine in quel movimento.

Ciò che ne seguì – la violenza urbana in particolare contro le cose, anche per il successivo intervento nelle manifestazioni dei giovani del “black bloc”, e la reazione delle forze dell’ordine, messe sì alla prova, comunque non in grado di evitare eccessi repressivi – diede il segno di una diffusa collera anti-istituzionale che non riusciva però a trovare una sponda politica, e neppure a produrre da sé una politica. I movimenti sociali odierni, per così dire, sono ciechi: riescono sì ad aprire un conflitto, sono perfino capaci di durare, ma il passaggio alla politica non sanno cosa sia. Lo abbiamo appreso dall’esperienza francese. Un presidente della Repubblica come Macron, un mediocre centrista giovatosi dell’autodissoluzione del Partito socialista nel periodo della disastrosa presidenza Hollande, attaccato da tutte le parti, è oggi al quaranta per cento nei sondaggi per le elezioni che si terranno nella primavera del 2022. Sarà lui, secondo le previsioni, a superare il primo turno e a vedersela al ballottaggio con Marine Le Pen, la quale, a quel punto, sarà la candidata dell’anti-sistema. Bel risultato, non c’è che dire, per una divisa e dispersa sinistra francese che, a quanto pare, non riuscirà ad altro se non a presentarsi con quattro o cinque candidati.

Il passaggio alla politica – diciamo pure, dal conflitto sociale allo scontro politico, che non è soltanto elettorale ma è anche elettorale – è ciò che i movimenti non riescono a fare. In Italia la situazione è differente da quella francese: la presenza dell’estrema destra nelle piazze “no vax” e “no pass” è più marcata, e c’è addirittura una sponda politica nel governo che dà voce alle loro rimostranze. Ma la questione decisiva è un’altra. Chi, quando e come, cercherà di orientare il malessere sociale provandosi a distoglierlo dal discorso irrazionale più o meno complottista, più o meno naturaliter di estrema destra, in direzione di una linea politica costruttiva, di opposizione o di governo?

Gli anarchici (moderati o radicali che siano) dovrebbero trovarsi a loro agio nel recepire una protesta acefala, sempre che nel frattempo abbiano aggiornato i loro strumenti comunicativi dal ciclostile a Internet. Ma nemmeno loro sembrano avere una qualche presa, per tacere della sinistra tradizionale di estrazione socialista e comunista, ammesso che qualcuno di quei militanti un po’ rétro sia ancora in circolazione. Non v’è dubbio, però, che la questione si pone, ne parlava Mario Pezzella in un suo intervento qualche giorno fa su “terzogiornale”: come uscire dalla falsa alternativa che fa di qualsiasi critica alla campagna vaccinale il pretesto per un’agitazione scomposta o, dall’altro lato, per la riaffermazione delle pretese virtù del sistema?

Ci vorrebbe un partito socialista ecologista capace, al tempo stesso, di un’opposizione mirata e di una progettualità ad ampio raggio, che sappia andare controcorrente quando necessario su temi circoscritti e adoperando argomenti, in grado di intervenire nella rete e di organizzare manifestazioni collegabili a un programma politico più generale. Per non lasciare il monopolio della contestazione alle spinte di un sovversivismo inconcludente che, alla fin fine, è sempre di destra.

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