Mi sono vaccinato e penso che ci si debba vaccinare. Detto questo, credo che sia lecito esprimere dubbi e perplessità, in un dibattito pubblico che dovrebbe essere meno convulso e isterico e più razionale. I dubbi li espongo qui di seguito.

1) Si può nutrire completa fiducia nelle case farmaceutiche e nei loro “bugiardini” (impagabile termine)? Pfizer, per esempio, negli ultimi due decenni ha subito innumerevoli processi e alcune condanne per sperimentazioni indebite, che hanno comportato menomazioni e morti, magari compiute in paesi africani in cui esistono protocolli poco rigorosi, mentre nel 2005 il suo Ceo McKinnell viene nominato come uno dei più grandi trasgressori dei diritti umani: Most Wanted Corporate Humans Rights Violators 2005, per essersi rifiutato di liberalizzare l’uso dei farmaci contro l’Aids.

2) Bisogna proprio accettare a occhi chiusi la sperimentazione “eterologa”, su cui non esistono dati attendibili e anche quando la vaccinazione con vaccini adenovirus non ha comportato alcuna reazione avversa? Perché esporsi a ulteriori rischi inutili?

3) È opportuno fare ora una terza dose, in mancanza di dati attendibili sulle conseguenze e l’opportunità di questa scelta? Non sarebbe meglio aspettare un vaccino adatto alle nuove varianti? Sono dubbi avanzati da Massimo Galli.

4) È opportuno ed etico vaccinare senza dati e sperimentazioni attendibili i minori di 12 anni, che – com’è noto – sono quasi a rischio zero, per quanto riguarda il Covid?

5) Visto che non si esclude una “fuga” del virus dai laboratori di Wuhan, e dato che questo laboratorio è stato finanziato anche da canadesi, americani e francesi nel corso degli anni per compiere sperimentazioni biologiche vietate nella madrepatria, perché non viene detto chiaramente di quale natura erano queste sperimentazioni e a quale fine venivano fatte? In generale: non si dovrebbe istituire un severo controllo pubblico sulle dichiarazioni delle case farmaceutiche, per impedire che interessi economici, politici e geopolitici prevalgano su quelli sanitari?

Una risposta pacata e argomentata a tali questioni, che preoccupano il cittadino comune – e magari male informato, come me – potrebbe attenuare l’aggressività esasperata dei “no vax”, evitare che si facciano assurdi paragoni tra la stella gialla della Shoah e il green pass (curiosa logica inversa, per cui accedere a un ristorante è equiparato all’ingresso nelle camere a gas): puri coups de théatre, macabri effetti retorici tipici della società dello spettacolo.

Naturalmente fa un certo effetto vedere fascisti e leghisti gridare nelle piazze “libertà, libertà” contro le decisioni sanitarie del governo, o accodarsi alle terapie “creative” proposte da Trump e Bolsonaro. Sarebbe però un errore scrollare le spalle, come fanno i nostri governisti, e ridurre tutto questo a una semplice aberrazione, a ignoranza e mancanza del più elementare buon senso. Se i fascisti e i populisti tirano fuori una parola d’ordine – un “significante vuoto”, avrebbe detto Laclau –, e se questo ha un certo successo popolare, occorre in primo luogo capire il fondo reale della protesta; e poi il modo in cui essa viene “ridotta”, traslata, deformata e passivizzata. Il fascismo, infatti, raccoglie e deforma, allo stesso tempo, una domanda sociale esistente, a cui non viene data risposta dall’ordine simbolico dominante (e da una sinistra esangue).

Il fondo reale della protesta è costituito dal fatto che viviamo in una società del controllo asfissiante, almeno a partire dall’11 settembre del 2001; almeno a partire da allora, ogni nostro movimento può essere monitorato, schedato e limitato. Il neoliberismo più spietato, sul piano economico, si associa a un potere quasi assoluto sul piano del controllo politico e sociale, e qualsiasi tentativo di immaginare una società oltre l’orizzonte di senso del capitale non è solo proibito o ostacolato: è ridotto all’invisibilità non esistente. Quanto più la “libertà” viene controllata e limitata sul piano del conflitto sociale e delle decisioni politiche, tanto più viene esaltata nella “riserva indiana” di un privato progressivamente sempre più ristretto: libertà di spritz, di fast food, di turismo di massa e di B&B. Quanto più la gente è priva di potere decisionale sul piano della sua esistenza sostanziale, tanto più la libertà viene esaltata in quanto immagine illusoria, in quanto pura rappresentazione. Benjamin, negli anni Trenta, diceva che il fascismo concede sul piano della rappresentazione quanto nega alle masse sul piano del potere reale. È dunque una risposta reale, sviata o deviata, a un bisogno effettivo o a un desiderio inappagabile nel contesto dei rapporti di potere capitalistici.

Dunque la gente vorrebbe disporre della propria esistenza e sente che è privata di una simile libertà, costretta alla desolazione del lavoro asservito e precario; di fronte all’autoritarismo neoliberale ora dominante, il fascista esporrà un particolare per il tutto e lotterà contro la “dittatura sanitaria”, invece che contro la desolazione finanziaria del capitale di cui un governo confindustriale e bancario è il rappresentante sul piano politico. E probabilmente si guarderà bene dal dire che questo virus – forse uscito da un laboratorio, e forse sfuggito a esperimenti biologici di dubbia natura – è il prodotto deforme di un’industria degli armamenti e di uno sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, che sono il prodotto inevitabile della meccanica del capitale. Diciamo, anzi, che i critici fascisti e quelli che li seguono, la parola “capitale” non la pronunciano proprio mai, e si rifiutano accanitamente di porre in rapporto la situazione specifica che stiamo vivendo con le articolazioni di fondo del potere capitalistico.

Limitando la critica all’aspetto sanitario, l’estrema destra opera così un’utile opera di distrazione di massa. Per esempio: chi si preoccupa più davvero del problema dell’immigrazione, la cui gravità continua ad aumentare? Eppure ora quasi non ne parlano più neppure i fascioleghisti: è mutato il “significante vuoto” destinato ad attirare il consenso, a cristallizzare la rabbia inconsapevole della gente, a orientare su un obiettivo preciso e limitato il disgusto profondo che il sistema dominante suscita.

È possibile che in una democrazia sociale anche la gestione dell’epidemia sarebbe diversa e più condivisa. Ed è certo che ondate epidemiche simili a questa nasceranno anche in futuro dalle aberranti condizioni di vita che il capitale impone agli uomini e alla natura.

Occorre ricordare che esistono modi molto diversi di affrontare un’emergenza sanitaria: di fronte all’epidemia di spagnola “il vescovo di Zamora Alvaro y Ballano sfidò le autorità sanitarie ordinando una novena [in piena pandemia] – preghiere serali per nove giorni consecutivi – in onore di San Rocco, santo protettore contro la peste e le pestilenze” (L. Spinney); e in effetti Zamora fu la città che ebbe più vittime di ogni altra città della Spagna. Lenin fu invece il primo a istituire in Russia, nel 1920, “un sistema sanitario centralizzato interamente pubblico”, come quello che da noi è stato progressivamente smantellato o reso inefficiente; seguirono altri paesi, la Gran Bretagna nel 1948 con il governo laburista di Attlee; mentre gli Stati Uniti optarono per l’opera di fondazioni benefiche, temendo più il contagio del comunismo che quello delle epidemie.

Nota – Citazioni e dati finali sono tratti da Laura Spinney, 1918. L’influenza spagnola. La pandemia che cambiò il mondo (Marsilio 2019). Un’utile lettura.

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