Da alcuni giorni Barcellona è una polveriera. Scontri con la polizia più o meno tutte le sere. Si mescolano insieme revanscismo catalano e proteste sociali. Quest’ultime difendono Pablo Hasél, il rapper catalano, poeta e scrittore, di 33 anni arrestato martedì scorso dopo essersi barricato nell’università. Con le accuse di “esaltazione del terrorismo” e “ingiurie contro la monarchia” è stato condannato a nove mesi di carcere. La rinascita del nazionalismo più radicale fa invece pendant con lo sfondo delle trattative tra i partiti indipendentisti per formare un nuovo governo in Catalogna. Avrebbero, dopo le recenti elezioni regionali, la maggioranza ma devono accordarsi su un rinnovato patto separatista isolando i socialisti possibili partner, come lo sono a Madrid nel governo centrale, per Sinistra repubblicana (Erc).

Cassonetti dell’immondizia bruciati, negozi e bancomat saccheggiati, auto e moto rovesciate in mezzo alla strada. Questo è lo scenario serale che presenta Barcellona da alcuni giorni. La polizia catalana replica ai manifestanti con idranti e manganelli. Danneggiato finanche il Palau de la Musica che è patrimonio dell’Unesco. Tra gli arrestati, ci sono anche sei anarchici italiani messi in carcere preventivo sabato scorso con l’accusa di aver dato fuoco a una camionetta della polizia (“tentato omicidio”) e di appartenere a “un gruppo criminale”. Lo ha riferito ufficialmente il consigliere degli interni catalano Miquel Samper in una conferenza stampa insieme ad Ada Colau, sindaca di Barcellona, personaggio famoso per le sue posizioni progressiste e di sinistra alla seconda legislatura come prima cittadina.

Polizia e magistratura usano la mano pesante in Catalogna, il che non aiuta a risolvere i conflitti latenti. Hasel è noto per canzoni e scritti contro la monarchia e l’esercito spagnolo. Le sue posizioni sono estreme e contribuiscono a gettare benzina sul fuoco. Nel maggio 2014, è stato arrestato per aver fatto parte di un gruppo di circa quindici persone che ha attaccato una postazione di Lleida Identitària, partito di estrema destra. Nel giugno 2016, ha prima spintonato e poi spruzzato con del detersivo un giornalista del canale Tv3. In un’intervista del marzo 2018, ha affermato di non essere riuscito a trovare lavoro pubblico a causa delle sue condanne penali. Nel marzo 2018, è stato condannato a due anni di prigione per aver lodato il terrorismo del gruppo Grapo (Gruppo di resistenza antifascista) e aver insultato re Juan Carlos su twitter. In passato, si è espresso a favore dell’Eta (la disciolta organizzazione separatista basca). La liberazione di Hasél è tuttavia sostenuta da Amnesty International e una lettera firmata da trecento artisti spagnoli, tra cui il regista Pedro Almodóvar e l’attore Javier Bardem, oltre a Andrés Manuel López Obrador, presidente del Messico, Evo Morales, ex presidente della Bolivia, e Nicolás Maduro, presidente del Venezuela.

Problema controverso, dunque, quello della liberazione di Hasél (si tratta perlopiù di reati di opinione). Come controverso è il personaggio. Meglio fare attenzione all’insieme della Catalogna che ribolle di nuovo. Resta infatti irrisolto il tema dei prigionieri politici condannati a pene severe (dai 9 ai 13 anni di reclusione) per “sedizione e malversazione” a seguito del referendum per l’indipendenza del 2017, indetto unilateralmente. In esilio resta inoltre Carles Puigdemont, ex presidente della Catalogna.

In questo quadro, la soluzione politica della “questione catalana” resta lontana. Basta un niente per riaccendere la fiamma della secessione.