Un piccolo passo indietro per gli Stati Uniti, un grande passo avanti – per ora solo potenziale – per l’equità fiscale: è una svolta l’annuncio che la segretaria del Tesoro Janet Yellen è pronta a rinunciare alla clausola del Safe harbor, letteralmente “porto sicuro”, per le grandi imprese digitali nei negoziati in sede Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, acronimo inglese Oecd). La decisione, annunciata ai ministri delle Finanze del G20, può spianare la strada a una regolazione globale sulla Digital Tax. Si tratta di un confronto che da lungo tempo era entrato in fase di stallo, come avevamo accennato qui anche noi di terzogiornale. Negli anni della presidenza Trump, il perno del confronto con Bruxelles è rimasto sempre lo stesso: la difesa della libertà per i giganti come Apple, Google, Amazon, di aderire solo su base volontaria alle regole sulla tassazione dei profitti digitali. Un anonimo funzionario del Tesoro Usa, citato dal Financial Times, ha sostenuto che con l’amministrazione Biden gli Stati Uniti “si impegneranno energicamente su entrambi i pilastri del progetto Ocse, le sfide fiscali della digitalizzazione e una robusta tassazione minima globale”.

Grazie alla pandemia di Covid 19 il peso delle cinque principali aziende Big Tech, ovvero Microsoft, Apple, Alphabet (Google), Amazon e Facebook è ormai l’equivalente di una potenza economica virtuale che a livello mondiale si collocherebbe al terzo posto dopo Stati Uniti e Cina. I ricavi 2020 di questo gruppo di imprese hanno superato i mille miliardi e sfiorano i tre miliardi al giorno. Un potere così forte (in grado fra l’altro di condizionare il dibattito pubblico globale e di censurarne a piacere i contenuti – sia pure a volte per cause apparentemente di interesse pubblico) rappresenta la questione centrale per gli equilibri sociali del presente e del futuro del pianeta. Il tema del controllo della “potenza di calcolo” come snodo fondamentale per il mercato e la democrazia è trattato qui.

A fronte di una dimensione finanziaria ormai difficile perfino da immaginare, abbiamo la portata ridicola degli incassi del fisco. Un solo esempio: in Italia nel 2018 la somma delle imposte pagate da Airbnb, Uber, Google, Facebook, Amazon, Apple e Twitter era ferma a 37 milioni di euro. Il meccanismo fiscale costruito negli Usa prevede che gli incassi registrati in giro per il mondo vengano “parcheggiati” nei paradisi fiscali. Potrebbero essere tassati, teoricamente, ma solo se rientrassero negli Stati Uniti (Delaware a parte, paradiso fiscale interno). Nel corso del negoziato internazionale, l’Ocse ha elaborato il concetto di “presenza significativa” nell’economia digitale di ciascun Paese, che dovrebbe sostituire quello legato all’era industriale di “stabile organizzazione”. Il superamento del veto statunitense potrebbe consentire un parziale rientro nel circuito fiscale reale delle enormi ricchezze prodotte nell’ecosistema digitale.

Attenzione: si parla di “tassazione minima” e del resto l’aliquota immaginata per la web tax europea è del 3 per cento, pari a quella della tassa introdotta in via sperimentale dalla legge di bilancio 2019 per le imprese con fatturato globale oltre 750 milioni e ricavi in Italia non inferiori a 5,5 milioni. A livello globale, uno studio dell’Ocse stima a cento miliardi di dollari l’anno la crescita potenziale delle entrate fiscali se verrà adottato il progetto di accordo internazionale. Ancora troppo poco per immaginare di farne una leva efficace per rilanciare il ruolo degli Stati nel contrasto alle disuguaglianze. Ma la svolta politica anticipata da Yellen potrebbe almeno rappresentare un primo, necessario passo in vista dell’adeguamento del sistema internazionale alla realtà dell’era digitale.