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Indulto in Catalogna? Sánchez lo propone, la destra va allo scontro

Soluzione politica, che può essere un indulto, per i dodici indipendentisti catalani ancora in carcere dall’autunno 2017? Per il premier socialista Pedro Sánchez bisogna procedere in questa direzione perché “la vendetta non è un valore costituzionale e bisogna pensare su tempi lunghi”. Lo ha dichiarato nei giorni scorsi in parlamento rivolgendosi alla destra del Partito popolare (Pp) e di Vox (partito neofranchista nato nel 2013), che invece ha riacceso le polemiche contro la soluzione ragionevole del conflitto tra separatisti catalani e Stato centrale.

Dodici persone in carcere nel cuore dell’Europa mediterranea per reati certo gravi, come il tentativo di secessione, ma pur sempre di opinione, è un problema che va risolto, anche perché non favorisce la distensione tra Madrid e Barcellona. Sulla via di un nuovo patto di coesistenza nel medesimo Stato gravano infatti come un macigno carcere e condanne. Tra gli incarcerati c’è Oriol Junqueras, ex vicepresidente della Catalogna, condannato a tredici anni di carcere, mentre l’ex presidente Carles Puigdemont è andato a risiedere a Bruxelles “in esilio”. Tre ex consiglieri catalani – Jordi Turull, Raül Romeva e Dolors Bassa – sono stati condannati per “sedizione” a dodici anni di prigione. Altri due – Josep Rull e Joaquim Forn – sono stati puniti con dieci anni e mezzo di carcere. Carme Forcadell, ex presidente della Catalogna, è stata condannata a undici anni e mezzo, pure lei per “sedizione”. Jordi Sanchez e Jordi Cuixart, militanti secessionisti, sono stati condannati a nove anni. Altri condannati: Santi Vila, Carles Mundó e Meritxell Borràs.

Il rapper di Barcellona. Rispunta la secessione?

Da alcuni giorni Barcellona è una polveriera. Scontri con la polizia più o meno tutte le sere. Si mescolano insieme revanscismo catalano e proteste sociali. Quest’ultime difendono Pablo Hasél, il rapper catalano, poeta e scrittore, di 33 anni arrestato martedì scorso dopo essersi barricato nell’università. Con le accuse di “esaltazione del terrorismo” e “ingiurie contro la monarchia” è stato condannato a nove mesi di carcere. La rinascita del nazionalismo più radicale fa invece pendant con lo sfondo delle trattative tra i partiti indipendentisti per formare un nuovo governo in Catalogna. Avrebbero, dopo le recenti elezioni regionali, la maggioranza ma devono accordarsi su un rinnovato patto separatista isolando i socialisti possibili partner, come lo sono a Madrid nel governo centrale, per Sinistra repubblicana (Erc).

Cassonetti dell’immondizia bruciati, negozi e bancomat saccheggiati, auto e moto rovesciate in mezzo alla strada. Questo è lo scenario serale che presenta Barcellona da alcuni giorni. La polizia catalana replica ai manifestanti con idranti e manganelli. Danneggiato finanche il Palau de la Musica che è patrimonio dell'Unesco. Tra gli arrestati, ci sono anche sei anarchici italiani messi in carcere preventivo sabato scorso con l’accusa di aver dato fuoco a una camionetta della polizia (“tentato omicidio”) e di appartenere a “un gruppo criminale”. Lo ha riferito ufficialmente il consigliere degli interni catalano Miquel Samper in una conferenza stampa insieme ad Ada Colau, sindaca di Barcellona, personaggio famoso per le sue posizioni progressiste e di sinistra alla seconda legislatura come prima cittadina.

Torna l’ombra della Catalogna (e dei suoi “prigionieri politici”) sull’Europa

Domenica scorsa ci sono state le elezioni regionali in Catalogna. Separatismo indipendentista? Riscrittura del patto di coabitazione in una Spagna confederale? Convivenza tra Barcellona e Madrid, come una coppia che non può divorziare? Il “problema Catalogna” torna questione irrisolta nella realtà spagnola del 2021. E non può essere ignorato dal resto d’Europa.

Il Partito socialista catalano (Psc) è stato il più votato con il 23%, ottenendo 33 seggi (li ha raddoppiati). Un successo, soprattutto nella metropoli Barcellona, per la forza principale che governa la Spagna insieme a Podemos, da sempre disponibile a discutere forme di riforma costituzionale ma non di divisione unilaterale del Paese. Affermazione pure delle liste indipendentiste, forti nelle zone rurali: Sinistra repubblicana (Erc) di centrosinistra con il 21, 3 per cento dei voti e 33 seggi; Insieme per la Catalogna (Junts per Catalunya), di centrodestra, con il 20% dei voti e 32 seggi, Candidatura popolare unita (Cup), di estrema sinistra, con il 6,6 % dei voti e 9 seggi.  Questi partiti hanno quindi 74 seggi per governare. La quota della maggioranza assoluta è stabilita in 68. Da non dimenticare, però, che l’astensione ha superato il 47 per cento, complici forse la pandemia e pure una certa stanchezza per il braccio di ferro con Madrid che non trova soluzione. Da segnalare, infine, l’inquietante affermazione di Vox, partito neofranchista di estrema destra, con il 7,6% dei voti, e il risultato di Comú Podem (Unidas Podemos), formazione di sinistra con il 6,8% dei voti. Forti flessioni al “centro” per Ciudadanos (5,5, passa da 30 deputati a 6) e per il Partito popolare (solo il 3,8).