Manca ancora più di un anno alle presidenziali dell’ottobre del 2027, e già Javier Milei pensa alla sua ricandidatura, vantando in ogni occasione i suoi successi sul calo dell’inflazione, l’avanzo fiscale e la crescita economica. “Se sto facendo il miglior governo della storia – ha detto a Radio Mitre – come non puntare alla rielezione? Ho già mantenuto tutte le mie promesse. Io ho risultati da esibire”. Ma intanto il 48% degli argentini non arriva a fine mese, e sono circa sei milioni quelli costretti a indebitarsi per pagare le bollette e fare la spesa; trentamila imprese hanno chiuso dal 2023; i supermercati hanno subito un taglio del 10% delle vendite, mentre il potere di acquisto dei salari precipita, e tra chi lavora si diffonde la paura di perdere il posto. Proprio sul terreno che gli è più vicino, quello economico, la maggioranza degli argentini lo prende a pesci in faccia; ma per Milei sono vittime delle fake news confezionate dai giornalisti dell’opposizione, “merde mentitrici, spazzatura immonda”.
Il suo governo ultraliberista vive mesi burrascosi, scosso da scandali che hanno toccato lui, l’onnipotente sorella Karina, le sorprendenti spese e i viaggi del suo capo di gabinetto, e dall’avere dovuto accantonare una riforma che avrebbe favorito i proprietari terrieri stranieri, accusata di essere una svendita del Paese. Tutto ciò l’ha spinto ad abbracciare quella che è considerata la causa patria per antonomasia, sostenuta dall’80% dei suoi concittadini, rilanciata dai giocatori dell’Albiceleste dopo la vittoria sulla nazionale inglese all’ultimo Mundial: “Las Malvinas son argentinas”. Una rivendicazione che risale al 1816, data dell’indipendenza dalla Spagna, che chiede la restituzione dall’Inghilterra, che le occupa dal 1833, e su cui Milei era stato, per la verità, finora assai tiepido.
In crisi di consenso, la giunta civile-militare guidata da Leopoldo Galtieri, nel 1982, cercò di riprendersele con un’azione militare. Ne seguì una guerra durata settantaquattro giorni, scatenata e vinta da Margaret Thatcher, con un bilancio di 904 morti, di cui trecento dovuti all’affondamento dell’incrociatore della marina argentina General Belgrano. L’invasione delle isole Falkland era il tentativo di distogliere l’attenzione dei cittadini dalla crisi economica che attanagliava il Paese, dato che la loro riconquista avrebbe regalato un’immensa popolarità al governo di Buenos Aires.
Riappropriarsi della causa delle Malvinas, che il Paese ricorda ogni anno con un giorno di festa nazionale, deve essere apparso a Milei, la cui immagine negativa oscilla tra il 55% e il 62%, all’inizio di settembre 2026, come un’occasione per risalire la china. Anche se il referendum del 2013 ha sancito che il 99,8% dei tremila abitanti dell’arcipelago preferiscono rimanere britannici. Per farlo sapere, ha scelto di parlare in tv a reti unificate, con tutto il suo esecutivo a fargli da ala, ma solo dopo che Trump aveva reso nota la sua rabbia contro Londra, accusata di non averlo aiutato nella sua avventura iraniana. In quella occasione, il presidente americano aveva esordito rivelando di avere rivisto la sua posizione riguardo alle Falkland. Poi, in un’intervista alla tv Gb News, aveva aggiunto che il Regno Unito è più debole del 1982, alludendo al fatto che stavolta potrebbe non essere in grado di respingere un’eventuale invasione. Per Milei, i classici due piccioni con una fava: appropriarsi del gesto patriottico della nazionale, e rilanciare la questione Malvinas, senza rischiare di infastidire il suo padrone di Washington. Al contrario, dando mostra di volerlo sostenere. Una furbata che l’uomo della motosega non poteva farsi scappare.
Fin dalla sua campagna elettorale, Milei aveva fatto cenno alla questione, ma senza troppa convinzione, e, una volta vinte le elezioni, aveva espresso la sua preferenza per una “relazione da adulti” con la controparte inglese, cercando perfino di migliorare i reciproci rapporti fino a ipotizzare un suo prossimo viaggio a Londra, tutt’oggi in programma. Essendo stato Carlos Menem l’ultimo capo di Stato argentino a visitarla nel 1998. Notorio ammiratore della Thatcher, in un’intervista alla Bbc del 2024 aveva criticato i politici che “si battono il petto” sulla questione senza ottenere risultati, e aveva detto che l’Argentina vuole che gli abitanti delle isole “decidano un giorno di votare per noi”. Aveva anche lasciato capire che i kelpers, gli abitanti delle Falkland, avevano diritto all’autodeterminazione. Le sue tiepide affermazioni su una questione scottante come quella delle Malvinas gli erano costate un’accusa di tradimento da parte dei veterani di guerra. E anche il successivo allontanamento della sua vice, Victoria Villarruel, figlia di un eroe della guerra delle Malvinas e molto vicina agli ambienti militari. Di fatto, fin dall’inizio, nella narrazione di Milei, quello che è mancato è stato proprio il nazionalismo, il che lo rendeva atipico rispetto alla consueta narrazione della destra internazionale. Ma non incapace di leggere la politica, e di capire che se la sua vice non sarà mai presidente, avrà la capacità di fare danni, tanto più che una riconciliazione tra i due ormai appartiene al periodo ipotetico del terzo tipo. Poco importa quanto pesa elettoralmente Villarruel. Perché quel piccolo elettorato di destra, nazionalista, ultracattolico, pro-militare, può fare molto male a La Libertad avanza, il partito di Milei. Lo stesso vale per Cristina de Kirchner. Non ha più peso politico per essere presidente, ma ha la capacità di danneggiare, e non poco, il Partido justicialista.
Uno dei sondaggi elettorali più recenti, condotto da Rdt Consultores, ha rivelato che la possibilità che Milei vinca al primo turno è lontana, poiché ha registrato un’intenzione di voto inferiore al 30% e un rifiuto più alto rispetto ai suoi potenziali rivali. La rilevazione ha anche misurato due scenari di ballottaggio per Milei, contro due nomi del peronismo: il governatore di Buenos Aires, Axel Kicillof, e l’ex candidato presidenziale, Sergio Massa. Il libertario è dato vincitore in entrambi i casi, ma con solo uno o due punti di differenza. In altre parole, i possibili candidati peronisti-kirchneristi hanno mostrato una crescita che li colloca in un pareggio tecnico con Milei. Per quanto riguarda la potenzialità del voto, al terzo posto dopo Milei e Kicillof, si è classificata Villarruel con il 33,5%, seguita da Patricia Bullrich, ex ministra dell’Interno, con il 30,4%, e Sergio Massa, con il 30,3%. Il che conferma la vicepresidente come la figura di destra meglio posizionata dopo Milei.
Il messaggio televisivo diramato, con tutto il governo schierato a sostenerlo, è apparso un’inversione a U motivata, più che da una nuova convinzione, da una prosaica convenienza. A tal punto, che Milei ha chiuso il suo discorso con un “Viva la patria!”, al posto dello slogan a lui abituale di Viva la libertad, carajo! (cioè “viva la libertà, cazzo!”). Di fatto, ha consentito al governo di tornare a dettare i temi e i tempi della politica, mettendo fine a un lungo periodo durante il quale era stato costretto in difensiva. Quanto alla sua sincerità, un altro sondaggio ci dice che il 61,1% degli argentini ritiene che lo abbia fatto per convenienza politica, e solo il 24,7%, per sincera convinzione. Mentre il suo successivo post pubblicato su X che le Malvinas “furono, sono e saranno argentine”, è apparso come il tentativo di un presidente, in crisi di popolarità, intenzionato a cavalcare l’onda nazionalistica.
In quest’ottica, Milei ha annunciato che destinerà maggiori risorse all’avanzamento della costruzione di una base navale a Ushuaia, nell’estremo lembo della Terra del fuoco argentina, un’infrastruttura cui attribuisce un ruolo strategico nell’Atlantico meridionale. La costruzione della nuova base rafforza di fatto il legame tra Washington e Buenos Aires, offrendo agli States una base logistica che sarà utilissima per proiettare la propria presenza nell’Atlantico meridionale e verso l’Antartide. “La base ci trasformerà nel polo logistico più importante dell’Atlantico meridionale e sarà fondamentale per la proiezione geopolitica dell’Argentina”, ha sostenuto Milei.
Intanto, nell’ormai vicino 2028, dovrebbe iniziare l’estrazione dal giacimento “Sea Lion”, che si trova a circa duecento chilometri a nord dalle Malvinas, stimato di avere riserve per 1,7 miliardi di barili. È un progetto dell’azienda britannica Rockhopper Exploration, che possiede una quota del 35%, e della israeliana Navitas Petroleum, in possesso del 65%. Ma tra gli stessi azionisti della britannica Rockhopper figurano fondi d’investimento israeliani, come Noked Capital, Brosh Funds e Ion Fund Management. Alla fine del 2025 i due gruppi, che intendono estrarre petrolio al largo delle Malvinas, hanno approvato un piano da oltre due miliardi di dollari per avviare la produzione con un ritmo iniziale di cinquantamila barili al giorno. Ma l’arcipelago e il petrolio si trovano al centro di un dossier diplomatico quanto mai delicato, dopo la guerra del 1982. Dato che Milei è uno stretto alleato e sostenitore del governo di Benjamin Netanyahu, il ministro degli Esteri argentino, Pablo Quirno, ha voluto escludere una crisi diplomatica con Tel Aviv, affermando che il contenzioso non danneggia minimamente le relazioni bilaterali. Finora non sono arrivati commenti ufficiali da parte di Tel Aviv. Da Londra, invece, netta la presa di posizione contraria.
Per gestire adeguatamente la vicenda, il governo sta valutando l’estensione della legge 26.659, popolarmente conosciuta come “Legge Pino Solanas” (dal nome del regista e uomo politico), approvata all’unanimità il 16 marzo 2011, durante il primo mandato di Cristina Kirchner. La norma stabilisce che l’esplorazione e lo sfruttamento degli idrocarburi sulla piattaforma continentale argentina possono essere effettuati solo con un’autorizzazione rilasciata dall’autorità competente argentina. In discussione ci sarebbe anche la possibilità di inasprire le pene e ampliare le attività “di affari” sulle isole. Tanto è vero che il governo valuta di includere la pesca e altre attività nel progetto di sanzioni che invierà al Congresso.
Infine, proprio quando il progetto “Sea Lion” sembrava essere pronto per decollare, Milei ha calato il suo asso di briscola, minacciando di vietare di operare in Argentina a qualsiasi azienda che sarà coinvolta nell’iniziativa. La minaccia esclude, infatti, tutte le aziende in essa implicate dallo sfruttamento dei giacimenti di Vaca Muerta, in Patagonia, ovvero dal gioiello petrolifero da cui attualmente vengono estratti più di seicentomila barili di petrolio al giorno, la più grande realtà estrattiva del Paese. “Coloro che operano nelle nostre isole alle spalle del governo argentino dovranno scegliere tra una scommessa illegale in un territorio contestato e un’operazione redditizia e sicura in un Paese sovrano, con regole chiare e prevedibilità. Non si possono fare entrambe le cose”, ha detto Milei. Conseguentemente, diverse delle principali società di servizi petroliferi del mondo si sono già pronunciate a favore della rivendicazione argentina, e hanno scelto di non partecipare al progetto delle Malvinas. Nonostante il vantaggio conquistato dall’anarco-liberista sul campo, è difficile dire quali saranno le ricadute a livello elettorale delle sue recenti decisioni, tenuto conto che sei elettori su dieci giudicano il suo operato spinto dall’opportunismo, equiparandolo a una mera manovra elettorale. È prevedibile che saranno confermati nella loro scelta coloro che già si sentono vicini all’esecutivo, mentre in pochi cambieranno le loro convinzioni tra coloro che lo avversano. Perché sono in molti a pensare che a decidere sulle scelte di voto degli argentini sarà anche stavolta l’economia. Specialmente quella spicciola, quella che riguarda i salti mortali cui sono costrette ogni giorno le famiglie argentine per mettere insieme il pranzo con la cena.










