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Legislatura costituente? Vediamo come stanno le cose

23 Luglio 2026 Paolo Barbieri  819

Alla fine di questa legislatura nessuna norma potrà liberalizzare l’omicidio per vendetta da parte delle vittime di reati violenti, che rimarrà ben distinto dal diritto alla legittima difesa, a dispetto della cortina fumogena in chiave di campagna elettorale diffusa in questi giorni dal sistema politico-editoriale delle destre. Alla fine di questa legislatura, il progetto di riforma radicale della magistratura, respinto a furore di popolo nelle urne referendarie, non avrà lasciato traccia nell’ordinamento costituzionale della Repubblica. E sembra ormai inevitabile che anche la molto sbandierata riforma del cosiddetto premierato, approvata in prima lettura al Senato, nel lontano mese di giugno del 2024, sia destinata a rimanere nei cassetti parlamentari dove prende polvere da allora, sia pure sostituita dalla sua versione light, ovvero la legge elettorale Stabilicum-Melonellum, in via di approvazione nonostante lo scontro interno al destra-centro sulle preferenze. Ma allora, quella che fin dall’inizio “terzogiornale” (vedi qui  e qui ) ha definito la “legislatura costituente” delle destre è naufragata nel nulla?

Basterebbe elencare la sequela di provvedimenti sulla “sicurezza”, caratterizzati da frequenti sconfinamenti sul terreno scivoloso – e paracostituzionale – dei diritti individuali e collettivi, a suggerire cautela nel giudicare fallimentare o innocuo il cammino del governo Meloni in quella direzione. E di sicuro anche i recenti sviluppi legati all’autonomia regionale differenziata dimostrano come non sia affatto archiviato il progetto di utilizzare il quinquennio per cambiare nel profondo gli equilibri istituzionali repubblicani; questo nonostante si tratti di un’altra “riforma” azzoppata, nel caso dalla Corte costituzionale, con la sentenza 192/2024 (vedi qui  un’analisi a caldo, con qualche previsione finale invecchiata non malissimo a proposito dell’atteggiamento dei promotori, in primis il ministro competente per materia, Roberto Calderoli,  in vista dei previsti cambiamenti nella composizione del collegio della Consulta).

Nelle “pre-intese” su protezione civile, professioni non ordinistiche, previdenza complementare e sanità, siglate fra l’esecutivo e quattro regioni del Nord (Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto), sulle quali, prima il Senato e poi la Camera, stanno esprimendo in questi giorni a maggioranza il parere favorevole, le finalità reali sono in qualche modo rivelate in partenza nei testi, come da subito hanno fatto notare i servizi studi delle due camere nel dossier preparato per i parlamentari: “Si segnala, infine, che gli schemi di intesa preliminare presentano l’identico testo per ciascuna delle regioni interessate, fatta eccezione per le premesse, che recano gli adattamenti specifici riferiti a ciascuna regione”.

Altro che “differenziata”! Questa autonomia, a parte alcuni aspetti delle intese con il Veneto, è del tutto uniforme: l’antico sogno secessionista della Padania rivive nel “copia e incolla” a trazione leghista. Nella lunga teoria di audizioni svolte al Senato, il costituzionalista Enrico Grosso ha parlato di “una differenziazione che non differenzia, ma omologa le quattro regioni interessate dentro un unico schema quasi totalmente sovrapponibile. A testimonianza del fatto che di un’unica iniziativa – o meglio, di un’unica operazione politica – si è trattato”. Bocciatura da cui il giurista fa discendere la previsione di un aspro contenzioso costituzionale da parte delle regioni escluse dalla “operazione politica”, contenzioso che “alimenteranno con feroce determinazione, perché ne andrà della difesa delle risorse a loro disposizione. In definitiva ne andrà della loro sopravvivenza”.

Il parere di Camera e Senato non esaurisce l’iter, le intese torneranno in Consiglio dei ministri e poi, sotto forma di disegni di legge che ne formalizzeranno i contenuti, dovranno essere nuovamente votate in parlamento. Se il parlamento le modificasse, le intese andrebbero poi riconfermate fra governo e regioni, prima di entrare in vigore. In teoria, le ostilità interne alla coalizione governativa – emerse in modo eclatante nel voto segreto sull’emendamento di Fratelli d’Italia, che reintroduceva, almeno simbolicamente, le preferenze – potrebbero frapporre nuovi ostacoli al cammino della contestata riforma. Ma in troppe occasioni, ormai, le destre italiane hanno dimostrato la loro capacità di ricompattarsi dopo qualsiasi scontro fratricida, e di rispettare, in qualche modo condividere, gli obiettivi strategici delle forze alleate. L’unica strada praticabile, per frenare questo nuovo capitolo della secessione dei ricchi, con ogni probabilità, rimarrà quella della resistenza delle altre regioni, preconizzata da Grosso in audizione, quindi il ricorso alla Corte costituzionale.

Non a caso fra i primi a lanciare l’allarme si è fatto sentire il presidente della giunta regionale pugliese, Antonio Decaro, parlando di “disastro” da arginare, con “un fronte meridionale unito, che parli con una voce sola”. L’appello a un fronte bipartisan è nelle corde del carismatico leader barese, non certo fra i più barricaderi esponenti Pd; ma sarebbe una scommessa davvero imprudente affidarsi alla solidarietà dei suoi colleghi della coalizione opposta, alla guida di Calabria, Basilicata, Abruzzo e Molise. La battaglia, prima o poi, dovrà essere giocata sul piano giuridico, affidandosi all’alto arbitrato dei giudici delle leggi. Si vedrà allora se e quanto fosse fondata la previsione (o la speranza, nel caso dei promotori dell’autonomia differenziata) di una maggiore propensione alla comprensione delle ragioni delle destre da parte del collegio della Corte costituzionale recentemente rinnovato con i nuovi giudici. Se dovesse cadere anche quell’ultima trincea, la XIX legislatura repubblicana si guadagnerebbe a buon diritto, nella memoria dei cittadini, la definizione di “legislatura costituente”.

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