In queste ore, sta montando l’indignazione per il comportamento delle autorità israeliane nei confronti dei componenti della Sumud Flotilla, prima arrestati in acque internazionali, poi costretti a rimanere faccia a terra con le mani ammanettate dietro la schiena, mentre il ministro Itamar Ben-Gvir li scherniva brandendo la bandiera con la stella di David, e diffondeva lui stesso il video che documentava le sue eroiche imprese, incorrendo perfino nella censura di Netanyahu (che probabilmente è dettata solo da considerazioni di opportunità).
Ci sono però (almeno) altre due notizie che permettono di mettere legittimamente in dubbio la definizione dello Stato ebraico come “baluardo della democrazia in Medio Oriente”, definizione, questa, molto cara a tanti politici e intellettuali italiani ed europei. La prima di queste notizie è l’introduzione della pena di morte (votata il 30 marzo scorso, a larga maggioranza, dal parlamento israeliano) per “chiunque conduca attacchi mortali volti a negare l’esistenza dello Stato di Israele”. La seconda notizia, più recente e riportata da autorevoli media come il “New York Times”, è che il “cambio di regime” in Iran, auspicato da Israele e Stati Uniti, al momento della loro aggressione all’Iran prevedeva la sostituzione degli attuali vertici di quel Paese con l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, noto, all’epoca del suo mandato (2005-2013), come uno dei più acerrimi avversari proprio di Stati Uniti e Israele (che si augurava venisse “spazzato via”), e come un feroce repressore di ogni forma di dissenso interno. L’operazione poi non è andata a buon fine perché, a quanto pare, l’abitazione in cui Ahmadinejad era relegato agli arresti domiciliari è stata bombardata dall’aviazione israeliana, che voleva eliminare le guardie di custodia, ma ha finito col ferire lo stesso Ahmadinejad, la cui sorte ora è ignota.
Torniamo alla prima notizia. Israele ha abolito la pena di morte nel 1954, tranne che per i crimini contro l’umanità (in primo luogo il genocidio) e i crimini di guerra. Di fatto, tale pena è stata finora comminata (nel 1962) solo contro Adolf Eichmann, uno dei maggiori responsabili dell’Olocausto. A proposito della pena di morte in generale, la mia opinione è quella espressa da Umberto Eco in un articolo su “Repubblica” di molti anni fa: “Se avessi dovuto condannare Hitler, lo avrei mandato ad Alcatraz”. È innegabile che Eichmann si fosse macchiato dei crimini più orrendi contro l’umanità; ma lo stesso si può dire di “chiunque conduca attacchi mortali volti a negare l’esistenza dello Stato di Israele” (cioè, di fatto, i terroristi palestinesi arrestati dopo il 7 ottobre 2023)?
Non si tratta qui di discutere della gravità di questi crimini, ma della loro equiparabilità a quelli commessi da Eichmann e dai nazisti. E forse non è equiparabile ai crimini di Hamas il massacro di ventinove palestinesi (più il ferimento di altri 125), raccolti in preghiera nella “Tomba dei patriarchi” a Hebron, compiuto da un fanatico israeliano il 25 febbraio 1994? Eppure nessuno (fortunatamente) chiese allora l’applicazione della pena di morte, che peraltro non verrebbe applicata neanche oggi: non si trattava certo di un “attacco mortale volto a negare l’esistenza dello Stato di Israele”. Quindi, se un terrorista palestinese uccide cittadini israeliani inermi, va mandato a morte; se invece lo stesso crimine viene commesso da un terrorista israeliano a danno di palestinesi, la pena non si può applicare. Un bell’esempio di democrazia.
Nel caso della tentata collocazione di Ahmadinejad al vertice dell’Iran, l’ipocrisia di Israele e degli Stati Uniti si rivela in modo palese, e lo stesso si può dire del loro amore per la democrazia, che evidentemente li infiamma solo a casa loro e dei loro amici. Si ricorderà di quando Netanyahu, pochi giorni dopo l’inizio della guerra, parlava di “popolo iraniano amico”, da liberare rovesciando il regime teocratico al potere da quarantasette anni. Persino per un autore di racconti di fantascienza è difficile immaginare che gli iraniani potrebbero riacquistare la libertà (posto che l’abbiano mai avuta) con il ritorno al potere di Ahmadinejad. L’ex presidente iraniano, al termine della sua carica, è entrato in conflitto con i vertici del regime (a cominciare da Khamenei), per questioni di potere interno; e da quel momento si è spostato su posizioni sempre più filoamericane e filoisraeliane, compiendo tra l’altro viaggi nell’Ungheria di Orbán, non a caso uno dei più grandi amici di Netanyahu.
Non sempre chi vuole rovesciare una dittatura è un democratico, anzi spesso è un ex complice di tale dittatura: in Italia, Dino Grandi e Badoglio non rovesciarono Mussolini per instaurare un regime democratico, ma perché si erano ormai convinti che la guerra era perduta. Infatti, durante i cosiddetti “quarantacinque giorni”, cioè il periodo tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943), ci furono varie repressioni violente di manifestazioni antigovernative. Probabilmente, un’Italia non fascista, ma ugualmente autoritaria, sarebbe andata bene agli Alleati, purché non fosse loro ostile (poi dovettero cambiare idea, per la fuga di Badoglio e del re a Brindisi, e per l’azione delle forze antifasciste, culminata nella Resistenza). Così, a Netanyahu non importa niente della libertà del popolo iraniano, ma gli interessa solo trasformare un Paese nemico in uno amico, o almeno non ostile. Perfettamente comprensibile, dal suo punto di vista: ma farlo passare per un esempio di amore per la democrazia sembra, come minimo, un po’ eccessivo.
Di fronte ai comportamenti di Israele, che ben poco hanno a che fare con la democrazia e i “valori occidentali” – come l’arresto illegale degli attivisti della Flotilla, o l’introduzione “selettiva” della pena di morte, o il tentativo di sostituzione di un regime dittatoriale con un altro (per limitarsi ai casi discussi qui) –, come hanno reagito finora l’Italia e l’Unione europea? Per il momento, solo con comunicati di esecrazione, accompagnati, in Italia, dalla convocazione dell’ambasciatore israeliano da parte del ministro degli esteri, Tajani. Quando si pensa che il nostro governo ha richiamato l’ambasciatore italiano dalla Svizzera, dopo la tragedia di Crans Montana, la tenuità della nostra reazione è evidente: nel primo caso il comportamento delle autorità svizzere (in realtà, cantonali più che federali) è stato certamente omissivo, ma nel secondo abbiamo a che fare con arresti effettuati in acque internazionali a bordo di navi italiane (giuridicamente, quindi, in territorio italiano) e con un ministro che pubblicamente irride un gruppo di persone fermate illegalmente, alcune delle quali italiane.
Ancora più patetico il comportamento dell’Unione europea: nel momento in cui scrivo, non risulta che siano arrivati comunicati di condanna da parte dei vertici delle istituzioni (le altrimenti immancabili Ursula von der Leyen, Roberta Metsola e Kaja Kallas). Inoltre, la proposta di bloccare l’accordo commerciale Ue-Israele non ha ancora avuto seguito: Kallas parla genericamente della “necessità di un’azione comune dei vari Paesi membri”, che certamente non contribuisce molto a mettere in moto.
Perché questa inerzia nel prendere delle decisioni, anche simboliche, se si vuole, contro un Paese che viola palesemente e ostentatamente il diritto internazionale (anche se la Flotilla fosse stata effettivamente un pericolo per Israele, perché bloccarla in acque internazionali e non attendere, invece, che arrivasse in quelle territoriali israeliane)? Forse per la paura che qualunque azione contraria a Israele possa essere bollata come “antisemita”. Questo timore può essere nutrito anche da chi è in buona fede, ma in altri casi si tratta di un tentativo maldestro di liberarsi da un passato ingombrante: non è un caso che oggi i governi europei che più si oppongono a sanzioni contro Israele siano quelli della Germania e dell’Italia, cioè dei Paesi che in passato hanno emanato le leggi razziali.
Per chi invece è in buona fede un “amico di Israele”, si tratta di aprire gli occhi davanti alla realtà, che mostra come questa amicizia vada, per lo meno, messa in dubbio, in attesa di un cambiamento della politica dello Stato ebraico: come minimo, si deve esigere il ritiro da Gaza, dal sud del Libano e dalla Cisgiordania, cioè la rinuncia al progetto di “Grande Israele”.
E cosa può fare chi invece giustamente si indigna per quello che sta accadendo? Il minimo è quello di non votare per forze politiche che non abbiano assunto una posizione contraria alla politica di Israele, senza margini di ambiguità – cosa, quest’ultima, che non si può dire per il Partito democratico: se infatti Elly Schlein (ebrea, tra l’altro) ha sempre assunto una posizione molto netta in questo senso, nelle file del suo stesso partito si contano anche personaggi come Pina Picierno, nota per avere ricevuto una delegazione di coloni israeliani illegittimamente insediati in Cisgiordania (vedi qui) e Piero Fassino, leader del gruppo “sinistra per Israele”.
È probabile che, se qualcuno dei summenzionati personaggi dovesse casualmente leggere queste righe, le accuserebbe immediatamente di “antisemitismo” o di “odio per Israele”. “Odio” è la parola magica usata come jolly, in questi casi: ma non si tratta né dell’una, né dell’altra cosa. Parafrasando il titolo di uno degli ultimi libri di un grande giornalista, Antonio Gambino (Perché non possiamo non dirci antiamericani, Editori Riuniti, 2003), “non possiamo non dirci anti-israeliani” (almeno di questi tempi). E se una frase come questa viene tacciata di antisemitismo, non dobbiamo preoccuparci, neppure se i disegni di legge in materia (vedi qui) dovessero essere approvati: non dovremmo comunque essere ammanettati e gettati faccia a terra (anche se ad almeno uno dei proponenti di questi disegni di legge, visto il suo passato neofascista, la cosa forse non dispiacerebbe).
D’altra parte, è da condannare e, se possibile frenare, ogni atto di violenza, verbale o tantomeno fisica, nei confronti dei nostri concittadini ebrei, come insultarli in quanto tali o imbrattare i muri delle sinagoghe. Altrimenti, ci si comporta come dei Ben-Gvir col segno contrario; e come lui si fa il gioco della parte opposta.










