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Caccia: a destra la passione e i miliardi

Su un disegno di legge antiambientalista presentato al Senato. Dietro, c’è la lobby delle armi

26 Maggio 2026 Paolo Barbieri  574

Il termine “sparatutto” si riferisce a una categoria di videogiochi (in inglese definiti shooters) in cui il protagonista progredisce, fra i diversi livelli, sparando più o meno a qualsiasi cosa si muova. È la definizione che si è guadagnato, nell’universo ambientalista, il disegno di legge presentato dal capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Lucio Malan (dopo che il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, aveva dovuto frenare sul progetto di un disegno di legge governativo, con contenuti e obiettivi sostanzialmente analoghi). Com’è costume ormai consolidato nella democrazia riveduta e corretta dell’era del maggioritario (costume anche inasprito in questa legislatura), la maggioranza e il governo hanno tenuto le porte sostanzialmente chiuse al confronto con le opposizioni, e respinto le loro proposte di modifica, accogliendo solo una dozzina di emendamenti dei gruppi del destra-centro, in qualche caso riformulati su indicazione governativa, a dimostrazione di quanto il percorso sia stato attentamente monitorato dall’alto.

L’offensiva per cambiare radicalmente la normativa, in vigore da oltre trent’anni, va a incidere su un lungo elenco di temi delicati: flessibilità del calendario venatorio, limiti territoriali (per esempio sui valichi montani, dove passano gli uccelli migratori o sulle spiagge, che finora erano escluse dalle scorribande delle doppiette), competenze regionali, regole sull’uso dei richiami vivi, estensione a livello nazionale delle licenze regionali per la caccia agli ungulati, livelli di tutela delle diverse specie, per esempio col declassamento della protezione del lupo, come da indicazione dell’Unione europea (dopo che il pony Dolly di Ursula von der Leyen era stato predato appunto da un lupo…), elenco delle specie cacciabili.

Su quest’ultimo punto, si registra forse la sola vera marcia indietro sulla direttrice del provvedimento, quella sull’apertura alla caccia dello stambecco, animale protetto fin dall’Ottocento e simbolo delle Alpi occidentali. Marcia indietro annunciata in extremis, solennemente, dal senatore di Fratelli d’Italia Luca De Carlo, presidente della commissione Industria e agricoltura del Senato, che ha gestito l’iter del provvedimento insieme alla commissione Ambiente: “Anticipo che, su sollecitazione del ministro Francesco Lollobrigida e con l’accordo di tutte le forze di maggioranza di governo, già a partire dalla prossima seduta di commissione sul tema, lo stambecco verrà escluso dalle specie cacciabili”. Per ragioni apparentemente più di immagine che sostanziali, sono arrivate sanzioni più severe per il bracconaggio, che restano però piuttosto blande e superabili con la classica oblazione pecuniaria.

Tra le norme meno simpatiche, a parere di chi scrive, introdotte col disegno di legge all’esame del Senato, c’è la riduzione delle possibilità, per i proprietari, di ottenere l’esclusione dell’attività venatoria dai propri terreni. A parte le ragioni etiche, va ricordato che ci sono dei rischi connessi alla caccia. Secondo l’Università di Urbino “durante la stagione venatoria 2025-2026 (periodo che va dal 1° settembre 2025 al 31 gennaio 2026) gli incidenti strettamente attribuibili alla pratica venatoria sono stati 45, un numero notevolmente inferiore rispetto ai 62 della stagione precedente, con un trend di costante diminuzione negli ultimi cinque anni, che ha portato a dimezzare gli episodi”. Le persone rimaste uccise “escludendo malori, cadute, atti intenzionali o episodi di bracconaggio, sono state 8”. Ma – denuncia, dal canto suo, l’Associazione vittime della caccia – “allarmante è il rapporto tra le vittime cacciatori e le persone estranee alla caccia. Dai grafici relativi alla stagione 2025/2026 – così come dalle precedenti – emerge chiaramente una sproporzione grave: a fronte di 33 cacciatori vittime di se stessi, si registrano 13 vittime totalmente estranee all’attività venatoria”; qui, per vittime, si intendono non solo i deceduti ma anche i feriti. 

L’iniziativa legislativa italiana ha suscitato concrete preoccupazioni da parte della Commissione europea, che ha avvertito Roma per iscritto sul possibile conflitto tra le norme in via di approvazione e le vigenti direttive Ue su “Uccelli e habitat”. Il governo ha tenuto riservato il monito dell’Unione, al punto che gli stessi parlamentari ne hanno avuto notizia dalla denuncia pubblica delle associazioni ambientaliste, che hanno scoperto l’esistenza della missiva dei funzionari europei. Alcune sigle storiche della tutela ambientale – Enpa, Lac, Lav, Lipu e Wwf Italia – hanno scritto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per protestare contro la scelta di Roma di ignorare il rischio di una procedura di infrazione, in caso di approvazione del disegno di legge. Ma è probabile che il testo arrivi presto all’esame dell’aula del Senato, e prosegua senza intoppi verso la seconda lettura alla Camera.

Più che a un’analisi dell’evoluzione dell’attività venatoria e della situazione della fauna selvatica, l’iniziativa legislativa sembra rispondere alle pressioni delle lobby interessate, dal momento che i dati sulla caccia in Italia sono alquanto carenti. Lo sostiene l’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) in un rapporto pubblicato lo scorso anno, sul suo sito, intitolato “La pressione venatoria sull’avifauna italiana dal 2017 a oggi”. Dal report – precisa l’istituto – “emerge che i dati non permettono di avere un quadro completo sul prelievo venatorio per le stagioni analizzate”. Anche a livello europeo, i dati sono incompleti, raccolti con modalità non uniformi sul territorio dell’Unione (per quanto riguarda l’avifauna, si parla di una stima – che risale a oltre un decennio fa – di 52 milioni di uccelli abbattuti all’anno). La politica, quindi, col disegno di legge “sparatutto”, liberalizza un fenomeno che non conosce, benché sia un dato di fatto che, dal punto di vista della sua popolarità, la pratica della caccia riguardi una porzione sempre più esigua della popolazione. I cacciatori, con licenze attive, sono all’incirca un terzo rispetto agli ultimi decenni del secolo scorso: poco più di 600mila, attualmente, anche se con una sorprendente crescita nell’ultima rilevazione annuale, peraltro in linea con una tendenza al riarmo nazionale privato, visto che crescono i connazionali possessori, a vario titolo, di porto d’armi: sono quasi un milione e 300mila. 

Cosa spinge, allora, le destre di governo a una riforma che le associazioni ambientaliste giudicano pericolosa e di grande impatto sull’ambiente? Pur non volendo trascurare l’interesse elettorale per una minoranza piccola ma fortemente organizzata come quella dei cacciatori, così come il valore di qualche residuo ideologico legato alla difesa della “tradizione” (rivendicata all’articolo 2 del disegno di legge) e una storica passione per la rude estetica delle armi, qualche indizio si può più prosaicamente ravvisare nei dati raccolti dall’Università di Urbino e diffusi da Anpam, l’associazione dei produttori di armi per uso civile e sportivo, legata a Confindustria, settore che vede la maggiore concentrazione di imprese fra Lombardia, Veneto ed Emilia‑Romagna. Nel 2023, la ricerca aveva quantificato una crescita di fatturato del 59,5% rispetto al 2019, e stimato in otto miliardi di euro il valore diretto e indiretto del settore (+7,6%). Ancora secondo la stessa ricerca, “i settori collegati alle attività sportive del tiro e della caccia nel periodo di riferimento hanno generato un valore economico, diretto e indiretto, di quasi sei miliardi di euro. La spesa sostenuta dai tiratori e dai cacciatori supera i tre miliardi di euro”, ci informa il sito di Federcaccia. Un recente reportage del quotidiano “Domani” aiuta a completare il quadro, dato che ricostruisce la nomenclatura di Fratelli d’Italia, che ha relazioni privilegiate col mondo delle armi leggere e delle lobby della caccia: dal potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanbattista Fazzolari, autore, quando era formalmente all’opposizione del governo Draghi, dell’emendamento che ha abolito lo storico divieto di commercializzazione e utilizzo civile delle armi e munizioni calibro 9×19 Parabellum, all’europarlamentare Pietro Fiocchi, erede di un gigante dell’industria delle munizioni (che si è sbarazzato delle quote della società di famiglia, una volta approdato a Bruxelles), e a Sergio Berlato, altro eurodeputato, presidente dell’Associazione cultura rurale, che, criticando la moderazione delle associazioni venatorie tradizionali, ha più volte definito la normativa vigente in materia di protezione della fauna selvatica “l’infame legge 157/92”, che, a suo dire, “ha costretto oltre un milione di cacciatori a smettere di andare a caccia”.

È probabile che, se la riforma diventerà legge, e se produrrà gli effetti, evidentemente auspicati da Berlato, di un rilancio in grande stile dell’attività venatoria, oltre alle poche centinaia di migliaia di appassionati tesserati con le associazioni venatorie o titolari di licenze di caccia, Fratelli d’Italia e le destre di governo potranno contare sul concreto apprezzamento di un comparto economico che vale lo 0,38% del Pil italiano. Ma lo stambecco, almeno quello, sarà salvo.

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