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Home » Articoli » L’assassinio di Lumumba, un passato che ritorna

L’assassinio di Lumumba, un passato che ritorna

Lo stesso re Baldovino del Belgio, oggi oggetto di un processo di santificazione, fu probabilmente implicato nel peggiore delitto politico della storia della decolonizzazione

25 Maggio 2026 Luciano Ardesi  854

Con la morte, a 93 anni, dell’ex diplomatico e uomo d’affari belga, Etienne Davignon – indagato dal tribunale di Bruxelles per complicità nell’assassinio del primo ministro congolese, Patrice Lumumba –, se n’è andato l’ultimo testimone diretto di un complotto che portò al feroce delitto politico di 65 anni fa, che ha condizionato tutta la storia della Repubblica democratica del Congo. Il Paese detiene il triste primato di non avere mai conosciuto un giorno di pace dal momento della sua indipendenza dal Belgio, il 30 giugno 1960, fino a oggi, mentre perdura la guerra nella regione orientale del Kivu, a dispetto delle farneticazioni di Trump (vedi qui), e l’insicurezza regna ovunque, senza contare la recentissima esplosione dell’epidemia di Ebola.

Davignon era l’ultimo sopravvissuto di quel gruppo di funzionari, militari, agenti dei servizi segreti belgi, con responsabilità a diverso titolo nell’organizzazione dell’assassinio di Lumumba, il 17 gennaio 1961, dopo che lo stesso premier era stato destituito, all’inizio del settembre 1960, appena dopo due mesi di governo. I nipoti di Lumumba pensano ora a un’azione civile contro lo Stato belga, per la complicità della sua amministrazione nell’uccisione di Lumumba. Dopo 65 anni, si è ancora alla ricerca della verità, prima ancora che della giustizia, benché quella storico-politica sia già stata disegnata nei suoi grandi contorni.

Al momento dell’indipendenza della sua colonia, il Belgio aveva inviato una missione, di cui Davignon faceva parte, per convincere l’allora presidente della repubblica, Kasavubu, a “neutralizzare” il suo primo ministro Lumumba, leader carismatico, nazionalista unitario, decisamente anticoloniale, che non sembrava volersi piegare alla logica neocoloniale di Bruxelles. All’indomani dell’indipendenza, gli ambienti finanziari e politici belgi avevano sostenuto la secessione del Katanga – la regione meridionale ricca di minerali strategici, che facevano gola a Bruxelles e non solo – sotto l’impulso di Moise Ciombe.

La denuncia inoltrata dai familiari di Lumumba, nel 2011, doveva servire anche a stabilire una verità giudiziaria sulle responsabilità del Belgio. La lenta macchina della giustizia era arrivata solo nel marzo di quest’anno al rinvio a giudizio di Davignon come unico sopravvissuto di una lista di dieci belgi, complici più o meno diretti dell’assassinio. In particolare, era accusato di crimini di guerra, di trattenimento e trasferimento illeciti di un prigioniero, sottoposto poi a torture. Davignon, all’epoca del delitto, era un giovane diplomatico, ma la sua carriera è stata in seguito notevole, sia a livello nazionale sia europeo. Nel 1977, fu infatti commissario dell’Unione europea per il mercato interno e gli affari industriali, e poi vicepresidente della stessa Commissione (1981-85). Successivamente, passò al mondo degli affari, ricoprendo posizioni di rilievo in importanti imprese. Davanti al suo rinvio a giudizio, aveva fatto ricorso, e tutto lasciava prevedere che l’eventuale processo non si sarebbe aperto prima del prossimo anno. Ma la sua morte chiude solo apparentemente il processo al Belgio per la sua politica coloniale e postcoloniale. La causa civile mira proprio a non mettere fine a una questione con cui il Paese non ha fatto ancora tutti i conti.

Nel 2010, una corposa inchiesta parlamentare di 988 pagine bilingui (fiammingo e francese) è stata pubblicata, dopo avere esaminato la documentazione disponibile, consultato esperti, esaminato le diverse azioni degli apparati dello Stato, compreso il re Baldovino, ascoltato testimoni (tra cui lo stesso Davignon, che dichiarò di essere al corrente della volontà di destituire Lumumba ma non di assassinarlo), vagliato le conclusioni degli esperti. La Commissione parlamentare d’inchiesta aveva tratto a sua volta delle conclusioni. Tra queste, si può leggere che il Belgio e altri Stati stranieri intervennero negli affari interni di uno Stato indipendente, e, per quanto riguarda Bruxelles, ben oltre il Trattato di amicizia, assistenza e cooperazione che legava i due Paesi. Il governo belga, con altri governi e numerose componenti della società belga e congolese, si diedero da fare per eliminare politicamente Lumumba, a causa delle sue prese di posizione critiche verso l’ex potenza coloniale.

Ancora secondo l’inchiesta, a partire dal luglio 1960, quando si consuma l’intervento militare belga e la rottura delle relazioni diplomatiche tra il Congo e il Belgio, il governo di Bruxelles agisce come se Lumumba, benché democraticamente eletto, non fosse più il legittimo capo del governo; in quest’ottica, rientrano la mobilitazione di fondi segreti, l’appoggio alle forze politiche congolesi contrarie al primo ministro, il sostegno alla secessione del Katanga e del Sud-Kasai, e alla trasformazione del Congo in una confederazione, secondo un disegno opposto a quello unitario di Lumumba. La Commissione critica anche la politica dell’allora segretario generale dell’Onu, Hammarskjöld (che perirà in un incidente aereo, dai dubbi contorni, nel settembre 1961, proprio mentre era diretto nel Katanga), e quella degli Stati Uniti, perché contribuiranno alla caduta di Lumumba. Dopo la sua destituzione, Bruxelles si impegnò a non permettere il ritorno di Lumumba e la riconciliazione tra le diverse fazioni: “eliminazione definitiva” sarà il termine usato dall’allora ministro degli Affari africani.

Esponenti dell’amministrazione belga, e degli Stati Uniti, elaborarono piani per eliminare fisicamente Lumumba: l’obiettivo era quello di prelevarlo e trasferirlo in Katanga, dov’era al potere il suo più acerrimo nemico. Il re Baldovino e il governo erano consapevoli del pericolo che il leader nazionalista correva, ma non fecero nulla per sottrarlo al tragico destino. Lumumba fu ucciso, poche ore dopo il suo trasferimento nel Katanga, su decisione delle autorità secessioniste. L’esecuzione materiale fu fatta da gendarmi e poliziotti katanghesi, alla presenza di tre militari belgi “sotto comando” delle medesime autorità. Lumumba fu ucciso con due compagni oppositori, rispettivamente di Mobutu, già alla testa delle forze armate, e di Ciombe, che controllava la regione. Né il re Baldovino né alcuna autorità governativa belga espressero una condanna o protestarono per l’assassinio; anzi, alcuni membri del governo concorsero a diffondere notizie false sull’intera vicenda. La Commissione conclude, quindi, sulla responsabilità morale di attori statali nell’assassinio di Lumumba.

Queste conclusioni contribuiranno a scuotere le coscienze, a indurre il figlio di Lumumba a intraprendere una procedura giudiziaria, e il governo belga a un gesto simbolico, nel 2022: la consegna alla famiglia e al suo Paese di un dente di Lumumba, unica parte del suo corpo rimasta dopo la resezione del cadavere e il suo scioglimento nell’acido, nei giorni immediatamente successivi all’assassinio. Nel corso della cerimonia, il primo ministro belga esprimerà, per la prima volta, le scuse per il modo in cui il governo aveva contribuito alla decisione di mettere fine alla vita del leader congolese. Vent’anni prima, l’allora primo ministro belga si era limitato a esprimere “rammarico”. Quanto alla monarchia, bisognerà attendere il 2020 perché il re Philippe esprima un giudizio severo sul colonialismo del suo Paese.  

La memoria del passato coloniale fa fatica a farsi strada nella mente dell’apparato. Tra gli aspetti più dibattuti – e sui quali dovrà eventualmente pronunciarsi la giustizia, se verrà accolta la nuova istanza –, c’è quello del ruolo di re Baldovino. Gli storici belgi sono schierati in due campi avversi. C’è chi sostiene una responsabilità attiva del re, e chi, invece, la sua totale innocenza, rigettando anche la posizione della Commissione di inchiesta. La disputa storica assume un valore importante, poiché, su sollecitazione di papa Francesco, era stata iniziata una causa per la beatificazione di Baldovino, cattolico e antiabortista (rifiutò di firmare la legge di depenalizzazione dell’aborto). La causa è stata aperta ufficialmente nel dicembre 2024. È evidente che un’eventuale pronuncia giudiziaria sulle responsabilità per il suo operato nei confronti di Lumumba metterebbe fine a una santificazione, in parte già in corso, ma che nel Paese divide sia l’opinione pubblica sia la politica.

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Tagsassassinio Belgio Congo decolonizzazione Luciano Ardesi Patrice Lumumba

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