Stellantis svela le sue carte. Ed è subito confusione nel mondo degli investitori e della politica. In molti sono in attesa di capire quello che succederà davvero nella guerra dell’automotive, ma intanto aumentano le preoccupazioni per il futuro degli stabilimenti in Italia. Dopo giorni di attesa, l’amministratore delegato Antonio Filosa, l’italiano che ha preso il posto di Carlo Tavares, ha presentato il piano quadriennale, FaSTLAne 2030, che dovrebbe portare il gruppo da qui ai prossimi anni a lanciare sul mercato sessanta nuovi modelli di auto, con un investimento previsto di sessanta miliardi. Il “60” come numero magico, e l’ottimismo della volontà come scelta per ridare fiducia alle Borse che, negli ultimi tempi, hanno mostrato una certa diffidenza. E che anche di fronte agli annunci sono sembrate rimanere molto diffidenti, sia sulla piazza italiana sia su quella americana. Dopo la conferenza all’Investor Day negli Usa di Filosa, il titolo Stellantis ha chiuso con una perdita media di due punti, anche se l’inizio della settimana segna un “rimbalzino”.
Dalle parole di Filosa, leggendo più o meno tra le righe, oltre agli annunci roboanti sui motori elettrici e sul ricorso sempre più massiccio all’intelligenza artificiale, si è capito che per ora la holding multinazionale con sede nei Paesi Bassi, nata dalla fusione tra i gruppi Fiat Chrysler Automobiles e PSA, e che oggi controlla quattordici marchi automobilistici (Abarth, Alfa Romeo, Chrysler, Citroën, Dodge, DS Automobiles, Fiat, Jeep, Lancia, Maserati, Opel, Peugeot, Leapmotor, Ram Trucks e Vauxhall), ha intenzione per prima cosa di ridurre la produzione in Europa. Lo ha ammesso, con una certa schiettezza, Filosa, e lo hanno fatto notare subito i sindacati. “Il piano prevede per l’Europa la drastica riduzione della capacità produttiva installata, di 800mila veicoli. In Italia il piano non dà risposte alla crisi che vivono i lavoratori da anni, a partire dagli stabilimenti di Cassino e Termoli”, hanno spiegato in una nota congiunta Samuele Lodi, segretario nazionale Fiom Cgil e responsabile settore mobilità e Ciro D’Alessio, coordinatore nazionale automotive per la Fiom Cgil, secondo i quali l’annuncio del lancio di due nuove vetture Maserati, che verrà discusso solo a dicembre, “non è sufficiente a risollevare le sorti dello stabilimento di Modena”. Il segno della strategia del gruppo è chiaro: le aspettative aziendali e gli investimenti si concentrano fuori dall’Europa e dall’Italia.
“Non chiuderemo impianti in Italia e in Europa”, rassicura però Filosa, secondo il quale il gruppo è in grado di ridurre la capacità produttiva di 800mila unità senza chiusure “perché siamo in grado di condividere la capacità produttiva con i nostri partner”. “Abbiamo rilanciato la produzione di auto di massa a Mirafiori, a Melfi produrremo l’Alfa Romeo e le e-car a Pomigliano. Investiremo ad Atessa. Il piano Italia è sulla buona strada”.
Ma la buona strada di Filosa è accidentata, e sarà molto difficile percorrerla anche con i fuori strada di nuova generazione e con le nuove e-car. I sindacati sono molto preoccupati. E nella rassegna delle critiche non c’è solo la Fiom. Nei mesi scorsi il sindacato dei metalmeccanici della Cisl aveva lanciato l’allarme, anche se ora i cislini si mostrano prudenti. Il piano di Stellantis presentato da Filosa rappresenta per il sindacato cislino “un passo avanti rispetto a una situazione di forte difficoltà, caratterizzata da calo dei volumi e delle produzioni, con conseguenti ricadute negative sull’occupazione, tra riduzioni produttive e ricorso alla cassa integrazione”. Ci vogliono, insomma, risposte concrete alla crisi.
Critiche a valanga anche sulle riviste specializzate, che hanno fatto notare la cancellazione di modelli iconici. Una protesta a cui ha dovuto rispondere la stessa azienda con un comunicato successivo all’Investor Day dove si specifica che le attuali Giulia e Stelvio resteranno in produzione fino al 2027, mentre sul futuro del segmento D, la posizione ufficiale è cauta ma non rassegnata: non una cancellazione, quindi, ma nemmeno un piano. Un rinvio nell’ambiguità che difficilmente placherà le preoccupazioni degli appassionati e soprattutto dei lavoratori dello stabilimento di Cassino, rimasto totalmente fuori dall’Investor Day. Negli anni Novanta lo stabilimento laziale aveva 12mila dipendenti, oggi sono 2.100. Ogni posto di lavoro ne creava sei di indotto, oggi tre. Molto preoccupati per Cassino i sindacati metalmeccanici delle tre sigle Cgil, Cisl e Uil, in questo caso tutti dalla stessa parte.
Notizie positive, almeno così sembra, per lo stabilimento di Pomigliano d’Arco. Il piano industriale FaSTLAne 2030 include, infatti, un ritorno sul mercato di un modello storico del marchio francese Citroën. Viene confermato per il 2028 il debutto di una piccola vettura ispirata alla leggendaria 2CV. Il progetto mirerebbe alla “democratizzazione” della transizione elettrica attraverso un veicolo definito semplice, versatile e abbordabile (15mila euro).
Di Stellantis parlano tutti: ceo, investitori, manager regionali, sindacati, operatori finanziari, osservatori e giornalisti. Ma nel grande coro manca ancora una voce che (in teoria) dovrebbe essere importante: quella del governo italiano. Di fronte agli annunci sui nuovi piani globali della multinazionale, erede della Fca di Sergio Marchionne, e soprattutto di fronte alla grave crisi produttiva degli stabilimenti presenti in Italia, la presidente del Consiglio e il suo ministro, Adolfo Urso (che dovrebbe tutelare il Made in Italy), rimangono per ora muti. Le battaglie “lancia in resta” contro Stellantis sono silenziate, e i ricordi tornano al 2024, quando Giorgia Meloni, in un impeto di nazionalismo, aveva accusato il gruppo dirigente dell’industria automobilistica di fare il gioco dei francesi. Tra la fine del 2022 e la metà del 2024, il ministro Urso e Meloni dissero più volte che pretendevano da Stellantis che tornasse a produrre almeno un milione di vetture all’anno, e che altrimenti avrebbero cercato di attrarre costruttori stranieri, in particolare cinesi. All’epoca, Stellantis produceva 750mila veicoli all’anno. Ora ne produce circa la metà.
“Riteniamo necessario – aveva dichiarato il segretario generale della Fiom, Michele De Palma, prima dell’Investor Day – che la presidente del consiglio Giorgia Meloni convochi un confronto preventivo tra Stellantis e le organizzazioni sindacali per mettere in sicurezza gli impianti e garantire l’occupazione”. Per ora, quelle dei sindacati sono parole al vento. Il governo italiano non sembra in grado di mettersi al volante. Quello che dirige è sempre il mercato. D’altra parte, basta guardare dentro i pacchetti azionari dei gruppi automobilistici, a partire da Jaguar Land Rover, con cui Stellantis sta siglando accordi, per capire che anche questa volta in primo piano ci saranno i grandi fondi finanziari americani come BlackRock.







