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In Congo la pace di Trump vacilla, gli affari no

Non reggono gli accordi tra le milizie dell’M23 filo-ruandese e il governo di Kinshasa. La posta in gioco è lo sfruttamento delle ingenti risorse minerarie nella regione del Kivu

12 Febbraio 2026 Luciano Ardesi  851

Il 4 dicembre scorso, a Washington, il presidente Trump poteva esibire ai giornalisti la sua ormai iconica firma a suggellare l’accordo di pace raggiunto tra il presidente della Repubblica democratica del Congo, Félix Tshisekedi, e quello del Ruanda, Paul Kagame. Al momento della firma, però, le armi non avevano smesso di colpire la popolazione civile nella regione del Kivu, nel nord-est del Paese. A oltre due mesi di distanza, le armi continuano a non tacere. Il 7 febbraio, nel territorio di Lubero, nel nord del Kivu, quindici civili sono stati uccisi dalle Forze democratiche alleate (Afd), di origine ugandese, affiliate all’organizzazione denominata Stato islamico. Nella notte tra il 31 gennaio e il 1° febbraio, i ribelli dell’M23, sostenuti dal Ruanda, hanno lanciato un attacco con droni contro l’aeroporto di Kisangani, dove stazionano le forze governative; la città è lontana dalla zona che controllano nel Kivu diverse centinaia di chilometri verso ovest.

Si tratta di un salto di qualità da parte dell’M23, che ha rivendicato l’attacco teso a distruggere il centro di comando dei droni militari installati nell’aeroporto di Kisangani. La pista è usata per il decollo dei droni e dei caccia dell’aviazione congolese al fine di bombardare le postazioni delle milizie dell’M23. Il presidente della Commissione dell’Unione africana, Mahamoud Ali Youssouf (Gibuti), ha definito l’attacco dell’M23 come “atto terroristico”, e si è detto preoccupato per l’escalation del conflitto. Malgrado le numerose firme, infatti, gli accordi non reggono. Solo dieci giorni dopo la firma dell’accordo di Washington, l’M23 si impadroniva della città strategica di Uvira nel sud del Kivu. Solo la pressione americana ha costretto le truppe filo-ruandesi a ritirarsi poco dopo.

Un’intesa di principio tra il governo congolese e l’M23 era stata firmata a Doha, nel Qatar, nel luglio scorso. Prevedeva un cessate il fuoco, la sospensione di qualsiasi attività suscettibile di ravvivare il conflitto, il ritorno degli sfollati e dei rifugiati, e in prospettiva il ristabilimento dell’autorità dello Stato. L’attacco di Kisangani mette in luce la contraddizione tra le dichiarazioni e i fatti. Il “barometro degli accordi di pace in Africa”, nato dopo la firma di un accordo di pace, da parte dei ministri degli Esteri del Congo e del Ruanda, nel giugno dello scorso anno a Washington, segnala nel suo rapporto di gennaio che, dalle firme dei diversi accordi, ben pochi progressi sono stati realizzati per metterli in pratica, e le azioni militari continuano. Alle uccisioni di civili si sommano i numeri della crisi umanitaria che la guerra porta con sé. Nel Paese ci sono cinque milioni di sfollati interni e venticinque milioni di persone in condizioni di insicurezza alimentare.

Se le milizie dell’M23 riescono a tenere in scacco il processo di pace, ciò dipende – oltre che dall’appoggio del Ruanda, che il presidente Paul Kagame ha ammesso solo recentemente – dal controllo stretto che impongono nelle zone occupate, ponendosi come una struttura amministrativa che la gente percepisce tuttavia come straniera. Il controllo si estende alle miniere, il che consente all’M23 di dotarsi dei mezzi economici per continuare la guerra e gestire i territori conquistati.

La presenza di gruppi armati, di diversa provenienza, mostra come la crisi nasca dall’ingerenza dei Paesi della regione (vedi qui), che hanno interessi sulle sue ricchezze e sulla sua posizione: Ruanda, Burundi, Uganda, e non solo. L’elemento scatenante fu dato, nel 1994, dal genocidio in Ruanda, che fece vittime soprattutto tra la popolazione tutsi ma anche tra quella hutu. Il Kivu diventò una regione rifugio, e oggi il Ruanda giustifica l’intervento con il pretesto della necessità di proteggersi dagli hutu, rifugiati nell’est del Congo, e ritenuti i soli responsabili del genocidio del 1994. La maledizione del Kivu, però, sono anche le grandi ricchezze del sottosuolo (cobalto, litio, tantalio ecc.), che fanno gola a diversi interessi occidentali e alla Cina.

Abbiamo visto come anche l’Unione europea si muova nella stessa direzione. Ursula von der Leyen aveva sottoscritto, nel febbraio di due anni fa, un accordo col Ruanda sui minerali strategici (vedi qui), facendo finta di non sapere che è proprio attraverso l’M23 che il Ruanda preleva nel Kivu tali minerali, attraverso una sorta di contrabbando di Stato.

Il fatto che il traballante accordo di pace sia stato firmato a Washington conferma il fiuto di Donald Trump per gli affari. Alla base, c’è l’accordo di partnership, del dicembre scorso, tra i due Paesi per assicurare agli Stati Uniti un approvvigionamento regolare attraverso l’individuazione di aree in cui si trovino i minerali strategici, secondo logiche decisamente neocoloniali. Su questo terreno, gli Stati Uniti stanno entrando così in competizione con la Cina, che già controlla per esempio l’estrazione dell’80% del cobalto del Paese (in cui è presente, peraltro, il 75% delle riserve mondiali), a partire dall’accordo Sicomines sui minerali, raggiunto nel 2008 e recentemente rinnovato. Non per niente il presidente congolese Tshisekedi, accompagnato da una delegazione governativa che comprendeva il ministro delle Miniere, era di recente a Washington per concretizzare gli accordi economici.

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Tagsaccordo di pace Congo Donald Trump M23 minerali strategici Ruanda

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