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Contro le Olimpiadi invernali

12 Febbraio 2026 Agostino Petrillo  1213

“Chi è contro le Olimpiadi è contro l’Italia”, ha dichiarato in maniera altisonante Giorgia Meloni dopo il partecipato corteo, tenutosi sabato scorso a Milano, che le contestava rumorosamente. Forse però è vero il contrario. Fin dal principio, dal momento in cui era nata l’idea della candidatura, la questione dei vantaggi e degli svantaggi dell’operazione era apparsa controversa. Chi serba ancora memoria di quella vicenda ricorderà le perplessità espresse dall’allora vicepresidente del Consiglio, Di Maio: “Non ci mettiamo un euro”; e i dubbi all’epoca sommessamente avanzati nei corridoi ministeriali, lo sfilarsi dell’allora sindaca di Torino, Appendino, e il levarsi di voci recisamente contrarie, che chiedevano che i quattrini venissero spesi in altro modo, magari in cultura e sociale.

Certo, post-festum tutto questo appare materiale archeologico. Rimane però aperto l’interrogativo che echeggiò a suo tempo: “Le Olimpiadi servono al Paese”? Risposte se ne possono dare parecchie, e da diversi punti di vista, che sono evidentemente tutti strettamente intrecciati. Sotto il profilo economico, la candidatura nasce nell’epoca in cui a Milano si va consolidando l’ambigua stagione dei “grandi eventi” prêt-à-porter, buoni per tutti gli usi – e va collegata a quella continua rincorsa a sempre nuove occasioni di marketing urbano che diventa, insieme all’immobiliare, l’unica strategia di sviluppo della città. Le Olimpiadi Milano-Cortina sono figlie di quella stagione e di quella maniera di pensare l’economia. E in effetti gli economisti urbani ci spiegano che i grandi eventi attraggono non solo persone, ma anche denaro, contratti, nuovi posti di lavoro e potenzialmente nuove aziende. Le imprese regionali e nazionali dovrebbero trarne beneficio, per esempio nel settore edile, che deve ristrutturare o ricostruire parzialmente gli impianti sportivi, o nel settore alberghiero. Ma – ammonisce chi ha studiato queste cose, come il geografo Allen Scott – per dare un reale impulso all’economia, questi eventi devono avere una ricaduta “pulviscolare”, innescare start-up, sedimentare e radicare opportunità lavorative per i giovani, altrimenti sono da considerare per lo più controproducenti.

Inoltre, le Olimpiadi sono costose. Città ospitanti, come Montreal 1976 o Atene 2004, hanno dovuto contrarre debiti a lungo termine. Questa una delle ragioni per cui, nei mesi scorsi, un dibattito aspro si è svolto a Monaco di Baviera sulla opportunità o meno di candidare la città a ospitare le Olimpiadi del 2038. I critici sostengono che i costi reali siano incalcolabili: sebbene molti impianti sportivi realizzati possano essere riutilizzati, molto spesso vengono abbandonati dopo l’evento, come tristemente accaduto a Torino dopo il 2006. Ci sono poi costi occulti, come quelli richiesti dalle misure di sicurezza, difficili da stimare, che rappresentano, in ogni caso, un’altra spesa importante. I costi per la sicurezza dei Giochi del 2024 a Parigi hanno superato il miliardo di euro. Il rapporto tra spesa e ricaduta economica non è perciò agevole da definire.

Sulle pagine di Facebook, Alessandro Volpi ha provato a fare due conti, e ha mostrato che il costo iniziale dei giochi di Milano-Cortina, previsto in 2,1 miliardi di euro è lievitato fino a 4,7 miliardi, e che l’investimento dei privati – peraltro ridotto, meno di un miliardo – è andato a vantaggio dei soliti noti: Coima di Manfredi Catella, la famiglia Del Vecchio e le banche. Come a dire che i vantaggi sono andati nelle tasche dei consueti rentier e di figure dell’immobiliarismo. L’auspicata ricaduta “pulviscolare” dei profitti non si intravede nemmeno lontanamente. E a ripianare i quattrini che mancano, rispetto a quanto stanziato, saranno con ogni probabilità i disgraziati contribuenti.

Se la ricaduta economica pare nel complesso fallimentare, con profitti che arrivano solo nelle tasche di pochissimi, non vanno meglio le cose sotto il profilo della “sostenibilità”, sventolata nelle brochure propagandistiche da Simico, la partecipata organizzatrice. Ha scritto sulle pagine di “Altreconomia”, Paolo Pileri, professore del Politecnico di Milano, che “ben 57 opere (il 58,2% per il 20% della spesa) hanno balzato ogni tipo di Valutazione di impatto ambientale (Via); otto sono state giudicate con impatto negativo ma avviate ugualmente (169 milioni) e solo nove sono state sottoposte a Valutazione d’impatto ambientale (pari a 1,57 miliardi, il 44,5% del totale)”. Sul fronte delle opere “minori”, avviate in autonomia da Comuni, Regioni e altri enti, nulla si sa. Eppure, anche loro hanno eroso bilanci pubblici, paesaggio, ambiente e suolo. Il consumo di suolo, alla faccia dei proclami, ha assunto aspetti fuori controllo, mentre sono state operate devastazioni ambientali di vasta portata.

La letteratura scientifica sul tema insiste anche su altri pericoli: i critici mettono in guardia dal realizzarsi di uno scenario in cui gli investitori acquistano alloggi e la gente del posto viene sfrattata, in modo che gli appartamenti possano essere affittati ai turisti a prezzi più alti. L’aumento del costo della vita che ne consegue finisce per toccare anche coloro che sono risparmiati dai processi di espulsione. Per far fronte all’afflusso di visitatori, Parigi ha dovuto aumentare la frequenza dei trasporti pubblici, con il risultato di costi significativamente più elevati dei trasporti, innalzamento dei prezzi che peraltro si è ripetuto a Cortina, con qualche esempio clamoroso, come la storia del ragazzino abbandonato nella neve dal conducente del bus.

Si dirà che esiste comunque un aspetto immateriale, di marketing e di promozione dell’intero Paese, che non si può valutare in termini strettamente quantitativi. Ma siamo certi che il ritorno di immagine sia così positivo? Anche sotto il profilo della comunicazione e dell’estetica l’organizzazione di questi giochi ha lasciato molto a desiderare. Al di là delle pure importanti considerazioni economiche e ambientali, il peggio della tornata olimpica in corso sono la retorica e il Kitsch che l’accompagnano. Si sa da sempre che le Olimpiadi sono un’occasione per la propaganda politica. Ma la storia si ripete sempre solo due volte, diceva quello, la prima come tragedia e la seconda come farsa. Se qualcuno ha pensato che fosse questa l’occasione per celebrare una piccola “Berlino 1936” si è sbagliato di grosso. La sfilata degli atleti insalsicciati in grottesche divise, che ricordano quelle dell’esercito polacco prima della caduta del Muro, è stata ai limiti del cattivo gusto, così come la cerimonia di apertura, con il succedersi delle gaffe e l’ossessivo richiamo a una memoria remota e bislacca.

I media ufficiali ci hanno quotidianamente propinato ogni sorta di zupponi dolciastri sui trionfi passati dello sport italico: e non è bastato lo sport, ci è toccato sciropparci il gossip ormai rancido sulle avventure sentimentali di Zeno Colò, assistere alla rifrittura del povero Gustav Thoeni in tutte le salse, e alla riproposizione retorica di un passato inseguito con maniacale nostalgia. L’Italia del miracolo economico è morta da un pezzo, e l’Italietta attuale, che arranca col fiato sempre più corto, non può che contemplarla con il cannocchiale rovesciato. D’altro canto, se fosse vero, come lascia intendere il governo, che l’immagine sgangherata e passatista che il Paese attuale sta offrendo sul palcoscenico internazionale è l’unica possibile, allora sarebbe veramente venuto il tempo di andarsene. Ma qualcuno Vance lo ha fischiato…

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