Giuseppe Conte è stato (metaforicamente, per ora) lapidato dall’immancabile Carlo Calenda e dagli altri altrettanto immancabili “riformisti” del Pd, come Lorenzo Guerini & c., per avere detto, in occasione della manifestazione napoletana del “campo largo” di qualche giorno fa (risoltasi in un sostanziale insuccesso; ma questo è un altro discorso) che “stanno costruendo la minaccia russa per convincerci ad armarci fino ai denti, ma perfino il comandante delle forze Nato ha detto al ‘Financial Times’ che la Russia né oggi né domani non minaccia l’Europa”. In effetti, la citazione di Conte è un po’ imprecisa: il comandante in questione (l’americano A. G. Grynkewich) si riferiva alla possibilità di un attacco russo non contro “l’Europa”, ma contro gli Stati baltici (cioè l’Estonia, la Lettonia e la Lituania), e il “né oggi né domani” è un’aggiunta del leader pentastellato. Si può però a ragione ritenere che il rischio di un attacco russo all’Europa ci sia – e sia comunque superiore a quello che i nostri governanti e gazzettieri denunciavano, senza alcuna prova, già quattro anni e mezzo fa, al momento dell’invasione dell’Ucraina da parte delle truppe di Putin. Può essere tuttavia utile domandarsi perché questo rischio sia effettivamente aumentato (se non semplicemente originato) e si può fare ancora qualcosa per ridurlo, posto che lo si voglia, naturalmente: ma è proprio la mancanza di volontà in questo senso che sembra caratterizzare sempre più la politica dell’Unione europea e della Gran Bretagna.
Partiamo dalla situazione attuale. Parafrasando il titolo del celebre romanzo di Remarque, verrebbe da dire “niente di nuovo sul fronte ucraino”: a dispetto delle dichiarazioni propagandistiche da ambo le parti, ciò che appare evidente è che la situazione è di sostanziale stallo, come accade da mesi se non da anni. Un aggravamento del conflitto c’è stato, purtroppo, nelle retrovie, con l’aumento massiccio degli attacchi di droni ucraini alle infrastrutture petrolifere, e anche su alcune zone abitate, della Russia, che ha risposto con massicci lanci di missili, che hanno causato diverse vittime tra la popolazione civile (come anche qualche drone ucraino, d’altra parte).
In questo quadro, entrambe le parti non mostrano alcuna intenzione di avviare dei negoziati, se si esclude qualche trattativa per lo scambio di prigionieri. La cosa è facilmente spiegabile: tanto Putin quanto Zelensky (o meglio, tanto la Russia quanto l’Ucraina: ci sembra infatti molto semplicistico ridurre tutto al confronto tra due leader, che sicuramente sono entrambi condizionati da forze che finora li hanno sostenuti, ma potrebbero anche rovesciarli) non sembrano intenzionati a rinunciare ai loro rispettivi obiettivi. Tali obiettivi sono, per la Russia, l’acquisizione dell’intero Donbass e la rinuncia dell’Ucraina a entrare nella Nato, mentre l’Ucraina non vuole assolutamente concedere né una cosa né l’altra. Di fatto, ciascuno dei due contendenti confida nel crollo dell’avversario per l’incapacità di sostenere ulteriormente i costi, economici e umani, di una prosecuzione del conflitto. In altre parole, la guerra potrebbe finire, da una parte o dall’altra, per lo sgretolamento del “fronte interno”.
I vertici europei mostrano una grande fiducia nel fatto che il primo fronte interno a sgretolarsi sia quello russo, basandosi su alcuni dati di fatto innegabili: gli attacchi di droni ucraini alle infrastrutture petrolifere russe hanno causato una riduzione della disponibilità di carburante per la cittadinanza, che in certe zone è costretta a lunghe code per rifornirsi; inoltre, le famose sanzioni economiche contro la Russia, che avrebbero dovuto risolvere il conflitto in pochi mesi, stando a Draghi e ad altri fini analisti, stanno ora cominciando a produrre qualche effetto sul tenore di vita della popolazione.
Tuttavia, è altrettanto innegabile che anche la popolazione ucraina soffre le conseguenze della guerra, da molto più tempo e in maniera molto più grave di quella russa: ciononostante, il consenso nei confronti di Zelensky non sembra calare in modo sostanziale. Certo, sullo stato d’animo degli ucraini (come su quello dei russi) mancano informazioni attendibili da parte dei nostri media: sono sempre dipinti come una popolazione compattamente schierata dietro al proprio leader, a parte qualche timido accenno ai fenomeni di renitenza alla leva che si stanno verificando. Quindi, stando almeno al quadro che ci viene presentato, non ci sono rischi di cedimento del “fronte interno” ucraino.
Ma se la maggioranza degli ucraini, nonostante tutto quello che stanno soffrendo da quattro anni e mezzo a questa parte, non ha alcuna intenzione di cedere, perché invece dovrebbe farlo la maggioranza dei russi, che solo ora cominciano ad avvertire le conseguenze della guerra? Forse perché gli ucraini sanno di “combattere per una giusta causa”, mentre i russi hanno la coda di paglia? Sembra improbabile, data la manipolazione dell’informazione che esiste in Russia. Inoltre, non si deve dimenticare che il richiamo alla “guerra patriottica” è una costante nella storia della Russia, sfruttato nel corso dei secoli dai vari autocrati, ultimo dei quali Stalin durante la Seconda guerra mondiale.
Non è probabilmente dunque un caso che il portavoce del Cremlino, Peskov, negli ultimi tempi abbia ormai rinunciato all’eufemismo “operazione militare speciale”, e abbia cominciato a parlare apertamente di guerra, sostenendo che in tale guerra è coinvolta anche l’Europa, grazie al suo continuo sostegno all’Ucraina. Ora, per ammettere la verità fattuale di tale affermazione non è necessario avere alcuna particolare simpatia né per Peskov né per Putin: l’Europa si è finora opposta a qualunque ipotesi di soluzione negoziata del conflitto, a cominciare dai negoziati di Istanbul della primavera 2022, fatti fallire dall’allora premier britannico Boris Johnson, ribadendo sempre lo slogan “pace sì, ma solo alle condizioni dell’Ucraina”. Inoltre, e non è poco, il programma di progressivo riarmo avviato dall’Unione non può essere interpretato dalla Russia che come un ulteriore inasprimento di tale atteggiamento ostile. Quindi, Conte è troppo ottimista: oggi come oggi non è da escludere che la Russia possa, nel caso volesse dare una svolta al conflitto, attaccare anche l’Europa, o almeno le infrastrutture belliche di alcuni Paesi europei, come per esempio la Germania, in cui tali infrastrutture si stanno moltiplicando o si moltiplicheranno a breve.
Naturalmente, i sostenitori della “pace sì, ma solo alle condizioni dell’Ucraina” potrebbero obiettare che la Russia aveva intenzione di attaccare l’Europa già a partire dal febbraio 2022, e che l’invasione dell’Ucraina non era altro che il primo passo in tale direzione: quindi, bisognava impedire che le armate di Putin arrivassero fino a Lisbona. A sostegno di questa tesi non è mai stato però fornito alcun argomento ragionevole, a parte la cattiveria di Putin: ma quale interesse dovrebbe avere a impadronirsi di tutta l’Europa (posto che possa riuscirci, ovviamente; in quattro anni e mezzo è riuscita a conquistare qualche centinaio di chilometri quadrati in Ucraina)? Come abbiamo già sostenuto su queste pagine (per es. qui), il suo obiettivo è semmai quello di ricostituire di fatto l’Unione sovietica, con la riduzione di Stati come l’Ucraina, la Moldavia, la Georgia, ecc., a vassalli della Russia. Naturalmente, non si tratta di un obiettivo legittimo: ma qualcuno dei cantori del mondo libero si è mai posto questo problema quando violazioni analoghe del diritto internazionale sono state compiute dagli Stati Uniti, in primo luogo nell’America latina? A volte, la Realpolitik impone dei compromessi, se si vuole salvare la pace mondiale; ed è sostanzialmente sulla base di questa Realpolitik che la guerra fredda tra Usa e Urss non è mai diventata calda.
Certamente, se l’obiettivo di Putin includesse anche le repubbliche baltiche, questo costituirebbe un grave problema per l’Unione europea e per la Nato, delle quali esse fanno parte. Il comandante delle forze Nato, come si è visto, per ora esclude un simile scenario. Naturalmente, è possibile che il generale Grynkewich sbagli, e che una o più delle tre repubbliche sia oggetto di un attacco russo, anche prossimamente. Bisogna però chiedersi quali potrebbero essere le ragioni di questo attacco, se cioè siano dovute agli obiettivi espansionistici di Putin oppure all’andamento dell’attuale conflitto russo-ucraino.
Continuiamo a ritenere la prima spiegazione altamente improbabile: perché la Russia dovrebbe attaccare un paese Nato, con il rischio di trovarsi immediatamente in guerra contro un’alleanza che dispone di una quantità di uomini e di armi notevolmente superiore (e questo anche allo stato attuale, cioè senza l’attuazione del piano di riarmo dell’Unione europea)? Meno improbabile, invece, è la seconda spiegazione: la Russia potrebbe attaccare le repubbliche baltiche, o anche un altro Paese Nato, come la Germania, per cercare di porre fine al loro sostegno all’Ucraina.
Se una tale ipotesi dovesse verificarsi, le prospettive non sono rosee. A questo punto, tuttavia, i governanti europei, a cominciare da Starmer, Merz e Macron dovrebbero parlare chiaro all’opinione pubblica: se veramente c’è il rischio di un attacco russo all’Europa, il programma di riarmo non obbedisce alla (supposta) logica del si vis pacem para bellum, ma a quella, molto più lineare, del “dobbiamo fare la guerra e quindi armiamoci” (e, possibilmente, “partite”). Noi, come cittadini, dobbiamo guardare in faccia alla realtà e rispondere: sì, vogliamo la guerra e siamo disposti a combatterla, quindi vi seguiamo; oppure: no, non vogliamo la guerra ma il negoziato; e perciò non vi votiamo più, dato che questa è l’unica arma che abbiamo a disposizione.










