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Home » Editoriale » Guerra israelo-statunitense all’Iran: l’incubo dell’arma nucleare

Guerra israelo-statunitense all’Iran: l’incubo dell’arma nucleare

27 Aprile 2026 Giorgio Graffi  707

Non sapremmo dire se la continuazione della tregua tra Stati Uniti e Iran, che doveva scadere mercoledì 22 scorso, fosse più o meno prevedibile. È sempre molto difficile fare previsioni, tanto più quando c’è di mezzo un personaggio come Trump. Dato che, comunque, ipotesi ragionevoli non si possono fare se non sulla base di quanto accaduto in precedenza, c’è una cosa che particolarmente preoccupa, ora che la tregua è ancora in atto, ma gli sviluppi della situazione rimangono molto incerti: il fatto è che Trump, il più delle volte, ha fatto il contrario di quello che aveva annunciato. E la cosa che particolarmente preoccupa la vedremo alla fine di questo articolo.

Finora, Trump e il suo amico Netanyahu non hanno raggiunto nessuno degli obiettivi che dichiaratamente si proponevano. Uno di questi era il blocco definitivo di qualunque progetto iraniano di dotarsi di un arsenale nucleare (obiettivo, peraltro, che Trump dichiarava di aver conseguito già nel giugno scorso): le riserve di uranio arricchito sono ancora intatte, o comunque certamente non eliminate. L’altro obiettivo era quello del rovesciamento dell’attuale regime teocratico-militare, non per ragioni umanitarie, di cui di fatto ai due compari non importa nulla, ma per instaurarne uno filoccidentale, com’era il regime altrettanto repressivo dello scià, sotto il quale si poteva bere liberamente whisky o champagne, ma gli oppositori finivano ugualmente in galera e a volte al patibolo. Invece, il regime si è rafforzato: l’unico cambiamento sta nella sopravvenuta prevalenza della componente militare (le “guardie della rivoluzione”) su quella teocratica (gli ayatollah), dovuta al fatto che la personalità di Mojtaba Khamenei è certamente più debole di quella del padre, ucciso in un attacco all’inizio della guerra. Paradossalmente, quello che sembrava un grande successo dell’azione congiunta Stati Uniti-Israele ha aggravato la situazione anziché migliorarla.

Pare che esistano delle notevoli differenze di opinione all’interno dell’attuale leadership iraniana: ai più intransigenti capi militari, decisi a continuare la guerra a ogni costo, se non si troverà una soluzione negoziata di loro gradimento, si opporrebbero personaggi come il presidente della Repubblica, Mazoud Pezeshkian, o il ministro degli Esteri, Abbas Aragchi, più inclini al compromesso. Per il momento, tuttavia, i primi sembrano prevalere sui secondi.

In Occidente, i più accaniti fautori, tra politici (a cominciare naturalmente da Trump) e opinionisti, della necessità di spezzare le reni all’Iran insistono sul fatto che, nonostante la inaspettata resistenza, le sue capacità militari sono state gravemente indebolite. Questo è indiscutibile; però non è che la guerra non abbia avuto effetti negativi anche per gli Stati Uniti, a cominciare dall’aspetto militare. Vari osservatori sottolineano il fatto che le riserve di missili statunitensi si sono drasticamente ridotte, e che la loro ricostituzione richiederà parecchio tempo. Inoltre, molti di questi armamenti sono stati spostati verso il teatro di guerra dalle zone del Pacifico in cui si trovavano, forse più strategiche per gli Stati Uniti, dati i loro problemi con la Cina (in primo luogo, Taiwan) e la Corea del Nord. Dulcis in fundo, la chiusura dello stretto di Hormuz: prima della guerra, era una via d’acqua aperta al traffico internazionale, senza limitazioni di sorta; ora, la sua riapertura e il suo controllo sono la posta in gioco più importante, dopo la questione del possibile sviluppo di un’arma nucleare da parte di Teheran. Ulteriore corollario – un po’ umoristico, se si vuole – è che questa situazione sta favorendo la Russia, che può vendere più petrolio e a prezzi più alti.

Ma i problemi più grossi per Trump sono quelli sul “fronte interno”. Per gli Usa, i costi stimati della guerra oscillano finora tra i ventotto e i trentacinque miliardi di dollari, con una spesa media di circa un miliardo al giorno. La chiusura dello stretto di Hormuz, per quanto gli Stati Uniti siano di fatto autosufficienti dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico, ha comunque provocato un aumento mondiale dei prezzi del petrolio, con la conseguenza che la benzina supera ormai i quattro dollari a gallone, soglia psicologica molto importante per gli automobilisti americani. Il risultato è che il tasso di approvazione della politica di Trump è sceso a livelli mai visti: stando a un sondaggio del 23 aprile scorso, gli americani che approvano la sua politica sono il 39%, contro il 58% che la disapprova. Un pessimo segnale, in vista delle cosiddette elezioni di “metà mandato” (midterm) del novembre prossimo.

Quali sono, a questo punto, le carte che Trump può giocarsi? Stando ad alcune delle sue migliaia di dichiarazioni, quella più importante dovrebbe essere il blocco totale dello stretto di Hormuz alle navi iraniane o dirette in Iran. Tuttavia, come osservato in un articolo del “New York Times” del 22 scorso (vedi qui), l’Iran può resistere al blocco per parecchi mesi, mentre Trump non può permettersi di aspettare tanto tempo: la situazione appena descritta gli impone di cavarsi al più presto dall’imbroglio in cui si è cacciato, pena una perdita sempre maggiore di consensi interni (che è ciò a cui maggiormente tiene). Lo stesso si può dire anche a proposito di un eventuale attacco all’Iran con lo spiegamento di truppe americane sul terreno: questa ipotesi, oltre che essere invisa alla maggior parte dei cittadini statunitensi, in sé non ha grandi possibilità di portare a una soluzione rapida del conflitto, tutt’altro.

Un’altra possibilità sarebbe quella di porre termine al conflitto dichiarando di avere già vinto: è un ritornello più volte intonato dal presidente americano, e potrebbe facilmente essere da lui spacciato come fatto indiscutibile. C’è però il convitato di pietra, Netanyahu, il quale certamente non sarebbe così stupido da prendere per buona un’affermazione del genere: il suo obiettivo è quello di arrivare a un cambiamento radicale del regime iraniano, come osservavamo una settimana fa (vedi qui), o comunque a un definitivo annichilimento delle sue possibilità di nuocere a Israele.

Negli ultimi giorni, Netanyahu non si è espresso molte volte pubblicamente sulla questione (o le sue dichiarazioni non hanno ricevuto grande attenzione da parte dei media internazionali), ma ha ribadito la sua grande amicizia con Trump, ricordandone anche la simpatica intenzione, espressa fino a poco prima dell’inizio della tregua, di “riportare l’Iran all’età della pietra”. Come? Ricordando che Trump ha detto, di fronte alla situazione di stallo in cui si trova il conflitto, che “non ha intenzione di usare le armi nucleari”, nonché la sua coerenza tra parole e fatti di cui dicevamo all’inizio, c’è da essere seriamente preoccupati. Ma forse c’è anche chi, invece di preoccuparsi, auspica una soluzione del genere: ci sono ancora molti autorevoli commentatori che difendono la scelta di Truman di usare la bomba atomica contro il Giappone, con la motivazione che così pose fine a una guerra che altrimenti sarebbe continuata ancora per mesi, con ulteriori gravi perdite umane ed economiche per gli Stati Uniti. È probabile che più d’uno, nel libero Occidente, sia oggi di un’opinione analoga per quanto riguarda la guerra con l’Iran; non ha il coraggio di dirlo ora, ma sarebbe pronto a dirlo a cose fatte.

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