Nemmeno ci sarebbe bisogno di tirare in ballo Tucidide, come ha fatto Xi durante il suo incontro con Trump, per sapere che una potenza emergente, sfidandone un’altra, può dare luogo a una guerra dalle conseguenze devastanti. Ed è noto che, nell’assurdo Risiko della geopolitica oggi dominante, la guerra è ridiventata una faccenda pressoché ordinaria. Eppure ci sentiamo di dover dare a ciascuno il suo, come si dice: alla dirigenza cinese va una sorta di ideale premio per non avere aggravato una già terribile situazione internazionale, con un accrescimento della pressione su Taiwan, o addirittura con un’invasione dell’isola. Ricordiamo che, stando al diritto internazionale, Taiwan farebbe parte a tutti gli effetti della Cina. Ma prudenza vuole, anzi impone, che un ricongiungimento dell’isola alla madrepatria avvenga attraverso un processo di reintegrazione progressiva, con il consenso di una maggioranza della popolazione (il che, tuttavia, è di là da venire).
D’altronde – e qui evidentemente casca anche l’asino, considerando ciò che è accaduto a Hong Kong, ex colonia britannica, dopo la riunificazione, con i movimenti popolari e tutte le immediate dure repressioni – nessuno potrebbe rallegrarsi granché del passaggio di Taiwan, che alla Repubblica popolare fa gola soprattutto per via delle sue fiorenti attività economiche, sotto l’imperio del Partito comunista cinese. Ah, se questo cambiasse almeno un po’, superando il regime del partito unico e aprendosi a una generale democratizzazione della vita sociale e politica! Se ne gioverebbero i cinesi – e la nostra antica simpatia per quel Paese forse ne uscirebbe rinnovata.
D’accordo, prendemmo un granchio riguardo alla “grande rivoluzione culturale” degli anni Sessanta e Settanta, ma che le cose non andassero per il verso giusto ci fu già chiaro al momento della sparizione di Lin Piao, nel 1971. È un fatto, tuttavia, che lo “stalinismo cinese dal volto umano”, da quel tempo, ne ha fatta di strada. Dapprima con un capitalismo selvaggio, che ha prodotto una sorta di “accumulazione originaria”, e oggi, se vogliamo, presentandosi come il campione di un’economia mista (cioè Stato più privati) che, attraverso un dirigismo economico – altrove d’antan, mentre lì ci sono ancora i “piani quinquennali” –, ha dimostrato una vitalità senza pari. La Cina, negli ultimi vent’anni, è diventata la prima costruttrice mondiale di treni ad alta velocità, e ha il primato anche nella costruzione del materiale ferroviario in genere; ha un’esportazione massiccia di automobili e batterie elettriche; è riuscita perfino a sviluppare le energie rinnovabili, diminuendo di molto la sua dipendenza dalle fonti fossili, diventando un polo avanzato della transizione ecologica globale. E tutto questo con la fuoriuscita della sua immensa popolazione da un passato di miseria e di durissima vita di lavoro, soprattutto nei campi.
Resta la grande macchia degli uiguri, la loro esistenza negata come minoranza all’interno del Paese (vedi qui). C’è la memoria incancellabile della ferita di Tien-an-men, dove fu trucidato un numero altissimo e imprecisato di giovani. Ci sono tante cose che la Cina dovrà farsi perdonare, quando ricominceremo ad amarla. Ma non v’è dubbio che, nell’impazzimento generale della politica mondiale, la dirigenza cinese conservi una sua razionalità cui altri farebbe bene a ispirarsi. La sua stessa attività di penetrazione (in Africa, per esempio) avviene con gli scambi e non con i militari e i paramilitari, come nel caso della Russia. C’è qualcosa come una saggezza cinese, alla quale non era estraneo Bertolt Brecht, come si ricorderà, con i suoi giochi letterari tra l’ironico e il sentenzioso. È un po’ di questa Cina che vorremmo ritrovare quando – e su questo non ci piove – tra alcuni anni sarà la prima potenza mondiale. Intanto, però, si può sperare in una sua opera di mediazione per sciogliere i nodi della guerra nel Golfo persico. Dopotutto, l’Iran è un suo importante partner economico, e, basandosi su questo, la Cina potrebbe far valere il suo soft power.







