• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Analisi » Uiguri, i nemici interni della Cina

Uiguri, i nemici interni della Cina

L’alta commissaria per i diritti umani dell’Onu, l’ex presidente socialista cilena Michelle Bachelet, si è recata di recente nella Repubblica popolare ricevendo molte critiche per l’atteggiamento tiepido riguardo ai campi d’internamento nella regione nord-occidentale dello Xinjiang. Ma il punto non sono i diritti umani, pur fondamentali, quanto piuttosto la questione di una evoluzione del regime in senso democratico

3 Giugno 2022 Rino Genovese  1873

Prevenire è meglio che reprimere. Era il criterio cui si ispiravano le purghe staliniane: più prudente eliminare in anticipo il potenziale dissidente con un processo farsa che lo avrebbe condotto direttamente a morte, o spedirlo in Siberia, nell’“arcipelago gulag”, dove a stento sarebbe riuscito a sopravvivere. In Cina i campi d’internamento ci sono ma la loro esistenza è negata dalle autorità: si tratterebbe tutt’al più di luoghi “di rieducazione”, un posto in cui t’insegnerebbero a reinserirti nella società dopo qualche malefatta. Almeno nello Xinjiang, però, non è così. Lì si sparisce, inghiottiti dai campi, senza il minimo processo, per una misura di polizia detta “predittiva”: qualcosa che avviene sulla base di dati immessi in un computer e in virtù di un algoritmo. Questo stalinismo cinese “dal volto umano” assomiglia molto allo stalinismo tout court: prevenire è meglio che reprimere. Dunque avanti con l’internamento di ampie fette di una popolazione che, avendo già dato luogo a sommosse e sanguinosi scontri a sfondo etnico-religioso (in particolare nel 2009), potrebbe rivelarsi pericolosa: i musulmani uiguri.

Non sono cinesi Han, gli uiguri. Non fanno parte, cioè, del gruppo etnico ultra-maggioritario in Cina. Sarebbero piuttosto gli abitanti di uno di quegli Stati che non esistono (un po’ come accade per i curdi): il Turkestan, che per un breve periodo, sia pure con una porzione di territorio molto ridotta, negli anni Trenta riuscì a essere indipendente. Come dice il nome, si tratta – non solo in quella che oggi è Cina, ma anche nei Paesi limitrofi, come l’Afghanistan, il Kazakistan ecc. – di popolazioni turche e musulmane. I problemi posti dalle minoranze linguistiche e religiose andrebbero risolti, senza drammi, con la più larga autonomia e secondo un principio federalistico. Ma non è questo il caso del centralismo cinese. Che tra parentesi professa l’ateismo di Stato. Se ti proclami musulmano, sei già visto male: figuriamoci poi se finisci sulla “lista nera” di quei separatisti indipendentisti che vorrebbero uno Stato tutto loro.

Michelle Bachelet, alta commissaria dell’Onu per i diritti umani, si è recata in missione nella Repubblica popolare nei giorni scorsi, andando anche nello Xinjiang. Al suo ritorno, ha dichiarato in conferenza stampa: “È molto importante che le risposte contro il terrorismo (così in Cina ci si riferisce agli uiguri influenzati dall’islamismo radicale, ndr) non sfocino in una violazione dei diritti umani”. E ha aggiunto che quelli che sono detti “centri di educazione e di formazione professionale” sarebbero stati smantellati secondo le autorità cinesi. Al contrario, il 24 maggio scorso, alcuni media internazionali hanno pubblicato decisivi documenti piratati (Xinjiang Police Files) che svelano come l’ossessione securitaria riguardante gli uiguri sia tuttora in corso, e come i “centri di educazione” siano veri e propri luoghi di pena e di lavoro coatto.

Probabilmente, Bachelet ha sbagliato ad accettare di visitare il Paese all’interno di un rigido inquadramento. Capitava anche in passato: i cinesi sono bravissimi a farti vedere solo ciò che vogliono loro; e negli anni Cinquanta una delegazione di intellettuali italiani – tra cui Franco Fortini, che dall’esperienza di quel viaggio trasse il libro Asia maggiore – rientrarono molto soddisfatti di ciò che avevano visto nella Repubblica popolare. Anni dopo, Edoarda Masi, che in Cina era stata a lungo e conosceva la lingua, ammise di avere abbellito, per ragioni ideologiche, le situazioni che si era trovata a vivere.

Ora certo non è più così. I maoisti non esistono più; tutti sanno che la Cina è il Paese di un capitalismo selvaggio, di uno sviluppo che sta eliminando molte sacche di povertà (come ha detto anche Bachelet), ma che al tempo stesso sta facendo di un immenso territorio qualcosa di ecologicamente insostenibile. Il Partito comunista cinese regna indisturbato, e gli uiguri e i tibetani, o altre minoranze, non minacciano affatto il suo dominio. La Cina non corre il rischio di quello che i suoi dirigenti temono di più: fare la fine dell’Unione sovietica. Piuttosto, tra non molti anni, essa sarà verosimilmente la maggiore potenza economica mondiale, superando l’America.

Dunque perché tanto accanimento nello Xinjiang? Perché un regime come quello cinese ha ancora bisogno di avere dei nemici. Come sosteneva il grande storico dello stalinismo, Moshe Lewin, non c’era nessun complotto in Unione sovietica, e perciò bisognava inventarsene di continuo qualcuno. La figura del nemico interno è altrettanto essenziale per un regime di questo tipo quanto quella di un nemico esterno. La Cina è oggi post-totalitaria, soprattutto se si pensa al pluralismo dell’iniziativa economica: ma il “post” non significa in alcun modo una cesura con il passato. E un sistema di potere del genere è del tutto adattabile sia a un modo di produzione e di consumo collettivista, basato sulla condivisione della penuria, sia a un capitalismo dell’arricchimento privato.

Tutto ciò spiega cosa sia la Cina oggi molto meglio del vuoto termine di “autocrazia”, che – oltre a essere sbagliato sul piano storico, perché si riferisce a un assolutismo monarchico, come quello zarista, che è un ricordo del passato – serve indirettamente a incensare quelle che sarebbero le “democrazie”. E ancor più contribuisce a spiegare come la tematica dei diritti umani, pur fondamentale, sia di per sé insufficiente (vedi il nostro articolo del 14 aprile 2021) ad affrontare la questione posta da un Paese come la Cina.

Favorire il passaggio da un regime come quello cinese – che pure non è immobile e si è sviluppato nel tempo – a uno democratico e aperto al pluralismo anche in senso politico, avrebbe bisogno della sponda offerta da un rilancio di un’idea di socialismo nella nostra parte di mondo, in Occidente. Per fare un esempio, il rigidissimo confinamento in cui sono stati chiusi per due mesi, fino al primo giugno scorso, i venticinque milioni di cittadini di una megalopoli come Shanghai, in nome della prospettiva “zero Covid”, è sicuramente il segno di un potere autoritario (oltre a essere un obiettivo probabilmente impossibile da raggiungere, quello di uno sradicamento completo del virus); ma, d’altra parte, la faciloneria a cui molto spesso ci si è consegnati, nel corso della pandemia, in una prevalente ottica liberal-liberista (in particolare nella Gran Bretagna del premier Johnson), è solo il suo opposto speculare. Comporre insieme i termini di “libertà individuale” e “società” – quest’ultima intesa come una costruzione incessantemente in fieri, qualcosa a cui approssimarsi indefinitamente, e la prima da non declinare più in maniera competitiva, quanto piuttosto cooperativa – sarebbe invece la premessa concettuale per confrontarsi oggi con la Cina e la sua immensa capacità di sviluppo.

1.896
Archiviato inAnalisi Cina Dossier
TagsCina diritti umani Edoarda Masi Franco Fortini Michelle Bachelet minoranze Rino Genovese socialismo stalinismo uiguri Xinjiang

Articolo precedente

Zuppi, dalla parte degli “ultimi”

Articolo successivo

Idrocarburi e neocolonialismo: focus sulla Nigeria

Rino Genovese

Articoli correlati

Meloni nel suo brodo

Myanmar, centomila morti e uno Stato fallito

Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali

Meloni frustrata nella sua ricerca di un capo

Dello stesso autore

Meloni nel suo brodo

Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali

Meloni frustrata nella sua ricerca di un capo

Chiesa, i lefebvriani all’attacco

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Fronte ucraino, il rischio è quello di un allargamento della guerra
Giorgio Graffi    13 Luglio 2026
Ordine pubblico e democrazia
Guido Ruotolo    9 Luglio 2026
Meloni frustrata nella sua ricerca di un capo
Rino Genovese    7 Luglio 2026
Ultimi articoli
Una settimana nella vita di Nigel Farage
Agostino Petrillo    16 Luglio 2026
Myanmar, centomila morti e uno Stato fallito
Marco Santopadre    15 Luglio 2026
Il vertice Nato, i capricci di Trump, la Turchia
Eliana Riva    14 Luglio 2026
Remigrazione nel Paese che fu dell’apartheid
Luciano Ardesi    13 Luglio 2026
In Giappone il flop del riarmo
Marco Santopadre    8 Luglio 2026
Ultime opinioni
Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali
Rino Genovese    13 Luglio 2026
Una casa per il circolo Gianni Bosio?
Paolo Andruccioli    3 Luglio 2026
Chiesa, i lefebvriani all’attacco
Rino Genovese    2 Luglio 2026
Elly Schlein e l’establishment
Rino Genovese    26 Giugno 2026
Dell’Utri 2, un’archiviazione che non archivia nulla
Stefania Limiti    11 Giugno 2026
Ultime analisi
La pelle del serpente: tutte le metamorfosi di AfD
Agostino Petrillo    10 Luglio 2026
Negli Stati Uniti è cominciata la crisi fiscale
Massimo Florio*    8 Giugno 2026
Ultime recensioni
Enciclica. L’umanità alla prova della Babele dell’intelligenza artificiale
Paolo Andruccioli    10 Luglio 2026
Genocidio del Ruanda, una “Lettera all’assente”
Katia Ippaso    29 Giugno 2026
Ultime interviste
“La Russia? Non è più un nostro nemico”
Paolo Andruccioli    18 Giugno 2026
Ex Ilva, a che punto siamo
Guido Ruotolo    18 Maggio 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA