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Home » Analisi » Uiguri, i nemici interni della Cina

Uiguri, i nemici interni della Cina

L’alta commissaria per i diritti umani dell’Onu, l’ex presidente socialista cilena Michelle Bachelet, si è recata di recente nella Repubblica popolare ricevendo molte critiche per l’atteggiamento tiepido riguardo ai campi d’internamento nella regione nord-occidentale dello Xinjiang. Ma il punto non sono i diritti umani, pur fondamentali, quanto piuttosto la questione di una evoluzione del regime in senso democratico

3 Giugno 2022 Rino Genovese  1782

Prevenire è meglio che reprimere. Era il criterio cui si ispiravano le purghe staliniane: più prudente eliminare in anticipo il potenziale dissidente con un processo farsa che lo avrebbe condotto direttamente a morte, o spedirlo in Siberia, nell’“arcipelago gulag”, dove a stento sarebbe riuscito a sopravvivere. In Cina i campi d’internamento ci sono ma la loro esistenza è negata dalle autorità: si tratterebbe tutt’al più di luoghi “di rieducazione”, un posto in cui t’insegnerebbero a reinserirti nella società dopo qualche malefatta. Almeno nello Xinjiang, però, non è così. Lì si sparisce, inghiottiti dai campi, senza il minimo processo, per una misura di polizia detta “predittiva”: qualcosa che avviene sulla base di dati immessi in un computer e in virtù di un algoritmo. Questo stalinismo cinese “dal volto umano” assomiglia molto allo stalinismo tout court: prevenire è meglio che reprimere. Dunque avanti con l’internamento di ampie fette di una popolazione che, avendo già dato luogo a sommosse e sanguinosi scontri a sfondo etnico-religioso (in particolare nel 2009), potrebbe rivelarsi pericolosa: i musulmani uiguri.

Non sono cinesi Han, gli uiguri. Non fanno parte, cioè, del gruppo etnico ultra-maggioritario in Cina. Sarebbero piuttosto gli abitanti di uno di quegli Stati che non esistono (un po’ come accade per i curdi): il Turkestan, che per un breve periodo, sia pure con una porzione di territorio molto ridotta, negli anni Trenta riuscì a essere indipendente. Come dice il nome, si tratta – non solo in quella che oggi è Cina, ma anche nei Paesi limitrofi, come l’Afghanistan, il Kazakistan ecc. – di popolazioni turche e musulmane. I problemi posti dalle minoranze linguistiche e religiose andrebbero risolti, senza drammi, con la più larga autonomia e secondo un principio federalistico. Ma non è questo il caso del centralismo cinese. Che tra parentesi professa l’ateismo di Stato. Se ti proclami musulmano, sei già visto male: figuriamoci poi se finisci sulla “lista nera” di quei separatisti indipendentisti che vorrebbero uno Stato tutto loro.

Michelle Bachelet, alta commissaria dell’Onu per i diritti umani, si è recata in missione nella Repubblica popolare nei giorni scorsi, andando anche nello Xinjiang. Al suo ritorno, ha dichiarato in conferenza stampa: “È molto importante che le risposte contro il terrorismo (così in Cina ci si riferisce agli uiguri influenzati dall’islamismo radicale, ndr) non sfocino in una violazione dei diritti umani”. E ha aggiunto che quelli che sono detti “centri di educazione e di formazione professionale” sarebbero stati smantellati secondo le autorità cinesi. Al contrario, il 24 maggio scorso, alcuni media internazionali hanno pubblicato decisivi documenti piratati (Xinjiang Police Files) che svelano come l’ossessione securitaria riguardante gli uiguri sia tuttora in corso, e come i “centri di educazione” siano veri e propri luoghi di pena e di lavoro coatto.

Probabilmente, Bachelet ha sbagliato ad accettare di visitare il Paese all’interno di un rigido inquadramento. Capitava anche in passato: i cinesi sono bravissimi a farti vedere solo ciò che vogliono loro; e negli anni Cinquanta una delegazione di intellettuali italiani – tra cui Franco Fortini, che dall’esperienza di quel viaggio trasse il libro Asia maggiore – rientrarono molto soddisfatti di ciò che avevano visto nella Repubblica popolare. Anni dopo, Edoarda Masi, che in Cina era stata a lungo e conosceva la lingua, ammise di avere abbellito, per ragioni ideologiche, le situazioni che si era trovata a vivere.

Ora certo non è più così. I maoisti non esistono più; tutti sanno che la Cina è il Paese di un capitalismo selvaggio, di uno sviluppo che sta eliminando molte sacche di povertà (come ha detto anche Bachelet), ma che al tempo stesso sta facendo di un immenso territorio qualcosa di ecologicamente insostenibile. Il Partito comunista cinese regna indisturbato, e gli uiguri e i tibetani, o altre minoranze, non minacciano affatto il suo dominio. La Cina non corre il rischio di quello che i suoi dirigenti temono di più: fare la fine dell’Unione sovietica. Piuttosto, tra non molti anni, essa sarà verosimilmente la maggiore potenza economica mondiale, superando l’America.

Dunque perché tanto accanimento nello Xinjiang? Perché un regime come quello cinese ha ancora bisogno di avere dei nemici. Come sosteneva il grande storico dello stalinismo, Moshe Lewin, non c’era nessun complotto in Unione sovietica, e perciò bisognava inventarsene di continuo qualcuno. La figura del nemico interno è altrettanto essenziale per un regime di questo tipo quanto quella di un nemico esterno. La Cina è oggi post-totalitaria, soprattutto se si pensa al pluralismo dell’iniziativa economica: ma il “post” non significa in alcun modo una cesura con il passato. E un sistema di potere del genere è del tutto adattabile sia a un modo di produzione e di consumo collettivista, basato sulla condivisione della penuria, sia a un capitalismo dell’arricchimento privato.

Tutto ciò spiega cosa sia la Cina oggi molto meglio del vuoto termine di “autocrazia”, che – oltre a essere sbagliato sul piano storico, perché si riferisce a un assolutismo monarchico, come quello zarista, che è un ricordo del passato – serve indirettamente a incensare quelle che sarebbero le “democrazie”. E ancor più contribuisce a spiegare come la tematica dei diritti umani, pur fondamentale, sia di per sé insufficiente (vedi il nostro articolo del 14 aprile 2021) ad affrontare la questione posta da un Paese come la Cina.

Favorire il passaggio da un regime come quello cinese – che pure non è immobile e si è sviluppato nel tempo – a uno democratico e aperto al pluralismo anche in senso politico, avrebbe bisogno della sponda offerta da un rilancio di un’idea di socialismo nella nostra parte di mondo, in Occidente. Per fare un esempio, il rigidissimo confinamento in cui sono stati chiusi per due mesi, fino al primo giugno scorso, i venticinque milioni di cittadini di una megalopoli come Shanghai, in nome della prospettiva “zero Covid”, è sicuramente il segno di un potere autoritario (oltre a essere un obiettivo probabilmente impossibile da raggiungere, quello di uno sradicamento completo del virus); ma, d’altra parte, la faciloneria a cui molto spesso ci si è consegnati, nel corso della pandemia, in una prevalente ottica liberal-liberista (in particolare nella Gran Bretagna del premier Johnson), è solo il suo opposto speculare. Comporre insieme i termini di “libertà individuale” e “società” – quest’ultima intesa come una costruzione incessantemente in fieri, qualcosa a cui approssimarsi indefinitamente, e la prima da non declinare più in maniera competitiva, quanto piuttosto cooperativa – sarebbe invece la premessa concettuale per confrontarsi oggi con la Cina e la sua immensa capacità di sviluppo.

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TagsCina diritti umani Edoarda Masi Franco Fortini Michelle Bachelet minoranze Rino Genovese socialismo stalinismo uiguri Xinjiang

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