Non è facile inquadrare Matteo Zuppi nella politica italiana. È stato indicato da papa Francesco e le sue caratteristiche sono ormai chiare: è un uomo legatissimo agli “ultimi”, alle periferie, alle sofferenze del popolo. Di conseguenza non potrà che essere lontano dai “poteri”, da sempre così forti nel nostro Paese. Li cito: quelli criminali, della finanza, dell’industria delle armi, e via di questo passo. Dovrebbe quindi collocarsi da una certa parte, ma in modo non conclamato. Chi comanda in Italia tenderà piuttosto a tenerlo in secondo piano o a ignorarlo, non avendo interesse a un aperto contrasto, che pure sarà probabilmente nelle cose. Che differenza, per esempio, dall’evidente protagonismo di un Ruini!

Zuppi ci appare come un prete dalla forte vocazione pastorale, attento al vissuto di vasti strati della popolazione e, da questo punto di vista, piuttosto disattento alla politica – ma omogeneo, in ciò, alle progressive difficoltà del popolo nel credere nella politica e nell’occuparsi di essa. La disillusione nei confronti delle istituzioni è forte e diffusa, e attraversa tutti gli schieramenti.

A Bologna, a quanto dicono, Zuppi ha “sfondato”, attirandosi una simpatia molto ampia. Gli vengono riconosciute insolite capacità di empatia umana e, appunto, il saper sentire l’odore delle pecore, secondo l’espressione del papa. A molti bolognesi non sembra vero, se pensano ai due vescovi precedenti, Caffarra e Biffi, che, al di là di ogni altra valutazione personale, erano sempre schierati all’estrema destra della Chiesa italiana (in una diocesi di cultura e sensibilità ben diversa).

Il confronto con la politica, comunque, si imporrà a Zuppi. Egli è considerato uomo di mediazione sulle questioni ecclesiastiche, soprattutto riguardo a quelle confinanti con le istituzioni. Come si muoverà? Difficile prevederlo. Ci sono questioni urgenti che premono e sulle quali i contrasti sono molto forti. È stato ripresentato il disegno di legge Zan per contrastare l’omofobia. Quando non è passato, in Senato c’è stata una vera e propria gazzarra da parte di chi aveva rifiutato questo provvedimento di buon senso, cavalcato con rabbia e livore da gruppi della destra cattolica. Quando, a breve, tornerà in discussione i vescovi se ne staranno zitti?       

Ancora: c’è il disegno di legge ius culturae. Come si può pensare che su questo Zuppi si volti dall’altra parte? Poi arrivano le migrazioni. In modo praticamente permanente ci sono imbarcazioni nel Mediterraneo, con centinaia di migranti che non hanno dove sbarcare. E continua l’ecatombe di chi non ce la fa. Forse la voce di papa Francesco potrebbe trovare in Zuppi e nei vescovi italiani la capacità di denunciare e intervenire di più, anche con interventi concreti (la Caritas non potrebbe allestire direttamente delle imbarcazioni?). Arriverà in Senato anche il disegno di legge sul fine vita, passato alla Camera accettando le indicazioni della Corte costituzionale, ed è ipotizzabile che Zuppi lo accetti – ma al Senato si sta preparando uno scontro al massimo livello, perché i movimenti conservatori nella Chiesa tendono a coinvolgere “contro” l’universo mondo. Come potrà Zuppi stare zitto davanti a una legge che si appella alla misericordia cristiana contro le sofferenze estreme?

Le difficoltà di Zuppi, comunque, dovremo considerarle con attenzione a partire dal fatto che egli, sul sociale, ha scavalcato e scavalcherà il Partito democratico a sinistra (sarà costretto a farlo). Se sarà coerente, non ci troveremo di fronte a una situazione facile.

Altra questione delicata, di cui poco si parla: l’attitudine dei cattolici presenti nel circuito ecclesiale di fronte alle istituzioni locali, Regioni e amministrazioni comunali. Ci sono troppe situazioni in cui l’amministrazione locale non viene “usata” da energie che ci sarebbero nel mondo cattolico (volontariato e tanto altro). Si potrà ipotizzare un’iniziativa con messaggi che dicano che questa è una sede preziosa per esprimere “valori” diversi dai calcoli consueti, nella gestione del potere locale, da quelli degli amministratori “di mestiere”. Esempi positivi ci sono già. Dalla Cei e dalle conferenze regionali, potrebbero venire delle indicazioni importanti: per esempio, una nuova passione per le realizzazioni dal basso in materia ambientale.

Zuppi e i vescovi. È stato designato dai vescovi, ma il suggerimento è venuto da papa Francesco. Un altro che poteva essere in lista è Castellucci di Modena, anche lui bergogliano, che però si è ritirato per non entrare in conflitto con Zuppi. I vescovi italiani sono troppi, quelli diocesani ben 226. È una cosa assurda. A fronte della più grande diocesi del mondo, quella ambrosiana (insieme con quella di San Paolo del Brasile), con cinque milioni di anime, ci sono tante diocesi, soprattutto al Sud, che non arrivano neppure a centomila. Che rapporto si stabilisce con il vertice della Cei?

Il papa ha chiesto più volte la loro riduzione, ma senza ottenere niente. E a questa frammentazione ha corrisposto una sempre maggiore strutturazione del centro. Fino agli anni Cinquanta, la Conferenza episcopale italiana non esisteva. Ora Ruini e altri hanno organizzato un vero e proprio governo centrale, dotato di risorse consistenti. Si tratta, ogni anno, di circa un miliardo di euro proveniente dall’otto per mille, che viene distribuito sul territorio, non senza trattenerne una parte sufficiente per un centinaio di interventi centrali. Dispone di mezzi di comunicazione (Tv2000 e altro), e in base al concordato del 1984 gestisce, su molte materie, rapporti diretti con lo Stato italiano. Insomma, un vero e proprio “Vaticano italiano”. L’opinione corrente delle aree democratiche e conciliari della Chiesa italiana è piuttosto critica su questa struttura, che anche il papa non riesce a orientare. Che farà ora Zuppi? Bella domanda.

Nell’immediato, si trova di fronte a due questioni: la prima, quella del “percorso sinodale”, iniziato in autunno, e che continuerà per altri tre anni. È difficile capire com’è partito e se riuscirà a fare parlare il “popolo di Dio”, abituato ad accettare e basta. L’altra grande questione è quella degli abusi da parte del clero pedofilo. Il problema è stato silenziato per più di dieci anni, con documenti solo preoccupati di non subire scandali e privi di interventi a favore delle vittime. Grazie alle inchieste clamorose in altri Paesi, i vescovi hanno dovuto occuparsene fino a ottenere l’attenzione dell’opinione pubblica, che fino a ora ne sapeva ben poco. Si veda in proposito “La Stampa” del 28 maggio scorso. Per la prima volta, è stato argomento oggetto dell’attenzione di tutti. Che ha fatto Zuppi?

È riuscito a ignorare la linea tradizionale introdotta da Bassetti all’inizio dell’assemblea, e a ottenere, con scadenze predeterminate, indagini all’interno delle strutture ecclesiali per sapere come stanno veramente le cose. Questa mediazione di Zuppi è stata però ritenuta del tutto insufficiente dalle associazioni delle vittime e da “Noi siamo Chiesa”, perché ben diversa da quanto avvenuto in Francia e in altri Paesi. Zuppi ha detto che si era cercata una terza via “tutta italiana”, tra la passività precedente e le commissioni indipendenti degli altri Paesi. Staremo a vedere, i dubbi sono tanti. Adesso cercheremo di capire quanto Zuppi vorrà e potrà fare. Certamente la sua figura segna, almeno in partenza, uno stacco netto col passato.