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Legge elettorale o legge di distrazione di massa?

13 Maggio 2026 Paolo Barbieri  663

Cosa succede nella destra italiana? Scontri interni, regolamenti di conti, intoccabili licenziati dai posti di ministro, sottosegretario, dirigente ministeriale. Ma a volte basta una frasetta, buttata lì in una delle tante dichiarazioni per la stampa, per illuminare le zone d’ombra più di quanto non facciano le notizie vere. Interessante una recente dichiarazione di Lucio Malan, presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, uomo non eccessivamente propenso a dubbi e sfumature: nel replicare alla segretaria del Pd, Elly Schlein, che accusa Giorgia Meloni di aver fatto passare l’Italia “dalla dipendenza dal gas di Putin a quello di Trump”, Malan contesta quello che definisce “l’assurdo presupposto di una sudditanza dell’attuale governo al presidente americano dal quale l’attuale esecutivo si è dissociato già diverse volte”. E insomma, trumpiani ma solo fino a un certo punto, per parafrasare una già celebre affermazione di Antonio Tajani. 

Del resto, se la stessa Meloni, in occasione del recente incontro a Roma col segretario di Stato statunitense, Marco Rubio, ha posto l’accento sul carattere “franco” del colloquio, termine che in diplomazia è in genere sinonimo di confronto ruvido, e se dalla Casa Bianca continuano, da settimane, a piovere critiche e invettive al suo indirizzo, vuol dire che il disagio non è solo la maschera più conveniente in questo momento: è anche reale. La scommessa di legare l’immagine delle destre italiane (Forza Italia esclusa) a quella del leader forse meno amato al mondo in questo momento, sembra definitivamente persa. Le evidenze di un riposizionamento della presidente del Consiglio e della maggioranza che la sostiene si moltiplicano, per cui bisognerà abituarsi alle sfumature, ai distinguo, alle aperture di dialogo con le forze politiche e sociali. Un esempio è venuto dal ministro Nordio, che, a fine aprile, si è confrontato con l’Associazione nazionale magistrati in termini decisamente meno assertivi di quelli usati fino a prima del referendum sulla giustizia. Ma la madre di tutte le battaglie per presentare il nuovo volto della coalizione di destra-centro è la riforma elettorale. Ci sono voluti ben due vertici dei leader per rilanciare la proposta attualmente all’esame della Camera, e per far girare la classica “velina” che garantisce sulla compattezza degli alleati, “determinati a proseguire il percorso di una nuova legge elettorale”. 

 Senza ripercorrere il dettaglio delle norme proposte dalle destre, una buona sintesi dei rischi che queste comportano arriva dall’appello lanciato da centoventi costituzionalisti, che parlano di “premierato di fatto” e di “un sistema elettorale che, anziché combattere l’astensionismo, rischia di incrementarlo, con meccanismi quali le liste bloccate e un premio abnorme, che allontanano i cittadini dal voto e dalla partecipazione democratica”. “Terzogiornale” ha illustrato qui  le ragioni per le quali – per il centrosinistra, se unito – i collegi uninominali di una pessima legge come l’attuale Rosatellum potrebbero essere una trincea da difendere, in vista non del pareggio agognato da centristi e nostalgici del draghismo ma di una possibile vittoria elettorale. 

La partita, per Meloni e soci, che hanno bisogno di far dimenticare agli elettori l’onta della disfatta referendaria sulla giustizia, e che cercano di sganciare la loro immagine dall’estremismo bellicista e genocida di Trump e Netanyahu, si gioca però anche sulla tattica. Tattica interna al destra-centro, dove Lega e Forza Italia hanno qualche motivo di diffidenza su una legge che rischia di consolidare ulteriormente il primato di Fratelli d’Italia sulla coalizione; ed esterna, rivolta alle opposizioni, che si tenta di coinvolgere in un “tavolo” di confronto e con la promessa di un’inedita flessibilità sul contenuto della riforma. Tattica, perché l’offerta sembra mirata soprattutto all’ennesima riedizione del gioco del cerino: farsi dire di no dalle opposizioni per potere poi procedere in autonomia; e tattica, ancora, perché impegnare su questo tema per settimane, o magari mesi, il dibattito politico consentirebbe di distogliere l’attenzione dei cittadini da una realtà materiale sempre più difficile, sul piano geopolitico come su quello economico-sociale.

Una gigantesca arma di distrazione di massa, ai vertici delle forze di opposizione ne sono convinti: per questo, la postura unitaria dei partiti di centrosinistra appare in prima battuta promettente, se non già efficace. La proposta di un tavolo è stata respinta al mittente con tempistiche e toni tutto sommato coordinati: con un testo già incardinato, la sede corretta per il confronto sono le commissioni parlamentari. E i leader continuano a parlare, pur con le consuete differenze tra loro, di pace, riarmo, bollette, salari, sanità, scuola, trasporti. Resta da vedere, fra la “compattezza” rivendicata dalla maggioranza e quella ostentata dalle opposizioni, quale reggerà più a lungo. Storicamente, non mancano i motivi per dubitare della prima ma soprattutto della seconda.

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