Bambine e bambini che marciano per i corridoi della scuola, che imbracciano fucili d’assalto e si passano, curiosi, mine antiuomo, mentre in cattedra siedono i paramilitari del gruppo Wagner in mimetica: la guerra è indottrinamento, e i più giovani ne sono i primi obiettivi. Mr Nobody against Putin, il documentario premiato agli Oscar 2026, racconta la resistenza intima di Pavel Talankin, videomaker dell’istituto scolastico di Karabaš, cittadina di diecimila abitanti, nella Russia profonda e lontana dal Cremlino degli Urali.
Se i soggetti dei video iniziali di Pavel, detto Pasha, sono le feste scolastiche, tra balli, canti, grandi torte e nastri colorati, dal febbraio del 2022, la metamorfosi è evidente: saluti alla bandiera ogni mattina, parate e lezioni registrate dettate dalla propaganda. Nella Russia attuale, che rilegge la storia con le lenti di un presente bellico, la scuola diventa un vero e proprio campo di battaglia. E, in questo contesto, anche lo studio del videomaker e responsabile degli eventi di una scuola, diventa un presidio democratico frequentato dagli studenti e dalle studentesse liceali come un luogo di libertà, perciò automaticamente sovversivo.
Durante il film, assistiamo dalla nostra poltrona di velluto rosso alla forza distruttiva del totalitarismo, e alla progressiva militarizzazione che pervade l’istruzione. E non viene raccontata dall’esterno, da una troupe della Bbc, o da un attivista contro il regime, ma dall’interno, da un semplice professore della scuola, che non ha un chiaro intento politico, è solo scosso nell’intimo dal doloroso mutamento della scuola che ama in un istituto di addestramento. Proprio l’intimità delle immagini, e la confidenza con i personaggi, abbattono i muri della consueta distanza giornalistica o documentaristica.
La scelta di aggiungere il sottotitolo “film contro tutte le guerre”, da parte di ZaLab, la casa di produzione e distribuzione di documentari che ha portato il film in Italia, dice del carattere universale di questa visione. A far male, non è la Russia di Putin, è l’indottrinamento, la militarizzazione, il totalitarismo, che stanno nuovamente pervadendo la cultura politica a livello globale. Vedere bambine e bambini ripetere a memoria che Kiev è parte della loro patria, e giustificare qualsiasi intervento militare come legittimo, è spaventoso, ma non è diverso da ciò che accade in altre regioni: dalle aule di Tel Aviv, in cui vengono mostrate cartine del Grande Israele, che comprende i territori palestinesi, ai libri per l’infanzia in ebraico ambientati nelle colonie in Libano.
E non serve andare tanto lontano. Anche in Italia, già da anni, l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole si batte per evitare che bambine e bambini delle elementari siano portati in gita nelle caserme, e che gli adolescenti degli istituti tecnici professionali si ritrovino a fare l’alternanza scuola-lavoro circondati da militari. Un esempio è la base Nato di Sigonella, in Sicilia, di cui si è parlato molto ultimamente per il passaggio statunitense verso l’Iran, dove solo nel 2023, sono stati attivati Pcto (ossia Percorsi per le competenze trasversali e per l’orientamento) a favore di oltre 350 studenti e studentesse di Catania e provincia. Non è casuale, è una scelta politica chiara. Putin, a un certo punto del film, appare in un telegiornale e dice che la guerra non la fanno solo i soldati, ma gli insegnanti. Sì, perché creando consenso tra i più giovani, che poi si arruoleranno e andranno a combattere, e consenso bellico nelle menti di chi non ha ancora gli strumenti per sviluppare un senso critico, si sta già vincendo. La rabbia viscerale che scaturisce dalla visione di questo film è atroce, ma è un sentimento che deve necessariamente trasformarsi nel motore della nostra resistenza e della nostra capacità di reagire alla militarizzazione con senso critico, disobbedienza civile, nonviolenza.









