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Quando il teatro è veramente politico

Un brindisi dalla Georgia: "La festa" al teatro India di Roma

14 Maggio 2026 Katia Ippaso  1022

Si può brindare quando si è allegri ma anche quando si è tristi, tutte le volte che si vince una battaglia e tutte le volte che si fallisce. Alzare i calici e improvvisare un discorso a voce alta è, di per sé, un atto di vita che può diventare anche gesto di disobbedienza. La pensano così in Georgia, dove ogni occasione è buona per improvvisare una “supra”, una maratona di vino e discorsi solenni. Per strada, in casa, in ufficio, al caffè, sull’autobus, senza alcun preavviso, si può formare un piccolo gruppo che condivide una gioia, un timore, persino un lutto. Della Georgia poco sappiamo, a parte le notizie (molto filtrate) sul governo filorusso di Mikheil Kavelashvili (esponente del partito Sogno georgiano, è in carica dal 29 dicembre 2024: “terzogiornale” però ne ha parlato, vedi qui). Ma, grazie a un trentenne romano, Leonardo Manzan, che da anni frequenta Tbilisi, da oggi un pezzo della resistenza georgiana è arrivato fino a noi.

Sembrerà incredibile, ma la cosa è avvenuta attraverso il teatro. In genere, per ricordarci che ciò che accade sul palcoscenico può anche essere fortemente e intensamente politico dobbiamo spostarci fuori dall’Italia, o sfogliare le carte custodite in qualche archivio storico. Più facile è che arrivi un artista straniero a dirci che il “reale”, e non il dramma consumato dentro le nostre camerette sicure, è l’insuperato vero campo di battaglia, e di interesse (Milo Rau, per esempio, il regista svizzero che con i suoi spettacoli processuali trova sempre il modo di scioccarci).

Ma in questo caso la storia è diversa. Manzan, giovane regista italiano emerso (nel 2018) dalla Biennale College di Venezia, arriva al Georgian International Film and Theater Festival di Tbilisi nel 2023 con Glory Wall, uno spettacolo sulla censura destinato a creare un potente cortocircuito con le paure e le tensioni di un Paese in cui la censura si esercita veramente, e in maniera brutale. L’anno successivo, dirige la versione in lingua georgiana del suo spettacolo-concerto Cirano deve morire con gli interpreti del Vaso Abashidze State New Theater. Nel frattempo, tutto è cambiato. Nel 2023 la Georgia aveva ottenuto lo status di candidato a Paese membro dell’Unione Europea. Dopo le elezioni del 2024, il governo ha bloccato il processo di adesione. Le strade si sono riempite di manifestanti e sono partite le epurazioni: teatri chiusi, artisti in prigione. Da due anni il Paese è in rivolta permanente.

Di questo infuocato clima racconta La festa, lo spettacolo firmato da Leonardo Manzan (in scena all’India di Roma fino al 17 maggio) interpretato da quattro artisti georgiani – tre attori-cantanti (Giviko Baratashvili, Zuka Papuashvili, Anna Tsereteli) e un dj (Erekle Getsadze) – e un’attrice italiana (Paola Giannini). Con questo, non dobbiamo aspettarci uno spettacolo-manifesto, un gesto di contropropaganda. Al contrario. Intanto, questi artisti sono semplicemente magnifici: hanno un modo di stare sul palcoscenico, di guardare il pubblico, di recitare, cantare e fare musica che va dritto alle cose, ma con levità, come se fosse tutto un gioco.

Ogni capitolo si apre, e si chiude, con un calice di vino rosso offerto agli spettatori. Non c’è un tema tabù: la vita, la morte, il carcere, l’amicizia, il terrore, tutto fluisce, e si fissa nella cerimonia dionisiaca. Ed è così che, tra un brindisi festoso e l’altro, veniamo a sapere che, in Georgia, “una ragazza di 21 anni è stata condannata a cinque anni di carcere per avere scritto con lo spray su un manifesto elettorale”, che il teatro Vaso Abashidze, dove ha sede la compagnia New Theater (di cui i nostri artisti fanno parte), “è chiuso da cinquecento giorni”, che uno degli attori della compagnia, di nome Andro, “mentre  partecipava a una manifestazione contro il governo, è stato arrestato con accuse false, processato senza prove e condannato a due anni di carcere”, che “il direttore del New Theater è stato licenziato dal ministero della Cultura”, che da allora il teatro è rimasto chiuso e che “da quando il teatro è chiuso e Andro in carcere, tutte le sere il pubblico andava lo stesso davanti al teatro”: “Il pubblico stava in piedi sul marciapiede davanti al teatro chiuso e iniziava ad applaudire. Applaudiva Andro. Applaudiva un teatro chiuso”.

Queste informazioni arrivano verso la fine dello spettacolo, in un crescendo di tensione emotiva che non abbandona mai la raffinata forma artistica, il rigore di una composizione in cui tutto viene curato nel dettaglio: la scena (gli artisti calpestano un pavimento di vetri rotti),  la  partitura musicale (il dj crea dal vivo in controluce), la tessitura fonetica  di un testo molto ben concertato  (il copione è firmato dallo stesso Manzan e da Rocco Placidi), che fonde lingua georgiana (persino la proiezione dei sopra-titoli diventa atto teatrale, organico) e lingua italiana, nella restituzione di ciò che è avvenuto realmente. Quando giovani artisti del nostro Paese si sono trovati nel mezzo di una repressione e, invece di fregarsene e tornare a casa, si sono messi ad ascoltare e a lavorare insieme con i loro coetanei georgiani. Il risultato è una mobilitazione dell’anima, una festa dei sensi, una protesta scenica che parla con ardore e serietà. Come solo la giovinezza sa fare.

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TagsGeorgia Katia Ippaso La festa resistenza teatro

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