“L’azione si svolge ai nostri giorni, probabilmente in Cile, ma potrebbe trattarsi di un qualsiasi altro Paese che ha appena ottenuto la democrazia dopo un lungo periodo di dittatura”: è la didascalia iniziale de La morte e la fanciulla, il più celebre testo del drammaturgo argentino Ariel Dorfman, vissuto tra il Cile e gli Stati Uniti (nato nel 1942, scrive ancora, ma viaggia molto di meno). Scritto nel 1990, il testo teatrale di Dorfman mette in scena il dramma di una donna che crede di riconoscere in un medico, capitato per caso a casa sua, il torturatore che la umiliò e la ferì durante gli anni bui della dittatura. Dell’omonimo film di Roman Polanski (1994), tutti ricordiamo il volto di Ben Kinsley, che, per il ruolo del dottor Roberto Miranda, vinse anche un Oscar, e quello di Sigourney Weaver, che diede al ruolo di Paulia Lorca Escobar una tale intensità drammatica da tenerci tutti incollati alla sua sorte.
Quasi nessuno ricorda invece il terzo personaggio della pièce, non certo a causa della performance attoriale (Stuart Wilson), ma perché la linea dominante del rapporto vittima-carnefice prendeva tutta l’attenzione dello spettatore. Ecco, questa amnesia, o svista percettiva, è riemersa alla memoria assistendo alla recente messa in scena del testo di Dorfman, curata dalla compagnia “Le belle bandiere” (lo spettacolo, che abbiamo visto al teatro di Brescia, riprenderà a vivere nella prossima stagione teatrale). In questa versione del testo, il terzo personaggio diventa centrale. Non solo per l’interpretazione precisa, rigorosa e umanissima che ne dà Marco Sgrosso, ma perché riabilita il ruolo drammaturgico che lo stesso Dorfman diede alla terza figura della pièce.
Chi è Gerardo Escobar? È il marito di Paulina. Sfuggito allora alla cattura, sopravvisse anche grazie al fatto che la donna, sotto tortura, non fece mai il suo nome (mentre lui, solo due mesi dopo la cattura di Paulina, si trovò un’altra amante). Oggi Escobar presiede la commissione d’indagine incaricata dal nuovo presidente di far luce sui crimini commessi durante la dittatura. Marito e moglie sanno che la verità non verrà mai completamente a galla, ma, mentre Gerardo si mostra fiducioso, grazie al suo ruolo sociale e politico, Paulina vive l’eterna ferita da una zona d’ombra. Nello spettacolo cristallino firmato da Elena Bucci, che interpreta con totale adesione sentimentale e intellettuale il ruolo di Paulina, l’attenzione si posa soprattutto sulla relazione marito-moglie, lasciando esplodere l’incisiva riflessione di Dorfman sulla “normalizzazione” della violenza in ambito domestico.
In questa sorprendente versione, anche l’aguzzino (Gaetano Colella) diventa una creatura apparentemente innocua, al punto che lo spettatore arriva a chiedersi: ma davvero quest’uomo così calmo, quasi anestetizzato, che implora ora pietà dalla donna – in un ribaltamento che solo il grande teatro riesce a rendere in forma plastica, come se fosse scolpito nella voce e nel corpo degli attori –, ecco, è mai possibile che questo piccolo uomo si sia macchiato di una colpa così grave? Tutto sembra normale, quotidiano, incolore, nel potente Kammerspiel di Dorfman (intrecciato con la sceneggiatura del film di Polanski) che Bucci, Sgrosso e Colella ci restituiscono in questo preciso momento, con la chiara intenzione di “allargare lo sguardo al mondo intero, oggi”. Ed ecco che la didascalia iniziale de La morte e la fanciulla (testo che Dorfman dedicò, dettaglio non irrilevante, a Harold Pinter), diventa non materia morta, ma cosa viva, allarme condiviso: “La casa isolata e sospesa tra mare e cielo, dove si svolge la vicenda, sembra molto vicina” – scrive Elena Bucci nelle note di regia del suo spettacolo (prodotto dal Centro teatrale bresciano in collaborazione con “Le belle bandiere”). “Oggi che si moltiplicano governi autoritari che faticano a dialogare tra loro, e si sfalda la memoria anche dei più recenti crimini contro l’umanità, si rompe il silenzio che deriva da antiche ferite, dalla paura di guardare l’orrore dentro e fuori di sé”.
Quasi contemporaneamente, debuttava uno spettacolo tratto da un altro testo di Ariel Dorfman, meno conosciuto e più recente: si intitola The Other Side, è stato scritto dall’autore argentino negli anni Duemila, e per la prima volta viene messo in scena in Italia, grazie allo sforzo congiunto di diversi produttori teatrali (Mittelfest, La Contrada-Teatro stabile di Trieste, il Teatro nazionale stabile di Genova e il Teatro stabile sloveno di Trieste – Slovenko Staino Gledalisce), che hanno sposato l’idea della regista Marcela Serli: “Ariel Dorfman è un autore di nascita argentina, di origine ebrea, ma con una vita vissuta altrove. Io, di origini istriane e libanesi, di nascita argentina, condivido con Dorfman l’amore verso l’ambiguità e la complessità dello sguardo, che ci allontana dalla realtà che ci viene raccontata dai media. Con The Other Side faremo un viaggio verso una tragedia cosmica”.
La scena si apre su un rifugio dissestato, che accoglie due sopravvissuti, un uomo (uno stralunato Gigio Alberti) e una donna (Elisabetta Pozzi, portatrice, come sempre, di verità e di senso), che cercano, come possono, di far funzionare il quotidiano in tempo di guerra. Arrangiandosi tra water costruiti con materiali di fortuna e rottami di pentole. Qualcuno li paga per seppellire i cadaveri, per dare un nome ai corpi. Finché una voce, alla radio, annuncia la pace (ma non sarà che una breve tregua). Come un tuono, irrompe a quel punto un terzo personaggio, un soldato né buono né cattivo (Giuseppe Sartori, un attore maturato sui versi della tragedia greca, che l’ha visto protagonista dello splendido Edipo re diretto da Carsen a Siracusa), con il compito di delimitare il confine: ed è così che quella modesta abitazione in mezzo alle montagne verrà divisa in due. La coppia crederà di riconoscere nel soldato il loro figlio scomparso, ma non c’è nulla in lui che possa testimoniare il suo essere ancora in vita: lobotomizzato, annullato, dimentico di se stesso, appeso alla sua stessa voce, sempre più flebile, che sa esprimere solo un comando mal digerito, questo ragazzo è destinato al sacrificio, all’oblio definitivo.
Il registro dello spettacolo oscilla tra il grottesco (a tratti un po’ troppo insistito) e il tragico, tra il nonsense e il realismo. In certi momenti, gesti e comportamenti della vecchia coppia sembrano riportare in vita i due protagonisti de Le sedie di Ionesco, ma con una nota più agghiacciata, violenta. “I personaggi di The Other Side vivono in una casa che si trova in un imprecisato luogo di guerra, che non è definito dall’autore. Ecco, chi si immergerà in questa storia saprà dare nome a questo luogo, saprà dare nome alle cose, ai fatti, agli accadimenti. Saprà interpretare e forse riconoscere l’ambiguità di The Other Side” – scrive Marcela Serli nelle note di regia. Dunque, un luogo imprecisato per uno spettatore che saprà nominare il luogo, arrivando a riconoscere (è proprio quello che accade) non tanto la geografia dell’assedio quanto le condizioni interiori, le rigidità psichiche e i paradossi inumani delle regole in tempo di guerra, nutrite da automatismi e follie in tempo di pace che nessuno frena, per paura, complicità, apatia.
Assistendo allo spettacolo (che abbiamo visto al teatro Bobbio di Trieste, ma sarà di nuovo in tournée nella prossima stagione teatrale), si prova un oscuro disagio, un senso diffuso di inquietudine: non è forse Pinter e il suo “teatro della minaccia” il riferimento esplicito di Ariel Dorfman? Serli comprende bene questa filiazione della scrittura di Dorfman, e crea un ambiente teatrale che sfonda la quarta parete. Un prolungato effetto di bombe sganciate senza sosta si diffonde dal palcoscenico alla platea, creando una sommessa agitazione in sala. Sappiamo che siamo al sicuro. Già. Ma chi è veramente al sicuro? È la domanda che nasce tra le pieghe di un discorso teatrale anomalo, fertile: si crea così un cortocircuito tra palcoscenico e platea, che rimanda alla ferita sempre aperta del “reale”. Tutto questo sta accadendo. Ora, in questo preciso momento. Non ieri, non domani. In qualche parte del mondo. Oggi. E potrebbe riaccadere. Proprio qui.
(Nella foto un’immagine tratta da The Other Side)







