• Skip to primary navigation
  • Skip to main content
  • Skip to primary sidebar
  • Skip to footer

Giornale politico della fondazione per la critica sociale

  • Home
  • Chi siamo
  • Privacy Policy
  • Da leggere/da non leggere
  • Accedi
Home » Recensioni » Genocidio del Ruanda, una “Lettera all’assente”

Genocidio del Ruanda, una “Lettera all’assente”

Dorcy Rugamba alla Biennale Teatro

29 Giugno 2026 Katia Ippaso  812

Dimentichiamo la possibilità di usare un certo tipo di aggettivi. Anzi, togliamoli subito di mezzo: lirico, poetico, toccante, folgorante, emozionante, sono aboliti sul nascere. In verità, sono proprio le parole tutte a cadere. Questo accade sempre, di fronte alla violenza. Anche la bellezza ammutolisce. Quindi, sarebbe meglio non scrivere del tutto? Sono riflessioni a margine di Hewa Ruanda – Letter to the Absent, l’opera che – tra le tante sollecitazioni della Biennale Teatro da poco conclusa, la seconda edizione firmata da Willem Dafoe, che quest’anno ci ha condotto in un universo “Alter-Native”, tra Giappone, India, Indonesia, Samoa – ci portiamo a casa come fosse un oggetto alchemico, uno scrigno che racchiude un segreto. Come può un essere umano sopravvivere allo sterminio della sua famiglia? È la domanda che ci facciamo, mentre ripensiamo alla pacatezza, alla dignità, alla compostezza con la quale Dorcy Rugamba racconta “la fine dei tempi”.

“La mia famiglia sparì in un solo giorno. Ci vollero appena tre quarti d’ora. Era il 7 aprile del 1994, alle 10 del mattino. Non era previsto alcun ciclone. I cuculi cantavano, i vulcani tacevano, il Nilo russava serenamente nel suo letto”: comincia così il racconto di Rugamba, che sceglie non la lingua madre, il francese, ma una lingua estranea, l’inglese, forse per rispetto nei confronti della platea internazionale della Biennale Teatro. Il rispetto è il filo che si tende per tutto l’arco della narrazione. Un rispetto inaudito, a tratti persino inconcepibile, che crea un cortocircuito con tutto quello che noi attribuiamo al lutto, all’idea che ne abbiamo, come di una saracinesca abbassata sulla vita. Sul fondale, la foto di una famiglia al completo, scattata una mattina di sole. Nella foto c’è anche Dorcy: in quel momento non sapeva di certo che un giorno sarebbe stato l’unico sopravvissuto alla strage della sua famiglia.

Accanto a Dorcy, oggi, sul palcoscenico, c’è un musicista senegalese. Si chiama Majnun: la sua voce sembra arrivare da un luogo profondo, sconosciuto ai più. Quando Dorcy parla, Majnun tace. Quando Majnun suona, Dorcy tace.

Dorcy arriva gradualmente alla scena del terrore, a quella mattina del 7 aprile in cui torna nella casa di famiglia (solo per un caso anche lui non dormì lì, quella notte), a Kimihurura Hill, sui colli di Kigali, e trova dieci corpi ammassati nel giardino. I corpi di sua madre, di suo padre, dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Ognuno di loro ha un nome e una storia. Dorcy pronuncia quei nomi e nomina le storie, le vocazioni, le cose che gli hanno insegnato. Lo fa senza enfasi, con un respiro calmo. Veniamo a conoscere così Cyprien Rugamba, il padre, uomo di lettere e coreografo, storico e linguista, che Dorcy chiama “il mio maestro e mentore”. E sappiamo di Teresa, la madre, della sua grazia. E diamo un volto a tutti i fratelli che Dorcy nomina, mentre legge, di fronte a noi, la sua lettera agli assenti.

Una fotografia, un leggio, uno strumento musicale. Non c’è altro, sul palcoscenico. In platea, si può avvertire il freddo che sale a quaranta gradi all’ombra. Noi conosciamo bene, ormai, la responsabilità del mondo occidentale nel genocidio del Ruanda. E avremmo accettato qualsiasi cosa. Ma Dorcy non è venuto qui per spaventarci e colpevolizzarci.

Era il 1998 quando l’artista ruandese portò al Piccolo di Milano Ruanda 1994, uno spettacolo che si poneva il compito di “nominare il genocidio, la cui natura è tuttora dibattuta dalle corti e dalle organizzazioni internazionali”. Sono passati più di trent’anni. Oggi Dorcy è marito e padre, e dopo tanto tempo è riuscito a tornare nel suo Paese, dove ha fondato un Centro delle arti, proprio a Kigali, vicino alla casa in cui, quella mattina del 7 aprile 1994, dieci corpi giacevano, inerti, nel giardino. Dall’anno scorso, a Kigali, Rugamba ha anche lanciato una Triennale delle arti. Ma questo non lo dice, nella sua Lettera.

Dorcy è arrivato alla Biennale per vivere con noi un momento rituale. Per dire la violenza, l’assenza, la rabbia, il distacco, la paura. E anche la gioia. “Nei nostri rituali, noi ci rivolgiamo ai morti chiedendo di loro. Ma in un secondo momento parliamo ai morti dei vivi, dando le buone notizie” – aveva spiegato l’attore (nel passato, ha lavorato anche con Peter Brook) a margine dello spettacolo. Ed è così che, rivolgendosi agli assenti, Dorcy Rugamba parla di suo figlio, nato ad aprile. Un giorno di aprile si soprappone a un altro giorno di aprile.  “Aprile è il più crudele dei mesi”, scriveva Eliot ne La terra desolata. Ma non c’è fine alla crudeltà. Alla violenza si può aggiungere altra violenza. Si chiama oblio, e l’oblio chiama la rovina. “Dove posso trovare parole per descrivere, con distacco, la testa aperta di un ragazzino e il cervello esposto? Queste parole non significano nulla per me. Possono essere anche pericolose (…). Come posso rinnovare l’esperienza di Dio?” ­– si chiede Dorcy (che viene da una famiglia cristiana, ma da ragazzo, prima del genocidio, si era accostato al Corano) verso la fine del suo rituale.

Le ultime parole della sua Lettera, le riportiamo così come sono state dette: “Nella mia anima, Dio è una possibilità tra le altre. L’idea dell’esistenza di Dio è accessibile alla mia anima, così come lo è l’idea della non esistenza (…) Intellettualmente, posso ammettere che Dio esista, che donne e uomini di buona volontà possono lavorare giorno dopo giorno per avvicinarsi a lui. Questa è una spiritualità che io posso capire, e un’etica che posso seguire. Ma ho perso la pienezza dei credenti. Ho perso quel particolare legame che mia madre aveva con il divino. Il mio rituale manca di quel fuoco. La certezza che l’amore vincerà sul bene”.

834
Archiviato inRecensioni
Tagsbiennale teatro Dorcy Rugamba Hewa Ruanda Katia Ippaso Lettera all'assente

Articolo precedente

Legge elettorale: destra in cerca di un accordo, centrosinistra in affanno

Articolo successivo

Elezioni

Katia Ippaso

Articoli correlati

Quando il teatro è veramente politico

Indagini sulla violenza

Vocazione e povertà

Gino Strada rivive con la voce di Elio Germano

Dello stesso autore

Quando il teatro è veramente politico

Indagini sulla violenza

Vocazione e povertà

Gino Strada rivive con la voce di Elio Germano

Primary Sidebar

Cerca nel sito
Ultimi editoriali
Fronte ucraino, il rischio è quello di un allargamento della guerra
Giorgio Graffi    13 Luglio 2026
Ordine pubblico e democrazia
Guido Ruotolo    9 Luglio 2026
Meloni frustrata nella sua ricerca di un capo
Rino Genovese    7 Luglio 2026
Ultimi articoli
Una settimana nella vita di Nigel Farage
Agostino Petrillo    16 Luglio 2026
Myanmar, centomila morti e uno Stato fallito
Marco Santopadre    15 Luglio 2026
Il vertice Nato, i capricci di Trump, la Turchia
Eliana Riva    14 Luglio 2026
Remigrazione nel Paese che fu dell’apartheid
Luciano Ardesi    13 Luglio 2026
In Giappone il flop del riarmo
Marco Santopadre    8 Luglio 2026
Ultime opinioni
Cattolici, il moderatismo non serve
Vittorio Bonanni    17 Luglio 2026
Marine Le Pen si prepara a perdere le presidenziali
Rino Genovese    13 Luglio 2026
Una casa per il circolo Gianni Bosio?
Paolo Andruccioli    3 Luglio 2026
Chiesa, i lefebvriani all’attacco
Rino Genovese    2 Luglio 2026
Elly Schlein e l’establishment
Rino Genovese    26 Giugno 2026
Ultime analisi
La pelle del serpente: tutte le metamorfosi di AfD
Agostino Petrillo    10 Luglio 2026
Negli Stati Uniti è cominciata la crisi fiscale
Massimo Florio*    8 Giugno 2026
Ultime recensioni
Enciclica. L’umanità alla prova della Babele dell’intelligenza artificiale
Paolo Andruccioli    10 Luglio 2026
Genocidio del Ruanda, una “Lettera all’assente”
Katia Ippaso    29 Giugno 2026
Ultime interviste
Negli Usa ritorna il socialismo?
Paolo Andruccioli    17 Luglio 2026
“La Russia? Non è più un nostro nemico”
Paolo Andruccioli    18 Giugno 2026
Ultimi ritratti
Lydia Cacho, paladina del giornalismo di denuncia
Laura Guglielmi    17 Giugno 2026
Chris Smalls, il sindacalista che sfida Amazon
Marianna Gatta    20 Maggio 2026
Archivio articoli

Footer

Argomenti
5 stelle Agostino Petrillo Aldo Garzia armi Cina Claudio Madricardo covid destra Donald Trump Elly Schlein Europa Francia Gaza Germania Giorgia Meloni governo meloni guerra guerra Ucraina Guido Ruotolo immigrazione Israele Italia Joe Biden Luca Baiada Luciano Ardesi Marianna Gatta Mario Draghi Michele Mezza Paolo Andruccioli Paolo Barbieri papa partito democratico Pd Riccardo Cristiano Rino Genovese Roma Russia sinistra Stati Uniti Stefania Limiti Stefania Tirini Ucraina Unione europea Vittorio Bonanni Vladimir Putin

Copyright © 2026 · terzogiornale spazio politico della Fondazione per la critica sociale | terzogiornale@gmail.com | design di Andrea Mattone | sviluppo web Luca Noale

Utilizziamo cookie o tecnologie simili come specificato nella cookie policy. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione, accetti l'uso dei cookies.
ACCEPT ALLREJECTCookie settingsAccetto
Manage consent

Privacy Overview

This website uses cookies to improve your experience while you navigate through the website. Out of these, the cookies that are categorized as necessary are stored on your browser as they are essential for the working of basic functionalities of the website. We also use third-party cookies that help us analyze and understand how you use this website. These cookies will be stored in your browser only with your consent. You also have the option to opt-out of these cookies. But opting out of some of these cookies may affect your browsing experience.
Necessary
Sempre abilitato
Necessary cookies are absolutely essential for the website to function properly. This category only includes cookies that ensures basic functionalities and security features of the website. These cookies do not store any personal information.
Non-necessary
Any cookies that may not be particularly necessary for the website to function and is used specifically to collect user personal data via analytics, ads, other embedded contents are termed as non-necessary cookies. It is mandatory to procure user consent prior to running these cookies on your website.
ACCETTA E SALVA