Dimentichiamo la possibilità di usare un certo tipo di aggettivi. Anzi, togliamoli subito di mezzo: lirico, poetico, toccante, folgorante, emozionante, sono aboliti sul nascere. In verità, sono proprio le parole tutte a cadere. Questo accade sempre, di fronte alla violenza. Anche la bellezza ammutolisce. Quindi, sarebbe meglio non scrivere del tutto? Sono riflessioni a margine di Hewa Ruanda – Letter to the Absent, l’opera che – tra le tante sollecitazioni della Biennale Teatro da poco conclusa, la seconda edizione firmata da Willem Dafoe, che quest’anno ci ha condotto in un universo “Alter-Native”, tra Giappone, India, Indonesia, Samoa – ci portiamo a casa come fosse un oggetto alchemico, uno scrigno che racchiude un segreto. Come può un essere umano sopravvivere allo sterminio della sua famiglia? È la domanda che ci facciamo, mentre ripensiamo alla pacatezza, alla dignità, alla compostezza con la quale Dorcy Rugamba racconta “la fine dei tempi”.
“La mia famiglia sparì in un solo giorno. Ci vollero appena tre quarti d’ora. Era il 7 aprile del 1994, alle 10 del mattino. Non era previsto alcun ciclone. I cuculi cantavano, i vulcani tacevano, il Nilo russava serenamente nel suo letto”: comincia così il racconto di Rugamba, che sceglie non la lingua madre, il francese, ma una lingua estranea, l’inglese, forse per rispetto nei confronti della platea internazionale della Biennale Teatro. Il rispetto è il filo che si tende per tutto l’arco della narrazione. Un rispetto inaudito, a tratti persino inconcepibile, che crea un cortocircuito con tutto quello che noi attribuiamo al lutto, all’idea che ne abbiamo, come di una saracinesca abbassata sulla vita. Sul fondale, la foto di una famiglia al completo, scattata una mattina di sole. Nella foto c’è anche Dorcy: in quel momento non sapeva di certo che un giorno sarebbe stato l’unico sopravvissuto alla strage della sua famiglia.
Accanto a Dorcy, oggi, sul palcoscenico, c’è un musicista senegalese. Si chiama Majnun: la sua voce sembra arrivare da un luogo profondo, sconosciuto ai più. Quando Dorcy parla, Majnun tace. Quando Majnun suona, Dorcy tace.
Dorcy arriva gradualmente alla scena del terrore, a quella mattina del 7 aprile in cui torna nella casa di famiglia (solo per un caso anche lui non dormì lì, quella notte), a Kimihurura Hill, sui colli di Kigali, e trova dieci corpi ammassati nel giardino. I corpi di sua madre, di suo padre, dei suoi fratelli e delle sue sorelle. Ognuno di loro ha un nome e una storia. Dorcy pronuncia quei nomi e nomina le storie, le vocazioni, le cose che gli hanno insegnato. Lo fa senza enfasi, con un respiro calmo. Veniamo a conoscere così Cyprien Rugamba, il padre, uomo di lettere e coreografo, storico e linguista, che Dorcy chiama “il mio maestro e mentore”. E sappiamo di Teresa, la madre, della sua grazia. E diamo un volto a tutti i fratelli che Dorcy nomina, mentre legge, di fronte a noi, la sua lettera agli assenti.
Una fotografia, un leggio, uno strumento musicale. Non c’è altro, sul palcoscenico. In platea, si può avvertire il freddo che sale a quaranta gradi all’ombra. Noi conosciamo bene, ormai, la responsabilità del mondo occidentale nel genocidio del Ruanda. E avremmo accettato qualsiasi cosa. Ma Dorcy non è venuto qui per spaventarci e colpevolizzarci.
Era il 1998 quando l’artista ruandese portò al Piccolo di Milano Ruanda 1994, uno spettacolo che si poneva il compito di “nominare il genocidio, la cui natura è tuttora dibattuta dalle corti e dalle organizzazioni internazionali”. Sono passati più di trent’anni. Oggi Dorcy è marito e padre, e dopo tanto tempo è riuscito a tornare nel suo Paese, dove ha fondato un Centro delle arti, proprio a Kigali, vicino alla casa in cui, quella mattina del 7 aprile 1994, dieci corpi giacevano, inerti, nel giardino. Dall’anno scorso, a Kigali, Rugamba ha anche lanciato una Triennale delle arti. Ma questo non lo dice, nella sua Lettera.
Dorcy è arrivato alla Biennale per vivere con noi un momento rituale. Per dire la violenza, l’assenza, la rabbia, il distacco, la paura. E anche la gioia. “Nei nostri rituali, noi ci rivolgiamo ai morti chiedendo di loro. Ma in un secondo momento parliamo ai morti dei vivi, dando le buone notizie” – aveva spiegato l’attore (nel passato, ha lavorato anche con Peter Brook) a margine dello spettacolo. Ed è così che, rivolgendosi agli assenti, Dorcy Rugamba parla di suo figlio, nato ad aprile. Un giorno di aprile si soprappone a un altro giorno di aprile. “Aprile è il più crudele dei mesi”, scriveva Eliot ne La terra desolata. Ma non c’è fine alla crudeltà. Alla violenza si può aggiungere altra violenza. Si chiama oblio, e l’oblio chiama la rovina. “Dove posso trovare parole per descrivere, con distacco, la testa aperta di un ragazzino e il cervello esposto? Queste parole non significano nulla per me. Possono essere anche pericolose (…). Come posso rinnovare l’esperienza di Dio?” – si chiede Dorcy (che viene da una famiglia cristiana, ma da ragazzo, prima del genocidio, si era accostato al Corano) verso la fine del suo rituale.
Le ultime parole della sua Lettera, le riportiamo così come sono state dette: “Nella mia anima, Dio è una possibilità tra le altre. L’idea dell’esistenza di Dio è accessibile alla mia anima, così come lo è l’idea della non esistenza (…) Intellettualmente, posso ammettere che Dio esista, che donne e uomini di buona volontà possono lavorare giorno dopo giorno per avvicinarsi a lui. Questa è una spiritualità che io posso capire, e un’etica che posso seguire. Ma ho perso la pienezza dei credenti. Ho perso quel particolare legame che mia madre aveva con il divino. Il mio rituale manca di quel fuoco. La certezza che l’amore vincerà sul bene”.







