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Home » Editoriale » Legge elettorale: difendere i collegi uninominali diventa essenziale per il centrosinistra

Legge elettorale: difendere i collegi uninominali diventa essenziale per il centrosinistra

26 Novembre 2025 Paolo Barbieri  879

Parola d’ordine “stabilità”: la brandisce oggi la destra meloniana, ma è stato per decenni – e probabilmente rimane – il faro ideologico del centrosinistra “riformista” protagonista del tragico trentennio che abbiamo alle spalle, e che ha forgiato la democrazia geneticamente modificata della cosiddetta seconda Repubblica. Dopo che il risultato delle elezioni regionali in Puglia e in Campania ha messo in evidenza la sommabilità degli elettorati dell’area “progressista” (Pd-5 Stelle-Alleanza verdi-sinistra e centristi assortiti, in genere forse per pudore travestiti da “civici”), Fratelli d’Italia ha già fatto sapere, per bocca del responsabile organizzazione, Giovanni Donzelli, che l’attuale, pessimo, “rosatellum” ha garantito appunto la mitica stabilità solo “per le nostre capacità e le loro divisioni”, e quindi ora “il rischio che nessuno abbia la maggioranza alle prossime elezioni esiste eccome”.

Il che lascerebbe mano libera agli eterni burattinai di palazzo, già all’opera da tempo per frenare il cosiddetto campo largo fondato principalmente sull’asse Pd-5 Stelle, per fare, dice Donzelli, “un governo con tutti dentro”. La soluzione? Una legge sul modello delle regionali: niente collegi uninominali ma proporzionale, sbarramento da definire (magari basso per consentire a qualche pasdaran centrista di presentarsi staccato dal campo largo) e premio di maggioranza. Ciliegina sulla torta, per i meloniani, sarebbe l’indicazione del candidato premier sulla scheda, che cristallizzerebbe i rapporti di forza emersi finora a favore di Meloni e del suo partito (Veneto a parte).

Indubbiamente il rischio di una nuova stagione di “unità nazionale”, magari con un nuovo salvatore della patria “tecnico” a guidare l’esecutivo, esiste, ed è anche verosimile che la tentazione del “pareggio” alligni in certe aree del centrosinistra (lo ha messo in evidenza “terzogiornale” qui). Pur non volendo mettere in dubbio la sincerità delle preoccupazioni dell’alto dirigente meloniano, ci sembra il caso di approfondire il tema del risultato possibile. È necessario fare un passo indietro: lo abbiamo ricordato varie volte (per esempio qui): alle origini degli attuali equilibri politici ci sono due scelte, entrambe compiute dal gruppo dirigente del Partito democratico sotto la guida dell’allora segretario Enrico Letta. La prima, quella che il quotidiano ultra-draghiano “Il Foglio” celebrò come atto di nascita del “melonlettismo”: il patto, appunto fra Meloni e Letta, per non varare una legge elettorale proporzionale, contrariamente agli impegni assunti dal Pd quando accettò di sostenere la sballata riforma costituzionale per il taglio del numero dei parlamentari, bandiera del Movimento 5 Stelle “dimaiano” diventata legge sotto il governo Conte 2. La seconda, la decisione di andare alle elezioni sventolando la bandiera della mitica “agenda Draghi”, rimasta ignota o più probabilmente indigesta agli elettori del Pd, ma utile per opporre una pregiudiziale assoluta nei confronti dell’ipotesi di un’alleanza con i 5 Stelle. 

Può essere utile ricordare che la sorprendente rinascita del Movimento, nelle politiche del 2022 (a spanne: 10% nei sondaggi, 15% alle urne, con molti collegi del Sud conquistati in solitaria) dimostrò all’epoca, contrariamente ai timori espressi da Fratelli d’Italia, tutt’altro che la possibilità di un pareggio. In un ipotetico ricalcolo tentato nel dopo-voto dalla rivista “Wired”, per esempio, la somma delle tre forze estranee al destra-centro vincente (quindi centrosinistra, terzo polo e 5 Stelle) avrebbe potenzialmente consegnato loro 94 collegi uninominali su 147, di fatto rovesciando il risultato elettorale e confinando le destre all’opposizione. 

 Non avrebbe senso, nemmeno in questo momento di apparente euforia nel campo largo, negare la serietà delle differenze fra i due partiti principali della coalizione (per tacere dei centristi renziani apparentemente impegnati a rientrare dalla finestra dopo essere usciti volontariamente dalla porta), che rimangono un problema molto serio in vista della costruzione di una coalizione a livello nazionale. Basti pensare alle distanze sulla guerra in Europa, sulle politiche di riarmo, perfino sulle preoccupanti spinte per la repressione del movimento contro il genocidio in Palestina, che puntano a incidere direttamente sulla libertà di opinione: alle iniziative legislative delle destre, si sommano intenti simili da parte di esponenti di Italia viva e dello stesso Pd. Tuttavia, quello che emerge dalle urne delle regionali, al netto del sempre più pesante astensionismo, è che gli elettori residui hanno idee opposte a quelle degli eterni sacerdoti del centrismo moderato, da Romano Prodi a Paolo Gentiloni, a tutta la falange degli opinionisti a gettone e degli editorialisti militanti. Un’alleanza di centrosinistra, guidata dal Pd blandamente spostato a sinistra da Schlein, in collaborazione con Avs e con i 5 Stelle, che Giuseppe Conte ha voluto iscrivere in modo permanente nel “campo progressista”, sia pure mantenendo viva la sua indipendenza e una certa aggressività competitiva nei confronti del Nazareno, i voti necessari a vincere e a governare sulla carta potrebbe raccoglierli. Per fare cosa, su quale programma, resta da verificare – ma il tempo fino al 2027 ci sarebbe. A patto, però, di provare a difendere la pessima legge attuale mista e l’esistenza dei collegi elettorali. Già a gennaio si capirà, probabilmente, se il nuovo sistema di leggi elettorali cui Giorgia Meloni lavora da tempo (vedi qui  un riassunto) potrà essere edificato senza ostacoli: dagli alleati o dagli avversari.

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Tagscentrosinistra legge elettorale Paolo Barbieri stabilità

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