Non s’era finora di certo mai visto che un presidente latinoamericano perdesse ben quattro referendum popolari da lui convocati. Ma questo è quanto è accaduto a Daniel Noboa, lo scorso 16 novembre, quando l’83,5% dei quattordici milioni scarsi di elettori ecuadoriani sono andati alle urne per dire la loro su questioni di sicurezza, ritorno di basi straniere, diminuzioni del numero di deputati, finanziamento pubblico dei partiti, e nuova Costituzione su cui erano stati chiamati a esprimersi.
Il rifiuto di consentire il ritorno di basi straniere sul suolo ecuadoriano, sancito nel 2008, al tempo di Rafael Correa, ha superato il 60% dei voti, e, almeno per il momento, stronca le speranze di Donald Trump di riaprire una base militare nella città di Manta, nella provincia di Manabi, chiusa nel 2009, e nella città costiera di Salinas. E ha anche allontanato la minaccia di aprire le isole Galapagos, patrimonio universale della biodiversità, alla presenza militare nordamericana.
Tutte le proposte che Noboa aveva avanzato come risposta alla crisi della sicurezza e con il pretesto di “modernizzare” il sistema politico sono state respinte, stoppate dalla chiara contrarietà popolare alle sue riforme. Un risultato che rappresenta un’inattesa sconfitta politica per il giovane presidente, la cui figura continua tuttavia a godere di un sostegno attorno al 50%. “Abbiamo consultato gli ecuadoriani ed essi hanno parlato. Rispettiamo la volontà del popolo”, ha scritto Noboa sul suo account X, dopo aver appreso i risultati. Mentre il suo entourage si è sforzato di negare il suo incontestabile indebolimento, a causa del quale, preclusa la possibilità di aprire un percorso verso una nuova legge fondamentale corrispondente alle sue aspirazioni presidenziali e tale da consentirgli di estendere il suo dominio sugli altri poteri, il presidente dovrà continuare a governare con la struttura istituzionale ereditata dai suoi predecessori, cercando accordi con altri partiti, senza poter realizzare una nuova centralizzazione del potere presidenziale a scapito degli altri poteri dello Stato.
Quello sulla nuova costituente è stato il quesito che ha riscosso la più alta percentuale di rifiuto popolare (61,6%), e riflette il ripudio, da parte degli elettori, del desiderio che ha accomunato più di qualche presidente ecuadoriano di farsi una legge fondamentale a propria immagine e somiglianza. L’attuale Costituzione, in vigore dal 2008, era stata criticata da Noboa per i suoi 444 articoli. Troppi, secondo il giovane presidente, che l’ha anche accusata di proteggere i criminali, senza però spiegare quale nuovo testo avesse in mente, e rinviando ogni spiegazione a dopo il referendum. In tal modo, è apparso chiaro il rischio che il Paese stava correndo, e soprattutto la vera motivazione che aveva mosso Noboa, ovvero il suo desiderio di cambiare quelle istituzioni, a partire dalla Corte costituzionale, che hanno rappresentato un ostacolo all’ampliamento dei suoi poteri.
La conseguenza è stata che, con il voto, la maggioranza degli ecuadoriani ha messo un freno alla deriva autoritaria del presidente, al suo tentativo di riprogettare tutto il sistema sotto la sua guida. E il risultato ha espresso anche la stanchezza di un elettorato che è stato chiamato a votare dopo anni di crisi politica, con una successione di presidenti, lo scioglimento anticipato del Congresso nel 2023, e un’escalation di violenza criminale che ha reso l’Ecuador uno dei Paesi più pericolosi della regione.
Da notare che gli elettori hanno anche respinto quei quesiti che riguardavano istituzioni screditate, come i partiti e l’assemblea unicamerale, contro i quali i quesiti referendari prevedevano, rispettivamente, la fine del finanziamento pubblico (58% di no) e il taglio del numero dei deputati, respinto dal 54% degli elettori. Il rifiuto delle basi militari e di una nuova Assemblea costituente è stato più forte nelle regioni indigene, che hanno vissuto il recente sciopero nazionale di trentuno giorni, iniziato il 22 ottobre, contro l’aumento del diesel. La protesta più lunga nella storia del Paese. In alcuni luoghi, il rifiuto ha raggiunto il 90%, in media si è attestato quasi all’80%. Mentre nei quartieri bene, il “sì” ha prevalso con facilità. L’aumento del prezzo del diesel, e la dura repressione governativa della protesta, spiegano, almeno in parte, il risultato, poiché Noboa aveva promesso, in campagna elettorale, che non avrebbe aumentato il prezzo del carburante, dichiarando, anzi, che lo avrebbe abbassato in quanto essenziale per il trasporto di cibo e passeggeri. Tuttavia, nell’esito delle urne, ha di certo giocato anche il timore che, prima o poi, il governo avrebbe messo fine al sussidio del gas per uso domestico, il cui prezzo attuale è di 1,65 dollari la bombola da quindici chili. Il timore è che il prezzo potrebbe salire fino a dieci dollari se i sussidi venissero tolti.
Oltre a questi motivi economici, conta anche il fatto che la politica della mano dura contro la criminalità non sembra funzionare, dato che in settembre si sono registrati due massacri carcerari a Machala (14 morti) e Esmeraldas (17 morti). I provvedimenti di militarizzazione, le violazioni dei diritti e la dura repressione non danno risultati. A tal punto che Noboa si è dovuto scontrare con la Corte costituzionale, intervenuta contro la violazione dei diritti, e per questo accusata di proteggere la malavita. In materia di sicurezza, il bilancio diffuso dalla presidenza si concentra su arresti, confische e sequestri, piuttosto che sull’aumento degli omicidi. Secondo un’analisi statistica, pubblicata dal giornale “Primicias” su dati del ministero dell’Interno, tra il 23 novembre 2023, data in cui Noboa ha iniziato la sua amministrazione transitoria dopo la fine anticipata della presidenza di Guillermo Lasso, e il 31 ottobre 2025, sono stati registrati 15.561 omicidi, una media di ventidue al giorno, equivalenti a un omicidio ogni 66 minuti. Questo periodo include episodi critici come quello del 1° gennaio 2024, quando sono state contate 64 morti violente in ventiquattr’ore, e mesi come quello di maggio 2025, diventato il più violento nella storia del Paese, con 934 uccisioni.
Gli studi pubblicati registrano che l’Ecuador potrebbe chiudere il 2025 con un tasso di omicidi di almeno cinquanta ogni centomila abitanti se la tendenza, osservata tra gennaio e ottobre, dovesse confermarsi: il che renderebbe il Paese uno dei più violenti della regione. In questi due anni, l’amministrazione di Noboa ha sostenuto il suo impegno per la militarizzazione, gli stati di emergenza e, nel gennaio 2024, la dichiarazione di “conflitto armato interno”. Sebbene queste misure abbiano generato un calo temporaneo degli omicidi nelle settimane successive all’intervento militare, la ripresa successiva ha rivelato i limiti strutturali per contenere il traffico di droga e le dispute territoriali tra bande.
Noboa insiste sul fatto che la sua amministrazione “non si fermerà”, finché non sarà garantita giustizia e dignità. Ma il bilancio biennale suggerisce una doppia lettura: mentre l’esecutivo mostra stabilità macroeconomica e progressi amministrativi, il Paese continua ad affrontare livelli di violenza senza precedenti, e persistono aree in cui le informazioni ufficiali sono blindate, il che rende difficile confrontare la reale efficacia delle politiche sociali. Noboa ha goduto di un largo sostegno nella sua politica di dura repressione del crimine, ma i risultati lasciano a desiderare. A tal punto che in molti si sono chiesti se quanto fatto finora in questo campo, dal trentottenne presidente, sia sufficiente, e se non sia invece necessario eliminare il brodo di coltura della malavita, ovvero sanare le gravi deficienze nel campo della sanità, dell’istruzione e dell’occupazione. Risulta sempre più chiaro, infatti, che le azioni di repressione del crimine, condotte dalle forze militari, non riescono a mettere fine al diffondersi della criminalità. In quest’ottica, a fronte della mancanza dei risultati attesi, i ritardi e le negligenze del governo sulle politiche sociali hanno aumentato il malessere degli ecuadoriani, acuendo la loro sensazione di assenza da parte dello Stato. L’Ecuador, un tempo tranquillo, è ora diventato il Paese più violento del Sudamerica, dato che è il crocevia del traffico mondiale di cocaina, dopo che, nel 2016, le Farc colombiane hanno firmato la pace con Juan Manuel Santos.
Se il risultato indebolisce Daniel Noboa, che ha effettuato un rimpasto del suo esecutivo, cambiando sette ministri nel tentativo di cercare di riconquistare la fiducia degli elettori, a beneficiarne è stata in primo luogo l’opposizione, che tuttavia ha davanti a sé il compito di costruire una alternativa credibile al presidente in carica, dopo avere subìto alcune sconfitte elettorali. Una strada tutta in salita. Escono vincitori dallo scontro anche il parlamento, che rimarrà uguale a prima, e la Corte costituzionale, che recentemente era stata protagonista di conflitti con il governo per avere dichiarato incostituzionali alcune leggi.
A ben guardare, più che un sostegno all’opposizione, il risultato sembra avere espresso la prudenza di un elettorato che sa per esperienza che i processi di riforma non sempre apportano miglioramenti concreti. E che pertanto ha deciso di tenere le bocce ferme nella latitanza di un messaggio trasparente proveniente dal governo. Soprattutto di un messaggio che fosse privo di contraddizioni. Nonostante l’Ecuador abbia cambiato venti testi costituzionali dal 1830 – e ogni Costituzione sia durata, in media, poco più di nove anni –, Noboa si è lasciato andare a decisioni e a messaggi confusi, privilegiando la messinscena di spettacoli mediatici, anche in materia di sicurezza, a scapito di una vera azione di governo. Alla fine, tutto ciò ha nuociuto al suo gabinetto, che ha finito per perdere credibilità. Ma ci ha rimesso anche lui, che ha perso l’occasione di rimodellare l’Ecuador imponendogli, come avrebbe voluto, la sua torsione autoritaria.









