Il dato davvero drammatico è quello dell’ulteriore diminuzione dell’affluenza. Ormai vota il 40%. Poco più. È la percentuale di una disaffezione che si cronicizza, vagamente simile a quelle di Paesi in cui c’è un regime e nessuno crede che le cose possano cambiare. E in questa situazione c’è qualcuno che può ancora pensare che, magari con delle “primarie” del centrosinistra nel 2026, ci sarà una nuova partecipazione? Ma no: se le “primarie” si terranno – come tutto lascia prevedere –, saranno un modo per cercare di togliere la leadership naturale della coalizione alla segretaria del partito maggiore. Se mai qualcuno avesse la minima intenzione di recarsi alle urne – persuaso magari soltanto dal dinamismo di Elly Schlein – dirà a se stesso: “Ma se non ci credono nemmeno tutti loro, perché dovrei crederci io?”. E resterà a casa. Questo il risultato dei continui tentativi di indebolimento della segretaria da parte della destra del suo partito (e da parte dei 5 Stelle). Sono ridicoli, perché, anche senza un programma chiaro – che sarebbe da scrivere, soprattutto nella parte che riguarda l’imposizione fiscale atta a finanziare la difesa e lo sviluppo del welfare –, beh, anche così, il Pd di oggi non è più quello di Letta o quello, orribile, di Renzi.
I progressi sono evidenti. Perfino il faticoso compromesso con il cacicco De Luca alla fine ha tenuto, per non parlare dello stravincente Decaro in Puglia. Una cosa non sciocca al riguardo è stata però detta da Alessandro De Angelis sulla 7: quello che si profila con questi numeri, in regioni come la Puglia e la Campania, è un pareggio, con un Senato che avrà forse una maggioranza di centrosinistra, sia pure risicata, nel 2027. Ovviamente sic stantibus rebus per quanto concerne la legge elettorale. E proprio questo è quello che cerca la destra del Pd (insieme con i sedicenti “riformisti” di Renzi): ritornare alle “larghe intese”. È la formula preferita del centrismo dopo l’implosione della “balena bianca”.
Draghi dove sei? Ne cercano un altro con il lanternino, e di volta in volta può prendere i nomi di Ruffini, di Gentiloni, di Sala o di Salis, ora anche di Decaro… È la ricerca del “vecchio” anziché del “nuovo”. Dello stramorto anziché del vivo. Come fare a ritornare ai bei tempi in cui, anche grazie alla divisione del mondo in due blocchi, l’estrema destra piazzava le sue bombe, grazie alle coperture istituzionali, il Pci era relegato in un ruolo di opposizione parlamentare perenne, e il Paese poteva andare avanti al centro con la Dc? Quella stabilità che si voleva eterna è saltata più di trent’anni fa, ma alcuni hanno il volto rivolto al passato. Non comprendono che è il momento di rilanciare una sinistra che sappia fare la sinistra. La gente non ne può più di un esausto cerchiobottismo che ha contribuito attivamente a ridurre l’Italia a fanalino di coda dei livelli salariali in Europa.
Come sostenitori di un impegno scettico – con le sue radici in un pessimismo “di massima” secondo cui il compito di evitare la catastrofe, in primis quella ecologica, è una missione impossibile, e che tutto ciò che ancora si può fare è diminuire la velocità alla quale avanziamo verso l’abisso –, come sostenitori di quel tipo d’impegno, ci accontenteremmo perfino del piccolo “meglio”, rispetto alla situazione attuale, che si potrebbe ricavare da una prospettiva di rinnovate “larghe intese”: ma che delusione per le nuove generazioni, le stesse che si sono di recente generosamente mobilitate per la Palestina, sapere che, in fin dei conti, quello a cui si punta è un pareggio con le destre! Potrebbe mai essere un obiettivo in grado di spingerle ad andare a votare?








