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Home » Articoli » Dopo New York e Copenaghen, il vento di sinistra a Milano

Dopo New York e Copenaghen, il vento di sinistra a Milano

I Mamdani e le Welling danno una scossa anche al Pd

24 Novembre 2025 Vittorio Bonanni  797

Abbiamo già affrontato il tema del presunto “radicalismo” (vedi qui) che, secondo alcuni, affliggerebbe le forze di sinistra che cercano di tornare a essere tali, cioè com’erano qualche decennio fa, quando rappresentavano prevalentemente la parte più debole della società: il che oggi significherebbe lotta al lavoro precario, mettere un limite all’inesorabile aumento dell’età pensionabile, rafforzamento del welfare in tutte le sue declinazioni – sanità, istruzione, ecc. –, e la necessità di prendere le risorse economiche là dove si sono accumulate in maniera scandalosa negli ultimi trent’anni, senza che la cosiddetta sinistra (quella “riformista” o “liberista dal volto umano”) abbia fatto nulla per frenare questa deriva.

Come dice il filosofo Massimo Cacciari, a fronte di una concentrazione della ricchezza mai vista nel Secondo dopoguerra, c’è poco da essere centristi o appunto “riformisti”. Lo ha dimostrato, mercoledì 19 novembre, la vittoria a Copenaghen di Marie Welling, espressione di un’Alleanza rosso-verde composta dai Socialisti di sinistra (Vs), dal Partito comunista di Danimarca (Dkp) e dal Partito socialista dei lavoratori (Sap), sostenuta anche dalla sinistra verde del Partito popolare socialista (Sf), che ha battuto Pernille Rosenkrantz-Theil, ex ministra degli Affari sociali del governo di Mette Frederiksen. La leader socialdemocratica più reazionaria degli ultimi decenni, ossessionata dal problema dell’immigrazione, dallo smantellamento dello Stato sociale, e anche bellicista doc, ha mandato allo sbaraglio la sua candidata sindaca, contro cui la sinistra ha avuto facile gioco. Questo successo, del resto, ha fatto seguito ad altre affermazioni, sia in Europa sia negli Stati Uniti, di uomini e donne le cui ricette politiche, considerate d’antan, appaiono invece attualissime e addirittura indispensabili per resettare un mondo che si dibatte tra guerre, povertà e, appunto, una mai così alta concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi intoccabili, protetti dalle dinamiche perverse dell’economia finanziarizzata, i cui giochi si situano spesso ai confini della legalità.

La lista è nutrita. Il 27 ottobre (vedi qui) si è affermata in Irlanda, alle elezioni presidenziali, la deputata indipendente di sinistra, Catherine Connoly, un’oppositrice del liberismo e del riarmo europeo, sostenitrice del popolo palestinese e del riconoscimento dello Stato di Palestina. La neopresidente ha avuto il gradimento del 63% dei votanti. Oltre oceano, il 3 novembre scorso, avveniva qualcosa di simile ma di più dirompente, vista la posta in gioco. Il giovane democratico Zohran Mamdani (vedi qui), nettamente schierato a sinistra su posizioni che evocano anche in questo caso le ricette socialdemocratiche di un tempo, diventava sindaco di New York, dando così una scossa a un Partito democratico in affanno, e che, pur avendo al suo interno una componente di sinistra (Bernie Sanders, Alexandria Ocasio-Cortez), non aveva mai espresso posizioni così decise, che promettono di sviluppare, almeno a New York, un welfare di fatto mai esistito negli Stati Uniti. La settimana successiva è stato il turno di Katie Wilson, eletta sindaca di Seattle, attivista e fondatrice della Transit Riders Union, che si è da sempre definita socialista, pur non essendo iscritta (come Mamdani) ai Democratic Socialists of America. Alla stregua di Mamdani – che aveva battuto con oltre il 50% dei consensi, l’ex collega di partito Andrew Cuomo, presentatosi poi da indipendente –, anche Wilson aveva sconfitto il moderato democratico sindaco uscente, Bruce Harrell. Se in Virginia e in New Jersey si sono affermate, rispettivamente, le moderate democratiche Abigail Spanberger e “Mikie” Sherrill, i successi di Mamdani e di Wilson sono tuttavia un segnale che l’elettorato statunitense anti-Trump non si accontenta più di figure blande e conformiste.

Tornando in Europa (non dimenticando il governo spagnolo del socialista Pedro Sánchez, che sta facendo un po’ da apripista al tentativo di “tornare alle origini”), va citato il caso dei socialisti francesi. Dal 2018, guidato da Olivier Faure – dopo essere finito ai minimi storici con l’ex presidente della Repubblica, François Hollande –, quello che era il più grande partito della sinistra d’oltralpe è tornato a conseguire risultati dignitosi, raggiungendo quasi il 14% alle elezioni europee del 2024. Insieme con le altre forze della sinistra francese, i socialisti hanno sostenuto la “tassa Zucman” (dal nome dell’economista che l’ha ideata), che prevede un’aliquota del 2% sul patrimonio dei super-ricchi. La proposta è stata bocciata nell’Assemblea nazionale da una maggioranza centrista e di destra, ma il tema è ben vivo nella mente di Faure che, con tutta evidenza, vuole mantenere la rotta a sinistra.

E in Italia? Ancora una volta, ci tocca parlare del Pd e della sua segretaria Elly Schlein. Al riguardo facciamo nostre le parole di Mario Ricciardi, politologo e docente a Milano, in un recente articolo pubblicato dal “manifesto”: “La paura di essere accusata di radicalismo ha isolato Schlein dal fermento che in altri Paesi sta rianimando la sinistra. Questa prudenza – sostiene Ricciardi – non è stata premiata, e si corre il rischio di sprecare anche quel che di buono è stato fatto”. Chissà se a darle coraggio sarà l’evento organizzato ieri, domenica 23 novembre, a Milano dai settori più di sinistra del partito, in un appuntamento che ha ricevuto la benedizione di Pier Luigi Bersani. Tra i protagonisti, l’ex ministro Peppe Provenzano, la sociologa Francesca Coin, lo storico Emanuele Felice, i consiglieri regionali dem Paola Bocci e Simone Negri, la senatrice Cristina Tajani e l’ex candidato alla presidenza della Regione Lombardia (oggi consigliere regionale) Pierfrancesco Majorino. Come leader di questa componente, è stato però singolarmente fatto il nome di Mario Calabresi, giornalista, ex direttore di “Repubblica”, figlio del commissario Luigi Calabresi. Un nome infelice, a nostro avviso, per due ragioni: anzitutto perché non si tratta di un politico, quando servirebbe invece una figura tutta interna al mondo della sinistra; inoltre, perché la sua storia è legata strettamente a quella del padre, ucciso il 17 maggio del 1972, e verosimilmente coinvolto nell’oscuro omicidio dell’anarchico Giuseppe Pinelli nel 1970.

Certo, questa della sinistra Pd è un’iniziativa che arriva in ritardo rispetto agli innumerevoli e frenetici incontri organizzati dagli altri, dai cosiddetti “riformisti”. Ma il vento che spira da New York a Copenaghen forse li ha risvegliati.

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