Nel dibattito – trito e ritrito – riaperto all’indomani dell’attacco non proprio garbato alla segretaria del Partito democratico, da parte dell’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, in un’intervista al “Corriere”, nessuno ha fatto notare al professore una cosa banale ma assolutamente necessaria per fare chiarezza all’interno del campo progressista. Ovvero che lui con la sinistra non ha nulla a che fare, e che, al massimo, con quest’area politica si può alleare ma niente di più. Ovviamente tenendo conto del consenso alle forze politiche che, allo stato attuale, non sembra affatto premiare quei “riformisti” che sono nel cuore dell’ex democristiano.
È questo il punto: l’economista bolognese, ottantasei anni suonati, viene dalla “balena bianca” e pretende di fare la lezione a una giovane donna che guida, tra mille difficoltà (anche facendo i conti con la propria inesperienza), il principale partito dell’opposizione al governo Meloni e tra i più grandi partiti della sinistra europea, con risultati elettorali dignitosi e decisamente migliori dei suoi predecessori centristi. Aggiungiamo che – ci piaccia o no – l’ex vicepresidente dell’Emilia Romagna è una figura politica del tutto nuova, laica, estranea alla tradizione comunista o socialista italiana, più vicina a una cultura liberal d’oltreoceano che ai tradizionali pensieri novecenteschi europei.
Prodi viene invece dal partito cattolico di maggioranza relativa che ha governato il Paese per oltre trent’anni, neanche rappresentando le componenti più avanzate di quel mondo (quelle vicine ai temi del Concilio Vaticano II) e poco interessato, come la maggior parte dei cattolici attualmente impegnati in politica, al pensiero dello scomparso papa Bergoglio, a differenza per esempio dell’ex ministra e già presidente del Pd, Rosy Bindi. Come ricorda il direttore dell’“Unità”, Piero Sansonetti, la figura di Prodi è quella di un tecnico più che quella di un leader politico vero e proprio. Il che del resto si evince dagli incarichi da lui ricoperti: da ministro dell’Industria (1978-1979) a presidente dell’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale, 1982-89 e 1993-94) e poi della Commissione europea (1999-2004). Per la sua autorevolezza e simpatia umana venne scelto come leader simbolico dell’Ulivo, un Partito democratico in fieri guidato allora da Walter Veltroni e Massimo D’Alema, che pure esprimevano culture politiche diverse tra loro.
Con queste caratteristiche, si capisce bene che non ha senso chiedere a Prodi se Zohran Mamdani, il nuovo giovane sindaco di New York, può essere un modello per la sinistra italiana. Anche se l’ex premier si è compiaciuto per come sia riuscito ad affermarsi, è evidente che il suo amore per la new entry del Municipial Building finisce lì, preferendo rivolgere il suo sguardo alle due governatrici democratiche moderate – Abigail Spanberger e “Mikie” Sherrill– che si sono affermate rispettivamente in Virginia e in New Jersey, e che di fatto esprimono un’opinione conformista (comunque da valorizzare, ci mancherebbe, di fronte al trumpismo). Prodi, nei confronti di Mamdani, ha utilizzato il solito armamentario reazionario che cerca le contraddizioni insite nella vita del “nemico” di turno, di sinistra ovviamente, sottolineando le origini benestanti del primo cittadino della “grande mela”, figlio dell’antropologo indiano Mahmood Mamdani, docente alla Columbia University, e di Mira Nair, nota sceneggiatrice e regista indiana. Due figure di intellettuali progressisti la cui dichiarazione dei redditi non dovrebbe interessare – ma tant’è.
E il punto è sempre lo stesso. Si vince a sinistra o al centro? Perché per affermarsi ci vuole, dice il professore, “il consenso della maggioranza della popolazione e dobbiamo affrontare temi come tasse, immigrazione, sanità, scuola con le parole giuste, senza un radicalismo che spaventa gli elettori e che nella nostra storia non ha mai pagato”. Ma bisogna intendersi su che cosa significa per qualcuno “radicalismo” – concetto che, come quello di “riformismo”, negli ultimi decenni, ha cambiato completamente di significato. Se combattere il lavoro precario, battersi per un salario minimo e per un reddito di cittadinanza, garantire asili nido e trasporti pubblici gratuiti, affitti calmierati, al fine di dare una casa ai ceti sociali meno abbienti, rinforzare la sanità pubblica, come sta facendo da tempo il governo spagnolo di Pedro Sánchez, significa essere appunto “radicali”, bisognerà rimettere mano al vocabolario.
Da emiliano, l’ex premier ricorderà bene come a Bologna il Partito comunista, forza tutt’altro che radicale, garantiva a studenti e lavoratori, in determinate fasce orarie, trasporti gratuiti, mentre gli asili nido di Reggio Emilia erano un fiore all’occhiello ammirato in tutta Europa, dove facevano la loro parte le grandi socialdemocrazie. Senza dimenticare l’importante supporto al welfare da parte delle forze cattolico-democratiche del tempo.
La grande sfida della sinistra di oggi vuol dire, per forza di cose, guardare avanti, perché, per dirne una, le novità della tecnologia digitale sono rapide e incontrollate, potenzialmente foriere di gravi problemi. Eppure guardare nello stesso tempo indietro, per ridare il nome giusto a determinate culture politiche, non sarebbe fuori luogo. Una battaglia da intraprendere, se non si vuole seguitare all’infinito con discussioni sterili e ripetitive, condotte da persone che hanno già detto la loro (e non sempre nel bene).







