Una boccata d’ossigeno per una sinistra che in Europa non se la passa bene. Così l’affermazione come presidente della Repubblica irlandese, nelle elezioni di sabato 25 ottobre, della deputata indipendente di sinistra, Catherine Connoly – ha avuto il gradimento del 63% degli aventi diritto al voto, contro un’esponente del partito centrista Fine Gael, Heather Humphreys, che ha conseguito il 30% –, è una gradevole novità all’interno di un’Unione europea in cui solo in Spagna si può trovare un governo progressista. La vincitrice – che ha preso il posto del centrista Michael Daniel Higgins, che ha ricoperto l’incarico per due mandati, cioè quattordici anni – è stata sostenuta, in un primo momento, dalle formazioni a sinistra dei laburisti – dai socialdemocratici e dal gruppo People before Profit – e successivamente dagli stessi laburisti, e dallo storico partito di sinistra Sinn Féin.
La sua vittoria è stata resa più facile dalle divisioni interne alla destra, che aveva presentato inizialmente un altro candidato, Jim Gavin del Fianna Fail, poi ritiratosi dalla corsa a causa di uno scandalo finanziario. Problemi erano insorti, inoltre, all’interno del Fine Gael, che aveva scelto come candidata Mairead McGuinness, anch’essa fuori gioco per problemi di salute, lasciando così il posto definitivamente a Humphreys. È importante sottolineare che, pur essendo eletto direttamente dal popolo come nelle repubbliche presidenziali, la figura del capo dello Stato è prevalentemente simbolica, con dei poteri più che altro di rappresentanza. E tuttavia, negli ultimi anni, con Higgins, il presidente è riuscito a ricavarsi un ruolo di maggiore impatto nei riguardi dell’opinione pubblica (un po’ come accadde da noi con Sandro Pertini), pur senza che nulla sia cambiato nella Costituzione dell’isola.
La nuova presidente è sempre stata molto critica nei confronti di un establishment liberista favorevole al riarmo, confermando il riconoscimento dello Stato di Palestina e il “no” alle importazioni dai territori occupati. Un aspetto della cultura politica irlandese, con radici nella comune lotta per l’indipendenza dei due popoli. Su questo la vincitrice ha mantenuto una continuità con la linea del suo predecessore Higgins, mentre la destra non ha quasi mai menzionato l’argomento.
Anche la riunificazione dell’isola – com’è noto la parte nord, o Ulster, è del Regno Unito – è stata presente nella campagna elettorale di Connoly. E hanno contribuito alla sua vittoria gli attacchi alla Germania per la dissennata corsa al riarmo di cui si sta rendendo protagonista. Nei confronti degli Stati Uniti di Trump, la candidata alla presidenza ha manifestato la propria insofferenza, soprattutto qualora il tycoon avesse l’intenzione di recarsi in Irlanda e magari dovesse affrontare la questione palestinese. Sul riarmo europeo, il motto di Connoly è stato “il Paese non ha bisogno di più armi ma di più fiducia”.
La neoeletta ha sempre sostenuto la neutralità dell’isola, contrastando la deriva bellicista europea. Connoly, ex laburista molto amata dai giovani, malgrado l’età relativamente avanzata (68 anni), è nata a Galway, città di cui è stata sindaca. Figlia del popolo – il padre era un carpentiere –, ha tredici fratelli ed è riuscita a diventare avvocata e psicologa. A ridimensionare il suo successo, è stata la bassissima affluenza alle urne, al di sotto del 46%, più o meno come in Italia, segno evidente di una disillusione generalizzata. Una disaffezione a cui ha contribuito la campagna Spoil the Vote (“annulla il voto”), seguita dall’8% dell’elettorato.
La presidente, che si insedierà il prossimo 11 novembre, ha vinto malgrado la diffusione di un video che diceva di un suo ritiro dalla corsa alle presidenziali, rendendo così certa la vittoria della sua avversaria. Un tentativo grossolano, da un lato, e anche poco credibile, ma che, dall’altro, mostra come le nuove tecnologie possano essere usate per i più loschi fini. Il video è stato visto da trentamila persone, ed è rimasto in rete per circa dodici ore prima di essere rimosso. Questa mossa maldestra – sulla cui origine ci auguriamo che venga aperta un’inchiesta – ha però rafforzato l’immagine di Connoly, alla quale del resto non mancheranno i grattacapi, come il crescere del malcontento nei confronti degli immigrati e la crescente popolarità dell’estrema destra, che coniuga una politica razzista e anti-immigrati con un sentimento pro-Brexit.
Come coloro che l’hanno preceduta, anche Connoly dovrà affrontare problemi importanti di carattere economico-sociale – paradossali se consideriamo la grande ricchezza di un Paese che si è messo abbondantemente dietro le spalle un passato di povertà. Con il tempo, l’isola è diventata uno dei paradisi fiscali europei, con una bassa aliquota fiscale (12,5%) sulle società, che ha così reso possibile l’arrivo di ingenti capitali dall’estero, trasformandola in uno dei Paesi più ricchi in Europa. L’isola detiene il secondo Pil pro-capite più alto dell’Unione, un tasso di disoccupazione storicamente basso e uno dei più alti indici di sviluppo umano (Hdi). “L’Irlanda – sostiene nel sito “Materie rinnovabili” Luba Glazunova, esperta di comunicazione presso il Circle Economy –ha tutte le ragioni per essere orgogliosa di sé. (…) È riuscita a emanciparsi dalle sue radici agricole tradizionali fino a diventare un’economia dinamica e orientata ai servizi, nonché leader mondiale in settori quali quello farmaceutico, elettronico e delle tecnologie mediche. I giovani di talento di tutto il mondo stanno affollando il nuovo polo tecnologico, con Dublino che sta emergendo come il più grande cluster di data center in Europa”.
Dietro questo dinamismo si nascondono problemi ambientali importanti. “Il consumo di materiali è al massimo da cinque anni – precisa Glazunova – accompagnato da un aumento delle emissioni di carbonio, aumentate dell’8,1% tra il 1990 e il 2021, rendendola uno dei pochi Paesi dell’Unione in cui le emissioni territoriali non sono diminuite rispetto al 1990. Per esempio, la famosa industria tecnologica del Paese è pesantemente energivora”. Si aggiunga il solito paradosso delle economie liberiste. Tanti soldi – surplus di 8,6 miliardi di euro – ma diritti negati alle minoranze. L’alto Hdi non riguarda l’oltre 12% dei minorenni che vive in famiglie con scarse possibilità occupazionali, con circa 62.000 bambini che vivono in povertà costante, senza potersi permettere beni essenziali, e senza accesso ad attività ricreative. Poi c’è l’elevato costo della vita, degli affitti in particolare, che ha colpito anche alcuni imprenditori italiani. Una volta si preferiva Dublino a Londra per fare un corso di lingua, ma ormai il costo della vita è più o meno equiparabile. Senza dimenticare che il suo essere appunto un “paradiso fiscale”, ha dato luogo a un’economia drogata. Come scrive la testata “Millionaire”, “il Pil irlandese è letteralmente esploso negli ultimi anni, ma deve essere corretto per il potenziale effetto distorsivo dovuto alla presenza delle sedi fiscali europee di alcuni grandi conglomerati internazionali e alla popolazione abbastanza ridotta, di poco più di cinque milioni di abitanti”. È improbabile che la nuova presidente possa cambiare qualcosa, almeno su questo punto, visti i suoi limitati poteri. Ma dal suo scranno potrebbe lanciare un messaggio sia all’Irlanda sia al vecchio continente.







