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Home » Articoli » Ex Ilva, tutti contro l’immobilismo del governo

Ex Ilva, tutti contro l’immobilismo del governo

Impugnazione davanti al Tar da parte di sette associazioni cittadine e ambientaliste. Martedì 28 i sindacati a palazzo Chigi

24 Ottobre 2025 Guido Ruotolo  922

Non è vero che sarà la magistratura penale, il tribunale di Milano, o quella amministrativa, il Tar di Lecce, a staccare la spina all’ex Ilva di Taranto. A farlo sarà l’immobilismo del governo, che non è stato capace di presentare un valido progetto per il rilancio di una siderurgia green. Che l’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) sarebbe stata impugnata davanti al Tar di Lecce, l’avevano annunciato appena il governo l’aveva approvata. E adesso diverse associazioni ambientaliste e di lavoratori (“Medici per l’ambiente Isde Italia”, “Genitori tarantini”, “Giustizia per Taranto”, “PeaceLink”, “Ambiente e salute per Taranto”, “Cittadini e lavoratori liberi e pensanti” e “Lavoratori metalmeccanici organizzati”) hanno depositato l’atto di impugnazione. L’Aia autorizza nei fatti l’ex Ilva a continuare a produrre acciaio fino alla sua scadenza (luglio 2037), con gli altiforni a carbone, e dunque il Tar deve pronunciarsi sulla legittimità dell’Aia, sulla “sua adeguatezza al contesto, come noto qualificato dall’Onu ‘zona di sacrificio’ e ‘peso sulla coscienza collettiva dell’umanità’”.

Sono trascorsi tredici anni dalla clamorosa decisione della magistratura tarantina di sequestrare l’area a caldo dell’ex Ilva (gli altiforni) per l’inquinamento ambientale, e di arrestare i suoi proprietari e dirigenti. Ci sono poi state cinque condanne della Corte europea per i diritti umani, e quella, durissima, del luglio 2024, della Corte di giustizia dell’Unione europea che ha condannato l’ex Ilva “per la violazione della direttiva sulle emissioni industriali”. In attesa che il tribunale di Milano (la decisione dovrebbe essere nota a dicembre) si pronunci sull’esposto dei cittadini tarantini – che chiedono di “sospendere” la produzione dell’acciaieria e che i giudici fallimentari confermino che i debiti accumulati dall’ex Italsider, ex Ilva e oggi Acciaierie d’Italia, superano i 5,4 miliardi di euro –, adesso il Tar di Lecce dovrà valutare la legittimità dell’Aia, con le sue 487 prescrizioni.

Il ricorso “si basa sulla constatazione che quella impugnata è la prima Aia di un’industria italiana fossile, adottata dopo che, in Europa, è stata riconosciuta ufficialmente la situazione di emergenza climatica e ambientale, dichiarata espressamente anche dalla Regione Puglia”. “Dunque l’Aia è illegittima e inadeguata, perché il Codice dell’ambiente impone – al contrario di quanto fatto dal governo – di tener conto dei nuovi scenari, così come lo richiede pure il diritto dell’Unione europea, alla luce della sentenza della Corte di giustizia del giugno 2024, riferita proprio all’installazione di Taranto”. Con l’impugnazione dell’Aia dinanzi al Tar, “per la prima volta, è stata anche eccepita la questione di legittimità costituzionale dei cosiddetti ‘decreti salva Ilva’, in ragione della riforma del 2022, che ha introdotto l’obbligo di tutela dell’ambiente e della salute in prospettiva intergenerazionale. Di conseguenza, il tribunale amministrativo si dovrà esprimere sia sulla illegittimità dell’Aia sia sulla incostituzionalità dei ‘salva Ilva’. Questo significa che della vicenda si potrà occupare anche la Corte costituzionale italiana”.

Diversi giuristi sono perplessi sulla possibilità che l’impugnazione venga accolta, che insomma sia ritenuta “ammissibile”. Del resto, presentando la stessa impugnazione, gli ambientalisti hanno avvertito che, “ove i giudici italiani dovessero negare la tutela ai tarantini, il ricorso è stato impostato per arrivare direttamente pure di fronte alla Corte europea dei diritti umani”.

Sul merito dell’impugnazione, concordano anche l’amministrazione comunale di Taranto e diverse forze del “campo largo”. L’ordine del giorno approvato dall’ultimo consiglio comunale, ricorda che “l’Aia del governo Meloni è già stata bocciata dal Comune di Taranto” e lancia l’allarme: “Sono gravemente compromesse le condizioni strutturali e produttive degli impianti. Gli altiforni sono in difficoltà operative, la produzione ridotta, gli impianti di laminazione e finitura in stato di abbandono”. E poi l’ordine del giorno della maggioranza denuncia l’attualità dei rischi ambientali: “Gli altiforni, la cokeria, l’agglomerato e gli impianti di gestione delle polveri continuano a rappresentare un rischio per la salute dei cittadini e per l’ambiente”.

Il ministro Urso ha ragione quando dice che le responsabilità della grave situazione degli impianti di Taranto non possono ricadere su di lui, ma affondano le radici nel tempo. Però adesso, da quando tre anni fa si è insediato il governo Meloni, la situazione è peggiorata. Dal palazzo di Città fanno notare che l’Aia, voluta e approvata da palazzo Chigi, con le sue 487 prescrizioni, nei fatti “bloccherà la stessa produzione dell’acciaieria”. “Queste sono prescrizioni ‘impeditive’, perché rappresentano ostacoli insormontabili”. Il Comune propone la nazionalizzazione degli impianti, “quale unica via per garantire la gestione pubblica trasparente, unitaria e realmente orientata a decarbonizzare gli impianti di Taranto”. Per martedì prossimo, il governo ha convocato i sindacati a palazzo Chigi. Non è solo la città ad aver girato le spalle alla grande fabbrica, anche i lavoratori sembrano ormai rassegnati a un destino già deciso.

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